Aprile 1943. La distruzione del ghetto di Varsavia

Una testimonianza diretta su uno degli eccidi più rilevanti ordinati dalle autorità tedesche contro gli ebrei viene da Kazimierz Moczarski, un eroe polacco della lotta clandestina contro i nazisti che fu imprigionato e condannato a morte nel 1949 perché il regime comunista lo aveva accusato di collaborazionismo. Sarà successivamente riabilitato alla metà degli anni Cinquanta.
Kazimierz Moczarski entrò a Mokotow, la prigione principale di Varsavia, nel marzo 1949 e la cella cui fu assegnato ospitava già due militari tedeschi. Uno di loro era l’ex generale delle SS Jürgen Stroop, incaricato il 19 aprile 1943 dal Reichsführer-SS Heinrich Himmler di assumere il comando della polizia e delle SS nel distretto di Varsavia; l’uomo che aveva diretto la distruzione del ghetto nella capitale della Polonia.
Nei pochi metri in cui si trovarono a convivere per quasi un anno i due iniziarono un dialogo via via sempre meno ostile finché l’ex generale tedesco iniziò a descrivere nel dettaglio l’orrore perpetrato ai danni dei confinati nel ghetto di Varsavia.
Moczarski, con una concentrazione e una memoria eccezionali, annotò mentalmente le confidenze di Stropp e, uscito dal carcere, le riversò di getto su carta, un migliaio di pagine che diventeranno una testimonianza unica e poi un libro intitolato Conversazioni con il boia, pubblicato anche in Italia da Bollati Boringhieri.
Nel ghetto più grande della Polonia, a Varsavia, si trovarono concentrati in un’area di meno di due chilometri quadrati oltre 400.000 ebrei, 300.000 dei quali furono deportati e uccisi tra il 22 luglio e il 12 settembre 1942: 265.000 di essi finirono nel campo di sterminio di Treblinka e 11.580 nei campi adibiti ai lavori forzati, mentre più di 10.000 furono uccisi nel ghetto durante le operazioni di deportazione.

La vita nel ghetto di Varsavia-1
La vita nel ghetto
La vita nel ghetto di Varsavia-2
La vita nel ghetto

Le autorità tedesche consentirono soltanto a 35.000 persone di rimanere nel ghetto, ma più di 20.000 vi rimasero clandestinamente anche se era chiaro a tutti che il loro destino sarebbe stato inevitabilmente quello della deportazione. Era solo questione di tempo.
All’interno del ghetto si organizzò un movimento che preparò la resistenza armata, denominato Organizzazione Combattente Ebraica, che entrò in azione il 18 gennaio 1943 quando le SS tedesche e le unità di polizia ripresero le deportazioni ordinate da Himmler con l’obiettivo di annientare il ghetto di Varsavia.
Un gruppo di combattenti armati di pistola si infiltrò in una colonna di ebrei costretti a raggiungere l’Umschlagplatz (punto di raccolta) e, al segnale stabilito, ruppe le righe e attaccò le guardie tedesche. Un atto tanto eroico quanto disperato che costò la vita alla maggior parte dei combattenti, ma servì comunque a disorientare i tedeschi e consentire agli ebrei in fila verso l’Umschlagplatz la possibilità di disperdersi.
Ne furono catturati e deportati ancora circa 6000 prima che le operazioni di rastrellamento fossero sospese creando l’illusione dello scampato pericolo. Non per questo i superstiti abbassarono la guardia ma cominciarono a costruire bunker e rifugi sotterranei per preparare una rivolta nel caso in cui i soldati tedeschi fossero tornati per concludere l’operazione di smantellamento del ghetto.
Infatti il giorno della vigilia della Pasqua ebraica, 19 aprile 1943, le SS entrarono nel ghetto e trovarono le strade deserte; quasi tutti i/le residenti erano nascosti nei rifugi o nei bunker pronti a insorgere. I combattenti ebrei, guidati da Mordecai Anielewicz, erano armati di pistole, granate, molte delle quali preparate artigianalmente, qualche arma automatica e fucili ma riuscirono comunque nel primo giorno di combattimento a costringere le forze tedesche alla ritirata fuori dalle mura del ghetto.
Si trattava purtroppo di una lotta impari anche se il generale Jürgen Stroop dovette riferire al comando la perdita di 12 uomini, uccisi o feriti durante il primo assalto al ghetto.
Oltre alla cronaca abbastanza impersonale dei fatti, Stroop raccontò al suo compagno di cella alcuni particolari che meglio descrivono il vero dramma vissuto dai perseguitati come, ad esempio,  il fatto che il secondo giorno dell’assedio gli uomini, le donne,  bambini e bambine ebrei volavano giù sull’asfalto  buttandosi dalle finestre, dai balconi, dalle soffitte delle case in fiamme:
«Prima lanciavano a terra piumini, coperte, stracci, e dopo ci saltavano sopra. I miei uomini li avevano battezzati paracadutisti, e sparavano contro quei nemici in volo».
C’era un tiratore scelto particolarmente efficace nel colpire quei bersagli in movimento, per il quale Stroop aveva mantenuto inalterata nel tempo la sua grandissima ammirazione.
Il terzo giorno di rivolta, le SS di Stroop cominciarono a radere sistematicamente al suolo il ghetto, edificio per edificio, per costringere gli assediati ad uscire allo scoperto e a nulla servirono gli assalti sporadici dei combattenti della Resistenza ebraica, tutti uccisi durante l’attacco al bunker di comando.
Il 16 maggio 1943 come simbolo della vittoria tedesca Stroop ordinò la distruzione della Sinagoga Grande di via Tlomacki, insieme a quella del ghetto.
Secondo il rapporto inviato al comando, Stroop dichiarò di aver catturato durante la rivolta 56.065 ebrei, poi uccisi nelle camere a gas al loro arrivo nei campi di sterminio, distrutto 631 bunker e ucciso fino a 7.000 persone.
Questi numeri riportati dalle fonti storiche trovano riscontro nella descrizione riferita dallo stesso autore del massacro al compagno di cella Moczarski a proposito di quella che in codice era stata chiamata la “Grande operazione”, culminata con l’esplosione della più grande sinagoga della città ed enfatizzata come di consuetudine dal regime con evidente intento propagandistico.
Le parole di Stroop non facevano altro che ribadire con enfasi l’adesione ai principi enunciati dalle leggi di Norimberga nel settembre 1935, emanate dal congresso generale del Nsdap (Partito Nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi) e approvate dal Reichstag che ufficializzarono la sistematica persecuzione degli ebrei, con il passaggio dell’antisemitismo nazista dalla dimensione culturale e sociale a quella biologica.
La premessa del Reichstag all’approvazione delle leggi è infatti chiarissima:
«Legge per la protezione del sangue e dell’onore tedesco.
Pervaso dal riconoscimento che la purezza del sangue tedesco è la premessa per la conservazione del popolo tedesco ed animato dal proposito irriducibile di assicurare il futuro della nazione tedesca.
[…] 1. Sono proibiti i matrimoni tra ebrei e cittadini dello Stato di sangue tedesco o affine. I matrimoni già celebrati sono nulli anche se celebrati all’estero per sfuggire a questa legge». Tanto per citare un esempio.
Da questi principi derivarono poi le successive leggi che tra il 1938 e il 1943 alienarono la popolazione ebraica da ogni ambito della vita pubblica, relegandola ai margini della società prima e inviandola nei campi di sterminio poi.

STROOP.600
Jürgen Stroop

Jürgen Stroop fu condannato a morte inizialmente dagli americani e, in seguito, dalle autorità polacche che eseguiranno la sentenza. Ancora qualche giorno prima della morte Stroop disse che non provava rimorsi di coscienza, perché le sue vittime erano ebrei, persone senza dignità e senza onore ma in cella teneva la sacra Bibbia e, come dichiarò nella sua testimonianza, prima di mandare i suoi uomini all’attacco era solito fare il segno della croce, da buon cristiano.
Fu arrestato dagli americani nel maggio 1945, processato dal tribunale militare americano a Dachau e condannato a morte il 21 marzo 1947 per l’uccisione di alcuni aviatori alleati. Prima che la sentenza venisse eseguita, però, venne estradato in Polonia, dove fu nuovamente processato e condannato a morte da un tribunale polacco per il ruolo avuto nella distruzione del ghetto di Varsavia. La sentenza venne pronunciata il 18 luglio 1951 e Stroop fu impiccato il 6 marzo 1952 nello stesso luogo dove era sorto il ghetto.

Per approfondire:
Enciclopedia dell’Olocausto
http://www1.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultura/200903articoli/41520girata.asp
Vittorio Vidotto (a cura di), Atlante del Ventesimo secolo. I documenti essenziali 1919-1945
R. Roveda, Gli ebrei, l’antigiudaismo e le leggi razziali in http://www.giornalismoestoria.it/gli-ebrei-lantigiudaismo-e-le-leggi-razziali/https://www.jewishvirtuallibrary.org/the-stroop-report-may-1943

 

 

Articolo di Marina Antonelli

zjHdr1YM.jpegLaureata in Lettere, appassionata di ricerca storica, satira politica e tematiche di genere ma anche letteratura e questioni linguistiche e sociali, da anni si dedica al volontariato a favore di persone in difficoltà ed è profondamente convinta dell’utilità dell’associarsi per sostenere i propri ideali e cercare, per quanto possibile, di trasformarli in realtà. È autrice del volume Satira politica e Risorgimento. I giornali italiani 1848-1849.

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