Ernesta Bittanti Battisti, non solo moglie e vedova

«Custode fiera fedele della memoria dell’eroe/combattente animosa irriducibile/di tutte le battaglie della libertà» è Ernesta Bittanti Battisti nelle parole di Ferruccio Parri (1890-1981), che ne sintetizzano alcuni tratti essenziali: compagna di ideali e lotte del marito di cui conserva e trasmette l’eredità, difendendola dai ripetuti tentativi di strumentalizzazione operati dal fascismo, coraggiosa intellettuale antifascista, e donna profondamente libera; fra le prime venti a laurearsi in Italia e fra le prime a guidare l’automobile. L’emancipazione femminile e il diritto di voto alle donne, la decisa lotta all’antisemitismo, l’attenzione costante ai problemi dell’educazione e l’affermazione dei principi democratici di giustizia e libertà costituiscono i capisaldi della sua vita e della sua opera. La sua lunga esistenza si snoda fra due secoli, fra due guerre, fra due epoche; questa «donna di fine secolo» è anche «l’ultima donna del Risorgimento», che vede nel movimento partigiano la ripresa della corrente democratica e popolare del Risorgimento, sulla scia della concezione mazziniana e garibaldina e, alla fine della sua vita, confida alla figlia il proprio sogno di un’Europa finalmente unita e rappacificata. Ernesta nasce a Brescia il 5 maggio 1871, settima figlia di Luigi Bittanti e Giuditta Rivara. Il padre, originario di Cremona, noto fisico, e autore del trattato Di Niccolò Tartaglia, matematico bresciano, è professore di matematica al liceo classico «Arnaldo» di Brescia, mentre la madre proviene da una famiglia di tradizione repubblicana e risorgimentale e è stata infermiera di guerra nel 1859. Dopo pochi anni Ernesta si trasferisce, trascorrendo l’infanzia e l’adolescenza tra Cagliari, prima bambina a essere iscritta al ginnasio-liceo statale nel 1882, e Cremona, città in cui frequenta il liceo, al seguito del padre insegnante di matematica e fisica e preside, per poi approdare a Firenze per gli studi universitari e laurearvisi. La casa fiorentina che condivide con le sorelle Irene e Rosa e il fratello Cesare in via lungo il Mugnone diventa ben presto un ritrovo delle giovani menti più brillanti – tra cui la cerchia dei fratelli Ugo Guido (1875-1958) e Rodolfo Mondolfo (1877-1976), di Alfredo Galletti (1872-1962), di Gennaro Mondaini (1874-1948) – e è il luogo dell’incontro con Gaetano Salvemini (1873-1957), che le resterà amico fino alla morte e che, nel 1949, dirà di lei: «L’Ernestina era assai più colta di me. Fu lei che mi rivelò i romanzieri russi. Fu lei che mi fece conoscere la Rivista di Filosofia scientifica», oltre che con il giovane studente trentino Cesare Battisti (1875-1916), per parte di madre, Maria Teresa Fogolari, di famiglia nobile e irredentista: sui zio Luigi era stato condannato a morte per cospirazione e poi graziato. I due si sposano poi civilmente a Palazzo Vecchio nel 1899, causando un certo scandalo. Dopo la laurea, comincia a insegnare al liceo Galileo Galilei di Firenze nel 1896, ma nel 1898 è destituita dall’incarico e allontanata da tutte le scuole del regno, per motivi di non meglio precisato ordine politico. Nel marzo 1897 fonda a Firenze la «Lega di Tutela degli Interessi femminili», di cui diviene segretaria, impegnandosi nella difesa del lavoro delle donne e dei loro diritti. La giovane donna, di formazione cattolica, abbandona la fede già a sedici anni, per accostarsi con entusiasmo al positivismo spenceriano e al socialismo durante gli anni universitari e restare fiera custode e paladina della laicità e dei diritti per tutta la vita. Scrive ad esempio in una lettera del 1948: «…L’attuale invadenza del principio confessionale nella scuola nazionale, a cui fu spalancata la via dalla votazione di più di un articolo fondamentale della Costituzione, mi appare funesta al sereno svolgersi delle attività dello spirito e quindi della cultura e quindi della civiltà, quanto il fiorire (pure favorito dall’attuale Costituzione) degli istituti privati del clero». Dopo il matrimonio si trasferisce a Trento con il marito e insieme fondano il quotidiano «Il Popolo», la rivista popolare «Vita trentina» e la rivista scientifica «Tridentum», cui collabora con articoli su vari argomenti, che rivelano tutti grande sapere e grande impegno civile.

FOTO 1, Ernesta

Spesso Ernesta sostituisce Cesare nella conduzione del «Popolo», a causa delle sue frequenti assenze per la sua attività, sia di geografo, sia di deputato al Parlamento di Vienna, cui è eletto nel 1911, e alla Dieta di Innsbrück, cui è eletto nel 1911, senza contare i periodi trascorsi in carcere. Nelle pagine del giornale trovano spazio articoli di scienza e letteratura, politica e cronaca, ma soprattutto temi civili che riguardano la libertà religiosa, la lotta contro il militarismo, l’abolizione della pena di morte, la campagna a favore del divorzio, la questione femminile, e Ernesta scrive pure di automobili, salutando sia l’arrivo della prima autoambulanza in campagna, voluta dall’Automobile Club di Milano, sia l’introduzione del tassametro, costruito a Berlino e adottato dalla società Omnibus e Vetture sempre a Milano. Non solo scrive di automobili, con sensibilità sociale e pragmatismo si attiva per un servizio di autoambulanza per i poveri in caso di emergenza. Inoltre si deve a lei la ricerca su ebree ed ebrei, accusate/i nel 1475 di aver ordito un sacrificio umano teso a irrorare col sangue di un bambino le azzime pasquali, che scatena un duro  scontro con la destra cattolica devota a san Simonino, il nome del piccolo presunto martire. La giornalista e militante socialista si occupa anche della condizione del personale di servizio femminile, proponendo alla Camera del Lavoro di stabilire diritti e doveri della categoria e di istituire una scuola professionale che conferisca al lavoro di domestica la dignità di qualsiasi altra professione. In poco tempo il quotidiano, fondato nel 1900 proprio su proposta di Ernesta al secondo congresso del Partito socialista trentino, si inserisce in un clima culturale cosmopolita ma, nei suoi quattordici anni di vita, la censura imperial-regia lo sequestra trecento volte, poiché, con le sue inchieste precise, documenta e denuncia la miseria del proletariato, le carenze igienico-sanitarie e la carenza delle comunicazioni, smentendo la presunta efficienza amministrativa dell’Austria. Nel marzo 1906 Bittanti avvia una campagna a favore del divorzio, in aperta polemica con la Chiesa, e, per tutta risposta, la processione della Madonna pellegrina si ferma tutti gli anni davanti al suo portone, a Trento, per invocare il perdono per lei, considerata donna perduta e senza dio. Nonostante i tre figli – Gigino nato nel 1901, Camillo nel 1907 e Livia nel 1910 – lei continua a scrivere e il 31 dicembre 1908 parte per portare aiuti ai terremotati di Messina e raccontare la tragedia ai lettori, ma non riesce a raggiungere la città siciliana a causa del caos delle ferrovie, divenendo, comunque, di fatto, la prima corrispondente del giornalismo italiano. Le pubblicazioni del «Popolo» durano fino alla vigilia della Prima guerra mondiale quando Ernesta e Cesare, con i figli Gigino, Livia e Camillo sono costretti ad abbandonare Trento per rifugiarsi nel regno d’Italia.

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Dopo la chiusura del quotidiano, Ernesta collabora con diverse testate giornalistiche nazionali e non. Il marito, prima di arruolarsi volontario nel 1915, svolge in Italia la sua campagna per l’intervento in guerra, mentre Ernesta riprende a insegnare; nel ’14-’15 nell’istituto tecnico di Treviglio e successivamente all’istituto magistrale di Padova, anche dopo l’impiccagione del marito nella Fossa dei Martiri del Castello del Buonconsiglio a Trento, il 12 luglio 1916, fino alla disfatta di Caporetto, quando le autorità militari la sollecitano a abbandonare la città. Nell’immediato dopoguerra appoggia l’impresa di Fiume, cui partecipa il figlio primogenito Luigi, considerandola un apporto contro la prepotenza degli Alleati verso l’Italia e non un assalto contro il potere dello Stato, come in realtà è. Tuttavia non può essere certamente accusata di collusione con il fascismo: in risposta agli auguri per il natale del 1922 di Benito Mussolini (1883-1945), da poco diventato «Duce», scrive nel gennaio 1923 una lettera durissima, alla quale il destinatario non risponde, in cui afferma tra l’altro: «Non so quanti rappresentanti del popolo italiano che voi schiaffeggiaste col vostro disprezzo, non so quanti e come abbiano misurato il fallimento e lo schianto. Ma ebbero i brividi sotto terra i costruttori di questa Italia, pensatori, martiri e soldati di un secolo intero». Per Telesio Interlandi (1894-1965), direttore della «Difesa della razza» dal 1938 al 1943, Ernesta Bittanti è una «pecora matta» perché osa sottrarsi al conformismo alimentato dal regime. Per lei la trasformazione del marito in protomartire del regime costituirebbe sicuramente fonte di benefici, ma non acconsente a questa operazione, anzi rifiuta i vantaggi della beatificazione laica di Battisti per riaffermare la verità e la giustizia, guarda al fascismo come una radicale rottura della legalità costituzionale e rifiuta i ripetuti inviti di Mussolini a recarsi a Roma. A Trento, dopo il delitto Matteotti, redige «Viva l’Italia», un appello antifascista per la riscossa, e, in occasione di un raduno fascista, sempre a Trento, accompagnata da Piero Calamandrei, copre il cippo del marito nella fossa del Castello del Buonconsiglio e vi sosta. L’unico organo di stampa a pubblicare la notizia è il quotidiano cattolico «Il nuovo Trentino» nella cronaca cittadina il 24 giugno 1924; il giorno successivo lo stesso quotidiano pubblica con grande evidenza una lettera di Ernesta Bittanti, che motiva la propria azione in questo modo: «Il mio fu un gesto espiatorio, l’espressione della mia fiera angoscia di Italiana. Il programma del corteo fascista non portava una sosta al Castello. Ma dove Egli subì il martirio per l’Italia, ci doveva essere il segno di lutto, ci doveva essere chi piangeva, mentre altri chiamava osannando il suo nome, a sostegno di una fazione, da cui uscirono gli assassini dei cittadini e della Patria». Nel 1927invita esponenti dell’antifascismo a Trento e li aiuta a fuggire dall’Italia. In un momento di tensione politica con l’Austria, nel 1925, Mussolini decide di far edificare a Bolzano il Monumento alla Vittoria, per farlo apparire alla nazione come suggello della vittoria italiana del 1918, e commissiona a Adolfo Wildt (1868-1931) la realizzazione delle erme di Cesare Battisti, Fabio Filzi (1884-1916) e Damiano Chiesa (1894-1916), da collocare all’interno del monumento, inaugurato il 12 luglio 1928. Ernesta e i figli non partecipano alla cerimonia, poiché la figura di Cesare Battisti appare loro «posta in una luce falsa ed equivoca», come scrive la vedova in una lettera del 1947 a Piero Calamandrei (1889-1956).  Dopo il 1930, si trasferisce a Milano con il figlio Gigino. Nel 1935 ritorna a Trento per l’inaugurazione del monumento a Cesare Battisti per impedire che si faccia l’appello fascista alla salma. Riuscendovi. Nel 1936 si rifiuta di cedere la medaglia di Cesare Battisti per la campagna dell’oro alla patria, diversamente da Benedetto Croce (1866-1952) che cede la sua medaglia di senatore. Oppositrice delle leggi razziste del 1938, si cuce la stella gialla di David sul cappotto e scrive un diario, poi pubblicato col titolo Israel-Antisrael, che è una delle rare «cronache» della loro applicazione; si tratta di un provvedimento legislativo che lei reputa un ritorno al passato, un’offesa alla tradizione giuridica, una negazione del movimento risorgimentale e dell’emancipazione sociale. Nel 1939 Ernesta Bittanti infrange le leggi razziste pubblicando sul Corriere della Sera il necrologio per la morte dell’ebreo Augusto Morpurgo, figlio del suo amico Salomone. Il suo antifascismo trova «nelle leggi razziali un ulteriore, e radicale motivo di opposizione, sfociato dopo l’entrata in guerra dell’Italia nel organizzare soccorsi all’Italia, al quale rivolge un appello: «Ricordiamo, attestiamo tutte insieme la fraternità profonda di tutti gli italiani di tutte le religioni, l’amore filiale all’Italia del ramo israelitico della grande famiglia italiana». Dopo l’8 settembre 1943 fugge in Svizzera con la famiglia e da Lugano collabora con i partigiani della Val d’Ossola, con i quali combattono anche il figlio primogenito, Gigino, e la figlia Livia. Inoltre il 24 settembre 1943 chiede pubblicamente conto al governo elvetico della chiusura delle frontiere alle persone di religione ebraica che cercano mettersi in salvo e comunica che appena possibile abbandonerà la Svizzera, proposito che pone in atto subito dopo la Liberazione. Alla fine della guerra rientra a Trento, città in cui il figlio Gigino è eletto primo sindaco socialista di Trento e segretario dell’Assemblea Costituente, nella quale è entrato con le elezioni del 2 giugno, ma nel 1946 perde la vita in un incidente ferroviario. Ernesta conduce una vita sempre più ritirata, pur intervenendo nelle polemiche sull’Alto Adige in difesa delle popolazioni alloglotte, con un articolo dall’eloquente titolo «Decentramenti amministrativi: sì. Autonomie politiche: no», contro il parere di De Gasperi che era stato collega del marito al parlamento di Vienna, sebbene su posizioni diverse.

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Nel corso della sua lunga vita Ernesta Bittanti scrive moltissimo, lasciando una produzione veramente ricca e varia, in cui è centrale la passione per la cosa pubblica, e molti suoi scritti sono dedicati all’attività politica del marito, in particolare alla causa irredentista. Nutre anche viva passione e profondo interesse per gli studi umanistici, la poesia e le arti figurative, che coltiva negli anni universitari e riprende in tarda età; ci lascia, infatti, acute e sensibili note sui suoi autori prediletti – Leopardi, Pascoli, Manzoni, Dante – e riflessioni sulla «Primavera» di Botticelli. Esempio di impegno civico sono, invece, il commento al sonetto All’Italia di Filicaia, curato durante l’esilio svizzero, e In che posso ubbidirla?: divagazione sull’uso del tu, voi, lei nei Promessi sposi, del 1942, un’intelligente riflessione, non solo linguistica, e protesta contro l’imposizione fascista del «voi». Il «saggio offre non solo un’analisi linguistica raffinata ed estremamente precisa riguardo all’uso dei pronomi appellativi «tu», «voi», «lei» nei «Promessi sposi», ma anche un’interessante indagine di tipo storico e sociologico». L’analisi di Bittanti trae spunto dal testo di Manzoni per esaminare l’evoluzione del linguaggio e individuarne le ragioni storiche e sociali, offrendo in questo modo un importante documento del valore originario e storico dei vocaboli. A proposito del drammatico colloquio fra don Rodrigo e fra Cristoforo, nel sesto capitolo del romanzo, osserva Bittanti: «Il lei e il tu, così definiti e accostati e contrapposti, nell’animo di Don Rodrigo, al principio del colloquio, duellano poi fino a che il tu – contenuto dal lei per tre lunghe pagine – esplode con la prepotente villania, che pone fine al colloquio». Il tempestoso dialogo inizia con un reciproco e paritario «lei», sentito come troppo rispettoso dal frate che passa al «voi», perché ormai prova solamente disprezzo e distacco verso l’arrogante don Rodrigo. Bittanti passa poi a esaminare l’uso dei pronomi allocutivi nel Seicento, partendo da quello più diffuso, «voi», usato reciprocamente, in senso paritario e intimo, nei ceti umili e espressione di superiorità gerarchica nei casi in cui è usato dall’alto in basso, in risposta al più rispettoso «lei», e riscontra ai suoi tempi un’analogia con l’uso secentesco del «voi» come segno di superiorità sociale nei discorsi rivolti ai contadini, agli operai, ai subalterni in genere. Nei Promessi sposi il «lei» è segno di reverenza degli inferiori verso il superiore e, nella lettura di Bittanti, fornisce nei secoli successivi al Seicento una nuova espressione al «terzo stato», la classe emergente, colmando il distacco gerarchico fra «voi» e «tu». Molto più circoscritto nel mondo descritto da Manzoni è l’uso del «tu»: nelle relazioni parentali solo verso la discendenza e talvolta fra eguali di basso ceto sociale. L’autrice distingue poi tra il il «tu» paterno di fra Cristoforo a Renzo e quello altezzoso di Don Rodrigo verso il Griso, e osserva come, ai suoi tempi, l’uso del «tu» si sia notevolmente allargato nei rapporti parentali anche in linea ascendente, accogliendone con deciso favore il successo linguistico, che lo rende l’appellativo adottato insieme al titolo di «compagno» fra le masse operaie, che seguono il movimento socialista, e considerando questa semplice sostituzione linguistica del «tu» al «lei» e al «voi» come il segnale di un vero e proprio rovesciamento sociale. La sua attività cessa solo con la morte avvenuta il 5 ottobre 1957, a Trento, con la figlia e la fedele amica Bice Rizzi (1894-1982) accanto a sé. Coerente fino alla fine, Ernesta Bittanti Battisti lascia disposizione di avere funerali laici.

 

 

Articolo di Claudia Speziali

mbmWJiPdNata a Brescia, si è laureata con lode in Storia contemporanea all’Università di Bologna e ha studiato Translation Studies all’Università di Canberra (Australia). Ha insegnato lingua e letteratura italiana, storia, filosofia nella scuola superiore, lingua e cultura italiana alle Università di Canberra e di Heidelberg; attualmente insegna lettere in un liceo artistico a Brescia.

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