Veronica Franco, la cortigiana

Valeria Palumbo, Veronica Franco. La cortigiana poeta del Rinascimento veneziano, Enciclopedia delle Donne, 2020

Il volume di Valeria Palumbo si presenta come una biografia, ma è riduttivo considerarlo tale, trovo invece che sia un affresco colorato e vivace di un Rinascimento al femminile poco conosciuto. In una Venezia in cui il mare «s’insinua a lei per infinite strade» e di cui l’autrice ci parla con dovizia di particolari, ci troviamo immerse/i fra calli e canali in una città all’apogeo del suo splendore, ma con già i primi sintomi di quella lenta e inesorabile decadenza determinata dallo spostamento dei traffici commerciali dal Mediterraneo all’Atlantico. In questo luogo così unico, Palumbo ricostruisce la vicenda di Veronica Franco cercando di raccontarne la storia attraverso una dettagliata ricostruzione storica che parte da documenti d’archivio, fra cui i testamenti, fonti vive e dirette dell’esperienza di vita quotidiana, redatti molto frequentemente dalle donne, in genere prima del parto di cui all’epoca si moriva spesso, e che sono anche «piccoli manifesti di proto femminismo». Durante tutta la lettura, mi sono domandata ripetutamente chi fosse la protagonista del libro e ad ogni capitolo mi sono data una risposta diversa: quello che lei stessa non rinnegò mai fu comunque la sua professione e cioè il fatto di essere una cortigiana. La parola al femminile è sinonimo di prostituta, chissà perché però il maschile non ha in sé questa valenza così dispregiativa, anzi il cortigiano, se poeta o artista soprattutto, godeva in epoca rinascimentale del riconoscimento e dell’apprezzamento pubblico. Ben altra era la sorte delle poete-cortigiane come Veronica Franco che fa parte di quel folto gruppo di donne che, con la loro attività intellettuale, contribuirono e parteciparono al Rinascimento scontrandosi con i limiti e i pregiudizi dell’epoca che impedirono loro di poter ricoprire professioni di alto livello. Quando secoli dopo Virginia Wolf avrebbe affermato che «una donna deve avere soldi e una stanza tutta per sé se vuole scrivere romanzi», avrebbe centrato perfettamente la questione che afflisse per secoli il genere femminile a cui erano precluse quelle attività d’intelletto che avrebbero potuto garantire il sostentamento e contemporaneamente l’autonomia e la libertà di pensiero. All’epoca di Veronica Franco o le donne disponevano di un patrimonio, che avrebbe permesso loro di dedicarsi all’attività artistica prediletta, oppure erano costrette ad accettare un matrimonio combinato o addirittura la monacazione, il più delle volte forzata. Molte furono quelle che per continuare a coltivare la propria passione artistica e riuscire a mantenersi furono costrette alla prostituzione: Franco fa parte di questo gruppo, una cortigiana, avviata alla professione dalla madre, esercitata anche da lei, ma “onesta”, come ribadisce continuamente la stessa Palumbo, in quanto non negò o rinnegò mai la sua professione anche quando diventò una delle donne più colte dell’epoca, un’abile poeta, nonché una fervente nazionalista, tanto che gli uomini alla guida delle istituzioni veneziane fecero ricorso a lei per intrattenere personaggi illustri fra cui il futuro Enrico III di Valois per carpirne i segreti, rendendola una Mata Hari ante litteram.
Nata nel 1546, la Veronica Franco raccontata da Valeria Palumbo appartiene ad una famiglia “borghese”, che può provvedere all’educazione dei figli e delle figlie, e la fortuna della protagonista è proprio quella di avere solo fratelli in modo da essere associata a loro nell’educazione, ma la giovane fanciulla venne comunque avviata alla prostituzione e fatta sposare con un medico: le due cose non sono contradditorie in quanto un matrimonio di convenienza serviva alla famiglia prima e alla cortigiana dopo per cercare di nascondere davanti all’autorità pubblica la professione esercitata che era perseguita dalle istituzioni. Per il livello culturale raggiunto probabilmente Franco aveva proseguito gli studi come autodidatta anche se fondamentale fu l’accesso ai circoli culturali veneziani, descritti con molta attenzione dall’autrice del libro soprattutto quello in cui fu ammessa la giovane poeta e tenuto dal suo futuro mecenate, il nobile Domenico Venier, che comprese immediatamente le doti artistiche della donna. Ai salotti letterari veneziani erano ammesse le cortigiane “oneste” e in questo si può individuare quello che Palumbo definisce la doppia morale del Cinquecento veneziano: da un lato vi erano pubbliche prese di posizione di letterati, prelati e uomini di potere contro la prostituzione perseguita, come viene ampiamente trattato nel volume, anche dalle pubbliche istituzioni; dall’altro le cortigiane “oneste” erano protagoniste degli ambienti culturali dell’epoca e, quando non esercitavano l’attività artistico-letteraria, diventavano muse e modelle dando i lineamenti dei propri volti alle sante, alle madonne e alle maddalene di Tiziano, Tintoretto e Palma il Vecchio.
Questa duplicità è evidente anche nella vicenda personale di Veronica Franco: apprezzata poeta ed anche musicista, ma oggetto di ingiurie ed insulti da parte di una schiera di colleghi-poeti che mal sopportavano, come sostiene Palumbo, la concorrenza femminile, oppure erano profondamente misogini, come quel Pietro Aretino che ricorre spesso nel testo. È il caso della tenzone di Veronica Franco con Maffio Venier, che occupa una parte del volume e mostra l’abilità oratoria, l’astuzia e l’ironia con cui la donna seppe affrontare le offese a cui era pronta a rispondere non solo con la sua arguta penna, ma ipotizzando anche un duello di spade, che non si tenne mai, con un padrino d’eccezione, Marco Venier, uno dei grandi amori di Franco a cui dedicò memorabili versi.
Uno degli elementi più innovativi della produzione letteraria di Franco, come fa notare Palumbo, non è lo stile o la lingua utilizzata, ma i contenuti presenti sia nelle Terze Rime che nelle Lettere, le due opere principali della poeta di cui l’amore è sicuramente il tema prediletto. Quello su cui punta molto l’autrice è sottolineare come l’intera prima produzione di Franco sia caratterizzata da una gioiosa vitalità nel vivere l’amore e che questo fosse strettamente connesso al piacere sessuale, il tutto visto in chiave femminile. Indubbiamente Veronica Franco considerava la sua professione come un fardello spesso insopportabile, ma questo non le impediva di vivere pienamente la passione amorosa e non la privava della dignità e dell’autonomia di essere ammiratrice della virtù e delle persone virtuose come sostiene in questa affermazione illuminante per capirne la personalità: «e se non sono virtuosa in me stessa, sono almanco amatrice delle virtù nelle persone che ne sono adornate». Palumbo aggiunge inoltre che nella poesia di Franco si assiste ad un ribaltamento di ciò che ci si aspettava da una donna quando la cortigiana veneziana arriva a rivendicare il proprio diritto di esprimere desideri, sentimenti e di un piacere fisico che non voleva solo elargire, ma anche ricevere sottolineando con sensualità, e mai con volgarità, come l’intesa fisica diventasse ancora più appagante e soddisfacente quando si univa ad una forte condivisione intellettuale. Ecco perché Veronica Franco amava circondarsi di uomini dotti ed eruditi di cui diceva che non poteva esimersi dall’innamorarsi e, nonostante la sua professione, non fu immune da pene e sofferenze d’amore che fanno virare la seconda parte della sua produzione poetica verso una visione della vita meno gioiosa e connotata da un senso di sofferenza e di precarietà piuttosto marcato.
Valeria Palumbo non si accontenta però di tratteggiare il carattere della sua Veronica Franco, ma ci offre due importanti quadri, che si sovrappongono: quello relativo alla condizione delle cortigiane e quello raffigurante le poete italiane del ‘500. Delle prime l’autrice mette in luce soprattutto le dure condizioni di vita e di lavoro, anche per quelle che vengono definite “oneste”, con una professione che veniva avviata all’età di 12/13 anni e una concorrenza spietata che portava solo poche ad affermarsi negli ambienti altolocati grazie non solo alla bellezza, ma anche e soprattutto alle doti quali ingegno e intelligenza. A ciò si aggiungeva la precarietà della professione: un protettore illustre poteva abbondonare la propria favorita oppure una malattia limitarne irrimediabilmente il lavoro, si pensi alla diffusione capillare della sifilide nella seconda del ‘400 paragonata da Palumbo all’Aids, o ancora ad epidemie come quella di peste che interessò Venezia nel 1575, mettendo in ginocchio l’economia della Repubblica e la stessa Veronica Franco che all’epoca aveva cinque figli da mantenere. Palumbo non dimentica poi di evidenziare come la prostituzione fosse spesso oggetto di violenze indiscriminate come gli stupri collettivi, la cosiddetta “pratica del trentuno”: così viene tristemente definito il crimine commesso da gruppi di giovani nobili che violentavano ripetutamente e impunemente le prostitute concentrando in poche ore i rapporti che le stesse avrebbero dovuto avere in un mese. A ciò si aggiungevano anche i processi di stregoneria organizzati dall’Inquisizione, uno dei quali ebbe come protagonista la stessa Franco che riuscì a salvarsi grazie alle sue abilità oratorie e alle amicizie influenti.
Molto dettagliata e accurata è pure la sezione dedicata alla letteratura femminile cinquecentesca di cui Palumbo delinea biografie, ma anche tematiche e raccolte che sinceramente non conoscevo, mi consola il fatto che sia un male comune dal momento che l’oblio è l’atteggiamento che la critica letteraria ha riservato spesso a poete come Veronica Franco, ricordata per la sua professione, i suoi amori o presentata dalla storiografia statunitense di genere, in modo un po’ forzato, come la paladina dei diritti delle donne e delle libertà sessuali, ma non per il suo valore artistico.
Credo allora che questa intensa e appassionante lettura mi abbia lasciato soprattutto un desiderio profondo di cambiamento del canone letterario scolastico al fine di inserirvi di diritto scrittrici che meritano di condividere le prime pagine delle letterature insieme ai nomi di Ariosto e di Tasso e non i capitoli di approfondimento presenti solo in alcuni testi più attenti di altri alla letteratura femminile. Penso che sia l’unico modo per realizzare appieno quello che diceva Franco di sé: «se la mia fortuna il comportasse, io farei tutta la mia vita e spenderei tutto ‘l mio tempo dolcemente nelle accademie degli uomini virtuosi». Visto che il suo destino non le ha permesso di realizzare questo sogno, possiamo almeno provarci noi facendo spazio a lei e alle sue sorelle di penna nei nostri programmi ministeriali e nelle nostre letterature.

libro copertina

 

 

Recensione di Alice Vernaghi

Lh5VNEop (1)Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

 

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