Amalia Ercoli Finzi, la “signora delle comete”: una vita per aspera ad astra

Nella vita non si finisce mai di imparare, specialmente noi insegnanti. E non solo per la curiosità che ci anima nel ricercare nuove fonti, nuove strategie, nuovi approfondimenti, ma anche perché spesso abbiamo da imparare dalla curiosità che i nostri e le nostre studenti condividono con noi. Dopo il bellissimo intervento della professoressa Sara Sesti al VII Convegno nazionale di Toponomastica femminile, tenutosi a ottobre 2018 nella città dove vivo e insegno, Melegnano, alcune classi del nostro Liceo delle Scienze umane hanno cominciato ad appassionarsi all’approfondimento delle biografie delle donne Stem, grazie anche alla preziosa ed entusiastica collaborazione di una cara collega di Scienze, la docente Carmen Capelli. In modo particolare la classe Terza M dello scorso anno scolastico ha proposto l’intitolazione della propria aula ad Amalia Ercoli Finzi, facendomi conoscere la meravigliosa storia di questa donna.
Nata a Gallarate il 20 aprile 1937, Amalia è un’ingegnera ed è la prima donna in Italia ad essersi laureata in Ingegneria aerospaziale con il massimo dei voti. Quando si iscrisse al Politecnico di Milano, alla fine degli anni Cinquanta, erano 5 ragazze e 650 ragazzi, in tempi in cui era ancora molto forte il pregiudizio verso le giovani che decidevano di dedicarsi a studi di tipo scientifico, un infondato pregiudizio di genere che oggi si sta felicemente sgretolando, considerato il crescente numero di donne che si dedicano alle discipline Stem. Si era appena laureata quando Yuri Gagarin effettuò il primo volo umano nello spazio, dando inizio all’era spaziale. Da allora la carriera di Amalia è stata un crescendo, è il caso di dirlo, per aspera ad astra. Tra le tante missioni scientifiche compiute, ha collaborato con l’Agenzia spaziale europea per Giotto, una missione straordinaria con cui si è riusciti a passare vicino alla cometa di Halley a una velocità di 245.000 Km/h, ma soprattutto ha dato vita a Rosetta, missione lanciata nel 2004 e conclusa dodici anni dopo, avente come scopo lo studio della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko. La missione era formata da due elementi: Rosetta, la sonda vera e propria e il lander Philae, atterrato il 12 novembre 2014 sulla superficie della cometa, dopo uno straordinario viaggio durato più di dieci anni con 6,5 miliardi di chilometri percorsi. Amalia ha progettato e coordinato la supervisione della trivella SD2 che si è sganciata dalla sonda Rosetta e ha perforato il nucleo della cometa. Lei stessa ha raccontato l’emozione di quei momenti. Dopo 61 ore e mezzo di lavorazione, mentre si aspettavano i dati che la trivella avrebbe trasmesso alla Terra, la “signora delle comete” (dal titolo del libro a lei dedicato, La signora delle comete. Intrighi e misteri della missione spaziale Rosetta, scritto da Tommaso Tirelli in collaborazione con la stessa ingegnera, pubblicato nel 2018) si è spostata in un angolo e ha cominciato a pregare: «Signore, abbiamo lavorato per più di dieci anni. Noi abbiamo fatto la nostra parte, adesso tu fai la tua». I dati sono arrivati cinque minuti prima che la batteria primaria si spegnesse.
La cosa che colpisce in questa scienziata è proprio la sua fede. Non si parla quasi mai del rapporto tra scienza e fede, che non è sempre necessariamente conflittuale. Amalia è un’ingegnera particolare perché afferma che fede e scienza non sono in contraddizione tra loro. In un’intervista del 4 aprile 2019 al “Corriere della sera” ci sono quattro sue affermazioni che mi sono molto piaciute, perché sono risposte a domande esistenziali complesse che Amalia fornisce con quella linearità, schiettezza e semplicità che contraddistingue la capacità delle donne a fornire soluzioni pragmatiche a dubbi e problemi:

  1. Come concilia l’essere credente con l’essere scienziata? «La mia fede non è credere a cose che vanno contro la logica, ma credere alle cose che la logica non spiega.»
  2. E come giustifica le cose orribili che accadono nel mondo? «Noi siamo come le formiche che camminano su un tappeto: non riusciamo a vedere il disegno meraviglioso che c’è sopra il tappeto. Io credo che ci sia un Dio buono che cerca il nostro bene e che riuscirà a salvare tutta l’umanità.»
  3. Ha paura di morire? «Ma neanche per sogno! Intanto il problema non è vivere, ma la qualità della vita. Ecco, io mi sto avviando verso il decadimento, non c’è niente da fare. Ma il Padreterno mi deve aiutare perché non voglio finire male i miei giorni.»
  4. Cosa la spaventa di più? «Le malattie che mi fanno paura sono il Parkinson e l’Alzheimer. Ma la morte no. Ho tante e tali curiosità, che l’idea di andare dall’altra parte e capire le cose non mi dispiace. Credo che come spiriti potremo aiutare questa umanità che sembra aver perso il senso della solidarietà.»

Quante volte gli esseri umani si sono posti nella propria lunga storia questi interrogativi, alla ricerca di risposte plausibili…L’ingegnera Amalia le fornisce con una chiarezza di pensiero e di linguaggio che sono disarmanti  per coloro che da sempre hanno tentato in mille modi arzigogolati di fornire risposte soddisfacenti.
Basterebbe solo quanto detto finora a rendere memorabile il nome di Amalia. In verità, gli insegnamenti che si possono trarre da questa donna vulcanica non sono finiti. Oltre ad essere una delle più illustri ingegnere aerospaziali al mondo, ha quattro figli e una figlia ed è nonna di sei nipoti. È stata una madre con tutte le difficoltà e gli inconvenienti che vivono le donne lavoratrici, ma questo fa assolutamente parte della vita di una famiglia e non è una macchia, bensì una ricchezza, anche quando inevitabilmente capita di perdere il controllo della situazione, come lei stessa racconta: «Poi succede anche l’intoppo, come quando sono dovuta andare a recuperare la bambina dai vigili perché ero rimasta bloccata in autostrada e non ero arrivata in tempo all’asilo. Ma quella bambina si è in seguito laureata in tre diverse facoltà: non è stato un trauma irreversibile». Una situazione del genere agli occhi del maschilismo imperante – tipico non solo degli uomini, ma anche, ahimè, di tante donne che giudicano negativamente le loro pari – è vista come scandalosa e inconcepibile, segnale di debolezza e motivo di rimprovero contro le donne che giocano a fare mestieri da uomini e non sanno poi prendersi cura della prole, come dovrebbero fare le buone madri, degni “angeli del focolare”! Amalia ci insegna con l’esempio della sua vita che la donna non è solo destinata ad essere “angelo del focolare”, ma può essere, se lo vuole, madre e lavoratrice a suo modo, senza il rischio di sentirsi sminuita rispetto a chi decide di dedicarsi unicamente alla vita familiare. A favore delle donne confessa di aver sempre commesso una piccola “ingiustizia”: «Se una ragazza all’esame meritava 27 io le davo 28. La differenza è poca roba, ma le donne hanno sempre subito una serie di ingiustizie e per una volta ne commettevo una io a loro vantaggio».

FOTO 1. Con Samanta
Con Samantha Cristoforetti

Le donne che vogliono avere successo in un ambiente stressante e competitivo, come spesso sono quelli ad antica vocazione prettamente maschile, dovrebbero seguire la regola di Amalia, la “regola dei tre metalli”: «avere nervi d’acciaio per affrontare la competizione e riuscire a lavorare in gruppo, da soli nello spazio non si va da nessuna parte; salute di ferro perché si lavora 20 ore su 24 e non ci si può permettere neanche un raffreddore, e poi un marito d’oro, e non perché aiuta in casa – questo è sicuramente importante – ma piuttosto un marito che incoraggia, che non chiede “cosa cerchi fuori casa…cosa ti manca”, ma ti sprona: “Vai, vedrai che ci riuscirai”». Così è stato per lei Filiberto Finzi, il suo compagno di vita. Che meraviglia! L’educazione di tutti i figli maschi dovrebbe basarsi su questi principi, e forse sì che potremo sperare che nel futuro ci sia reale parità e maggiore rispetto per la dignità delle donne, potremo vedere finalmente un mondo in cui ogni stereotipo di genere cada e si permetta alle donne di vivere con le stesse reali possibilità che vengono date agli uomini, senza dover essere sempre e inesorabilmente poste di fronte a aut aut e scelte dolorose e impietose, che le rendono inferiori a prescindere.
Il 20 aprile Amalia Ercoli Finzi compie 83 anni. È davvero una donna di
ferro, che continua ancora a collaborare con il Politecnico di Milano con studi sull’atterraggio di esseri umani su Marte e su come realizzare un orto botanico sulla Luna. È delegata italiana ad Horizon 2020, il Programma quadro europeo per la ricerca e l’innovazione, è consigliera tecnica-scientifica dell’Agenzia spaziale italiana, dell’Exploration Program Advisory Committee per l’esplorazione di Marte e del Lunar Lander Science Definition Team dell’Esa, è consigliera dell’Associazione italiana di aeronautica e astronautica, è membro di numerose associazioni scientifiche nazionali ed internazionali tra cui l’American Astronautical Society, la British Interplanetary Society e l’International Academy of Astronautics, è presidente del Comitato per le pari opportunità del Politecnico di Milano e delegata rettorale per le politiche di genere, infine è membro dell’Associazione italiana donne ingegneri e architetti, di cui è stata presidente nazionale. È interessante notare come l’Associazione sia intitolata a donne ingegnerI e architettI. Scorrendo la home page del suo sito, si legge in calce: «L’AIDIA è l’Associazione Italiana Donne Ingegneri e Architetti, per volere di Emma Strada nel lontano 1958 fu cancellato l’iniziale “Ingegnere ed Architette”, quasi fosse un tentativo di sminuire il valore professionale o peggio “si volesse porre una distinzione tra uomini e donne ingegneri ed architetti”, come sottolineava Adelina Racheli. Oggi la versione femminile è vista come un riconoscimento formale e sostanziale della donna, una promozione non solo della professionalità ma anche della diversità femminile. Allora Emma volle così, ma oggi le nostre socie si confrontano anche su questo argomento». Una bella e buona notizia, direi, a riprova del fatto che nominare le donne con il loro genere correttamente declinato non è vezzo o, peggio ancora, frivola fissazione di un “manipolo di invasate di scuola boldriniana” (cito uno dei tanti commenti negativi personalmente ricevuti molto tempo fa su Facebook), bensì un rendere giustizia all’ennesimo atto di sistematica e voluta cancellazione dalla memoria collettiva delle donne e del loro operato in ogni ambito della società. È stata proprio questa la motivazione dell’intitolazione dell’aula alla scienziata da parte dei miei e mie studenti di Terza M: «Abbiamo scelto questa donna perché si sente sempre parlare di ingegnerI, mai di ingegnerE, Amalia Ercoli Finzi invece è stata un’ingegnera molto importante per l’umanità». Ritengo sia importantissimo appassionare le giovani generazioni allo studio delle Stem, perché l’empatia e l’entusiasmo di un/una docente sono i canali principali per trasmettere la bellezza e l’importanza di tale studio e tali discipline: «La matematica va spiegata bene e con esempi della vita di tutti i giorni. Tanti insegnanti non sono in grado. Mia madre, maestra elementare, diceva che il modo migliore per insegnare a fare i conti è utilizzare il denaro perché tutti vogliono imparare a fare la spesa» (intervista a Ercoli Finzi per “Famiglia Cristiana”, 1° settembre 2017).

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L’intitolazione di un’aula all’Istituto Superiore Vincenzo Benini di Melegnano

A febbraio di quest’anno, prima che scoppiasse l’emergenza del covid19, la “signora delle comete” è stata insignita dal Presidente della Repubblica dell’onorificenza di Grande ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana, attestazione particolare a coloro che abbiano speciali benemerenze verso il nostro Paese. Ma la benemerenza più importante che Amalia sempre avrà ai nostri occhi, al di là di tutte le medaglie e riconoscimenti scientifici, sarà quella di aver dimostrato a donne e uomini come bisogna perseguire sempre i propri sogni e non accontentarsi, puntando alle stelle. Per aspera ad astra.

 

 

Articolo di Valeria Pilone

Pilone 400x400.jpgGià collaboratrice della cattedra di Letteratura italiana e lettrice madrelingua per gli e le studenti Erasmus presso l’università di Foggia, è docente di Lettere al liceo Benini di Melegnano. È appassionata lettrice e studiosa di Dante e del Novecento e nella sua scuola si dedica all’approfondimento della parità di genere, dell’antimafia e della Costituzione.

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