In viaggio verso Itaca con Costantino Kavafis

In una delle ultime lezioni in presenza di quest’anno scolastico amputato, un mio studente mi ha chiesto a bruciapelo quale fosse il/la mio/mia poeta preferito/a, io ho glissato sempre timorosa di condizionare il percorso poetico di ciascuno/a di loro, ma lui ha rilanciato domandandomi allora quale fosse a mio giudizio il/la poeta più grande di tutti i tempi, quello a cui non si può rinunciare. Allora io ho pensato all’Europa, al Mediterraneo e all’antichità e gli ho risposto che forse è Omero, quel cantore cieco, esistito oppure no, ancora non sappiamo con certezza e forse mai lo sapremo, ma con cui un po’ tutta la grande poesia si è dovuta confrontare. Se ci pensiamo bene, Omero è antico, ma anche estremamente moderno, come solo i/le più grandi sanno essere; direi che forse può essere considerato anche post-contemporaneo per come descrive la fine di un mondo, quello dei Troiani, a causa di un nemico invisibile che si nasconde, a loro insaputa, dentro il cavallo di legno, anche se alcuni contestano la traduzione di questo passo, come del resto lo è anche il nemico che ha travolto la nostra civiltà negli ultimi due mesi e che si nasconde tra di noi, forse malati ed inconsapevole veicolo di contagio, e ciò ci costringe all’isolamento e alla reclusione. Se è esistito, Omero è vissuto in un’epoca che alcuni definiscono Medioevo Ellenico, caratterizzata da luci e ombre, durante la quale avrebbe composto, e anche qui il condizionale è d’obbligo perché c’è chi contesta la veridicità di questa supposizione, una poesia destinata a rimanere in eterno, influenzando tutta la produzione successiva antica e moderna. Mi piace riconoscere in Omero il fatto di essere stato il primo grande poeta europeo, vissuto in un’epoca decadente e cresciuto in quello che sarebbe diventato il cuore della nostra civiltà occidentale; molti elementi lo accomunano ad un altro poeta a cui si può riconoscere un’identità profondamente europea, anch’egli cantore di un mondo in crisi, in procinto di essere invaso dai barbari e di dissolversi, come avrebbe scritto in uno dei suoi più intensi componimenti Aspettando i barbari: si tratta di Costantino Kavafis che nacque e morì lo stesso giorno e mese, il 29 aprile, rispettivamente del 1863 e del 1933.

FOTO Costantino Kavafis
Costantino Kavafis

Kavafis condivise con un altro poeta, anche lui molto europeo pur riconosciuto come uno dei nostri cavalli di razza, Giuseppe Ungaretti, la città di nascita e di formazione: Alessandria d’Egitto, cosmopolita, fucina di lingue, culture e popoli che si incontrano e si influenzano reciprocamente in un luogo conosciuto in tutto il mondo per la sua antichissima biblioteca. Se per Ungaretti la città natale fu “un porto sepolto”, che tentò di scoprire alla ricerca di quella verità che lui solo poteva sperare almeno di sfiorare, per Kavafis fu soprattutto un approdo sicuro a cui tornare, in quel n.10 di rue Lepsius, dove trascorse gli ultimi trent’anni della propria vita, in un quartiere al confine tra la buona società e il malfamato quartiere “Massalia”, luogo di peccato e perdizione. L’essere un uomo di confine, di periferie umane più che socio-culturali, è quello che contraddistinse tutta l’esistenza di Kavafis: da una parte il tranquillo, e molto odiato, impiego statale, che lo rendeva un uomo impeccabile e benestante, privandolo però del tempo prezioso da dedicare alla letteratura; dall’altra elementi in contrasto con l’immagine del borghese rispettabile che lui voleva dare di sé: la passione per il gioco d’azzardo e per le rischiose operazioni in borsa che non lo portarono mai sul lastrico grazie alla sua capacità di godere dei vizi a piccole dosi; e poi l’omosessualità, vissuta inizialmente con dissolutezza, come lui stesso afferma, negli anni giovanili e poi in modo più intimo e privato negli anni della maturità.
L’essere nato ad Alessandria, che all’epoca faceva ancora parte dell’Impero Ottomano, fu casuale per Kavafis dal momento che i genitori erano in realtà originari di Istanbul, dove il giovane Costantino ritornò e soggiornò negli anni Ottanta dell’800 e dove “si conobbe”, per dirla con l’Ungaretti della poesia I fiumi, avendo avuto proprio lì le sue prime esperienze omosessuali e avendo scoperto, sempre in quella città, la sua passione per la poesia.
Kavafis non fu un poeta precoce: mentre suoi coetanei come D’Annunzio e Palàmas già a vent’anni avevano pubblicato raccolte significative, lui stava ancora sfiorando la poesia attraverso l’attività di traduttore che intraprese con arguzia ed intuito sperimentando l’utilizzo del verso alessandrino tipico dell’epica e della lirica popolare greca. Le sue esperienze nella traduzione gli consentirono di ideare il proprio mondo poetico che è molto intrigante e personale.
L’elemento più originale è, a mio giudizio, l’incompiutezza che coinvolge la dimensione tecnica della poesia di Kavafis; il critico Sareghiannis disse che gli aveva confidato di non essere mai riuscito a scrivere una poesia dall’inizio alla fine, ma lavorava su tutte contemporaneamente oppure le lasciava incompiute e poi le riprendeva a distanza di anni; ma sono originali anche le tematiche. Se prendiamo l’amore, chiave fondamentale della sua lirica, scopriamo che quello che prova e canta è un amore omosessuale che, accettando le convinzioni e le convenzioni sociali della società borghese, mai messe in discussione, resta incompiuto o solo fugacemente soddisfatto come si legge in Come tutto è iniziato: ciò che si realizza è l’atto fisico da cui si ricava un piacere illecito, non certo un sentimento che viene condannato dalla società e che per questo rende «un po’ inquieti» gli amanti del testo, «quasi che sospettino di avere indosso qualche cosa/ che tradisca il genere di letto su cui si sono appena sdraiati». Un amore inutile, improduttivo, immorale per la società in cui vive Kavafis, ma immortale per il suo essere il soggetto di una poesia che lo celebrerà in eterno come dice lo stesso autore nella chiusa della lirica precedente: «Ma che guadagno per l’artista! / Domani o domani l’altro, o tra chissà quanti anni, / scriverà i versi, forti, che qui hanno avuto origine». Quella di Kavafis è una poesia che non si arrende, che vive di un’eterna tensione come in Cose nascoste, in cui non si risparmia dal sostenere che: «Un giorno, in una società perfetta, / un altro che sia fatto come me / di certo apparirà e sarà libero».
L’incompiutezza convive con un’altra sensazione che emerge dalla lettura delle sue opere: la precarietà da intendersi come una lenta, costante attesa di una sciagura imminente come quella che è evidente in Aspettando i barbari, un capolavoro in cui il poeta condensa il senso della fine di un mondo con il bisogno della catastrofe, dell’invasione distruttrice di qualcosa o qualcuno che consenta di ritrovare lo stimolo e la forza di rigenerarsi. Bastano i versi conclusivi per comprenderne la forza: i barbari non arriveranno, dovrebbero essere tutti sollevati, ma in realtà non lo sono, anzi aleggia un’angosciosa preoccupazione e ci si domanda: «E ora che ne sarà di noi, senza più i barbari? / Questa gente, in fondo, era una soluzione».
La consapevolezza della mancanza di una soluzione è forse l’elemento dominante degli eroi, o meglio antieroi, della lirica di Kavafis che in questo riprende l’antica tragedia greca, in cui i protagonisti sono costretti a compiere azioni riprovevoli e ad essere puniti dagli dei, si pensi ad Edipo che inconsapevolmente uccide il padre e commette incesto con la madre per poi subirne la punizione; ad Oreste che, per vendicare il padre Agamennone, dovrebbe uccidere la madre e, se non lo farà, dovrà sopportare l’ira di Apollo che glielo ordina e molti altri esempi. Ciò su cui Kafavis fa leva però sono i dilemmi da cui i suoi personaggi sono sopraffatti, costantemente divisi, spesso inconsapevolmente, tra la legge degli uomini e la legge di natura: è quello che accade al suo Edipo travolto dalla Sfinge, lungo la strada che lo porterà a Tebe; in quell’attimo in cui viene assalito, il giovane non ha paura, non la teme perché sa che la vittoria è dalla sua; ma dopo, allontanandosi, sente con chiarezza «che la Sfinge gli parlerà di nuovo, / ponendogli enigmi assai più grandi, / che non hanno risposta». Questa infelice condizione è anche quella di Cesarione, a cui Kavafis dedica una lirica. Figlio di Cleopatra e Giulio Cesare, sarà associato al trono e regnerà sull’Egitto un solo mese con il nome di Tolomeo XV dopo la morte della madre. La sua colpa era solo quella di essere figlio, bastardo, di un Cesare morto senza eredi diretti legittimi; quella sua condizione naturale non era accettabile per l’ambizioso Ottaviano Augusto e la legge degli uomini ne decise la morte. Kavafis si rivolge direttamente a quel giovane, bello come la madre Cleopatra, e gli dice: «pallido e stanco, eppure splendido nel tuo dolore, / e con la speranza ancora che ti avrebbero / compatito i miserabili, che mormoravano: / Meglio non avere troppi Cesari». Sono quindi i vinti, ma pieni di speranza, i personaggi prediletti di Kavafis, quelli che «danno il loro contributo, per quel che possono: / dicendo sempre il vero, senza odio / nei confronti dei mentitori» come in Termopili, dove vengono celebrati quelli che nella loro vita decisero di presidiare questo passo e ai quali vanno tributati più onori per il fatto che: «alla fine arriverà Efialte / e i persiani, alla fine, passeranno».
Itaca è la poesia che non manca mai quando inizio a parlare alle mie classi di linguaggio poetico, quella che ho letto ad alta voce a chi ho amato, quella che per me è Kavafis, l’unica che dedica al personaggio omerico più famoso e conosciuto: Ulisse, l’uno, nessuno e i centomila, col quale da secoli ci confrontiamo. La lirica è un augurio a chi intraprende un viaggio verso Itaca perché esso sia lungo e permetta di visitare tanti porti, di conoscere tanti popoli, di acquistare madreperle, coralli, ambre, ebani e profumi. Imparare da tutti gli incontri fatti e non aver fretta di accelerare il viaggio sono le chiavi per godere pienamente della straordinaria esperienza a cui Kavafis chiama tutti noi facendoci diventare viandanti.

FOTO Itaca
Itaca

Itaca non arricchirà chi avrà  intrapreso la navigazione e per questo non bisogna sentirsi ingannati / e perché: «ora sei diventato sapiente, e hai tanta esperienza / che avrai capito, ormai, cosa significano le tante Itache». Il senso profondo del viaggio verso Itaca è espresso nei primi versi della lirica che si collegano simmetricamente alla chiusa appena citata e cioè che i veri sabotatori di questo viaggio non sono i Lestrigoni e i Ciclopi, nemici di Ulisse, ovvero ostacoli esterni. I veri ostacoli, i mostri che ciascuno / a di noi affronta sono per Kavafis nascosti dentro l’anima, ce li portiamo dentro e sembra che il poeta ci voglia suggerire ancora una volta che una soluzione non ci sia se non nel tentativo costante e continuo di godere di quell’attimo che si colloca tra il desiderio e il suo compimento, anche se quel compimento non dovesse arrivare.

 

 

Articolo di Alice Vernaghi

Lh5VNEop (1)Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

 

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