Femminicidi d’altri tempi, ovvero la caccia alle streghe

Tante donne innocenti morirono, tra il Quattrocento e il Seicento, a causa di un misto di superstizione, ignoranza, arroganza, con l’accusa di aver servito il diavolo e sovvertito con i loro malèfici poteri la vita delle comunità in cui vivevano, anche solo perché conoscevano e utilizzavano le erbe locali per farne decotti e curare qualche acciacco. E purtroppo i procedimenti a loro carico erano legittimati nientemeno che dall’autorità pontificia.
Nel corso dei secoli, dal 1100 circa in avanti, i papi emanarono una serie di provvedimenti contro le varie forme di devianza religiosa, dalle eresie alla stregoneria, affidando le indagini e i processi alla Santa Inquisizione, ufficializzata nel 1233 da papa Gregorio IX e affidata ai frati domenicani e francescani.
Nel 1252 Innocenzo IV con la bolla Ad extirpanda legalizzò pure la tortura quale macabro strumento per arrivare alla verità aggiungendo sofferenze su sofferenze alle malcapitate, portate di fronte agli spietati giudici anche solo sulla base di un sospetto.
Nel 1484 papa Innocenzo VIII autorizzò ad agire contro il delitto di stregoneria in alcune regioni della Germania i frati domenicani Heinrich Kramer e Jacob Sprenger, autori del terribile manuale sulla caccia alle streghe Malleus maleficarum (Il martello delle streghe). Libro che sfortunatamente diventò un vero best-seller anche nei secoli successivi, ristampato ben 34 volte fino al 1669, per un totale di 35.000 copie.

1. Malleus maleficarum
Malleus maleficarum

Anche prima della pubblicazione del manuale, però, i religiosi inquisitori mostrarono di padroneggiare assai bene le tecniche di indagine e di istruttoria processuale, come risulta evidente dalla storia delle streghe di Levone. Questa vicenda è solo una delle tante purtroppo, ma è così radicata nell’immaginario collettivo del Canavese che, ancora oggi, Levone è considerato il paese delle streghe per antonomasia, o delle masche, in dialetto piemontese.
Siamo appunto in Piemonte, dove a metà 1400 sorgevano tranquilli villaggi ai piedi dei monti: Rivara, Levone, Corio, Rocca e altri ancora.

2. I confini del Canavese
I confini del Canavese

Qui la popolazione viveva poveramente di quel poco che la terra offriva, c’era chi aveva qualche gallina, e i più fortunati una mucca o una capra per il latte.
La comunità locale era unita dalla tradizionale rete di solidarietà contadina, ci si aiutava reciprocamente e in questo modo anche i più poveri riuscivano a sopravvivere. Era gente semplice, timorata di Dio, unita oltre che dalla rete di solidarietà anche dal terrore superstizioso per la possibile presenza delle streghe: esseri demoniaci, artefici di temibili malefìci che, di volta in volta, potevano scatenare tempeste e distruggere i raccolti, oppure causavano morti improvvise spesso di neonati, o di bestiame, bene raro e prezioso per quei tempi, turbando così la comunità intera.
Spesso se ne parlava durante le veglie serali nelle stalle, tradizione contadina d’altri tempi, dove gli anziani riferivano strane visioni notturne di donne di dubbia fama, magari già chiacchierate in paese per qualche stranezza, che si inoltravano di notte nel bosco sicuramente per andare al raduno delle streghe, il famigerato sabba al cospetto del demonio. Di frequente queste creature assumevano le sembianze di gatto nero e infatti, continuavano a raccontare, si udivano talvolta musiche misteriose, rauchi miagolii e mostruose voci umane, distorte e terrificanti, e via dicendo.

3. Francisco Goya, Il-sabba-delle-streghe-goya-(1819-1823)
Francisco Goya, Il sabba delle streghe

Uno dei racconti che andava per la maggiore, tramandato di generazione in generazione, era quello della strega che, sotto forma di gatto, si introduceva nelle case per rapire i neonati e offrirli al demonio durante il sabba. I familiari nel tentativo di difendere la creatura riuscivano magari ad amputare una delle zampe o a cavare un occhio alla bestia, o a ferirla in qualche parte del corpo e, sorpresa, l’indomani si riscontravano le stesse lesioni nella persona che la vox populi considerava la strega del posto.
Evidentemente il fenomeno era particolarmente sentito poiché, nei primi anni del Quattrocento, in tutto il Canavese la caccia alle streghe legalizzata si intensificò al punto che gli statuti di San Giorgio Canavese nel 1422 prevedevano una multa 50 lire per le accusate di stregoneria. Era una cifra assolutamente impossibile da pagare e l’unica alternativa era il rogo, come accadde a Levone.
L’11 agosto 1474 iniziò il processo del Tribunale dell’Inquisizione presieduto dal «venerabile professor di canoni in ambe leggi» Monsignor Francesco Chiabaudi e dall’Inquisitore domenicano Michele de Valenti contro quattro donne di Levone: Antonia, moglie di Antonio de Alberto, Francesca, moglie di Giacomo Viglone, Bonaveria, moglie di Antonio Viglone, Margarota, moglie di Antonio Braya, alle quali furono contestati ben 55 capi d’accusa. Tra questi i reati di malefìci, stregoneria, incantesimi, eresie, omicidi, come ad esempio recitava il capo d’accusa n. 6: «D’avere la predetta Francesca, secondoché essa stessa aveva confessato, tenuto un certo unguento datole dal di lei maestro ed un bastoncino, ogniqualvolta ungeva il quale si trovava, colla comitiva degli altri, talvolta a Venezia, talaltra a Pavia, ad Ivrea ed in molti e diversi altri luoghi lontani, ove tutti insieme commettevano vari ed infiniti mali.»
Tutti e 55 i capi d’accusa terminavano con una formula che la dice lunga sulla scientificità dei procedimenti di indagine adottati per accertare la verità. La formula recitava infatti: «e questo è vero, notorio e manifesto, come lo dimostrano la fama e la voce pubblica».
Questo stava a significare che le malcapitate venivano mandate a morte dopo aver subito atroci torture solo sulla base delle chiacchiere della gente del posto, gente ignorante e facile preda delle superstizioni o semplicemente animata da invidia o risentimento.
Davanti ai giudici le accuse trovavano quasi sempre riscontro nelle numerose dichiarazioni dei presunti testimoni, “persone veridiche e degne di fede”, più che altro terrorizzati dagli scenari demoniaci che venivano evocati e descritti in sede processuale e da essi confermati pur di tornare al più presto alla loro serena quotidianità.
L’esito di questi processi era purtroppo scontato, poiché gli Inquisitori  «facevano confessare ciò che si voleva». Infatti a Rivara nei tre mesi intercorrenti tra la celebrazione del processo e l’esecuzione della sentenza, le imputate furono sottoposte alle peggiori torture, secondo il manuale del perfetto inquisitore, allo scopo di ottenere una “spontanea” confessione. Cosa che quasi sempre avveniva non fosse altro per porre fine alle atroci sofferenze inflitte da questi difensori della legge e della fede, senza che ciò mutasse il corso degli eventi. Il finale era sempre lo stesso e si chiamava rogo.
Nel nostro caso, l’inquisitore Chiabaudi, nella splendida cornice di una delle eleganti sale del castello di Rivara, il 5 di novembre, alla presenza dei nobili locali e numerosi testimoni sia laici che religiosi, pronunciò la sentenza di morte per le “ree confesse”, affidandole al braccio secolare nella persona del Podestà di Levone per un’ulteriore, quanto ipocrita, fase del processo secondo quanto prescritto dalla legislazione sabauda del tempo, che ovviamente non aveva fatto altro che confermare quanto già stabilito dall’Inquisizione.

4. Castello di Rivara
Il castello di Rivara

Il 7 novembre fu eseguita la sentenza e nell’area denominata Prato Quazolo morirono Antonia de Alberto e Francesca Viglone.
Le altre due donne arrestate ebbero sorti diverse: Margarota riuscì a fuggire mentre era prigioniera nelle carceri del castello di Rivara, fuga che fu imputata all’intervento del demonio in persona e di cui non si conobbero mai i particolari. Bonaveria invece pare avesse resistito più a lungo alle torture che si protrassero sino al gennaio del 1475; ma finì anch’essa sul rogo.
Un punto in comune della maggior parte di questi processi è la scoperta di un gran numero di “complici”, nomi che venivano sussurrati o gridati durante le torture magari solo come invocazione ma che i giudici interpretavano come atto di accusa. Nella stessa zona, due anni prima si era svolto un analogo processo concluso con la condanna a morte di tre sventurate le quali, nell’agonia della tortura, nominarono chissà per quale motivo le donne di Levone e una di queste era proprio la figlia di una delle poverette. Il processo di Levone dunque fu imbastito sulle “testimonianze” delle imputate del precedente, perpetuando così una lugubre e infinita catena di omicidi a carico di donne che talvolta avevano l’unica “sventura” di avere i capelli rossi o di aver seppellito il gatto di famiglia, deceduto per cause naturali, sotto un albero particolare.
E ora un paio di curiosità.
La prima è l’influenza delle masche sulla toponomastica, infatti, un po’ ovunque nel mondo e specie in zone boschive, si trovano luoghi denominati Roc (grossa roccia) d’le masche, Bric (poggio) d’le masche, Pian delle streghe.
La seconda è un tributo alle quattro sfortunate donne di Levone promosso dal titolare dell’azienda vitivinicola Le Masche, nata da alcuni anni sulle colline di Levone, che ha deciso di etichettare i propri vini con i nomi delle vittime di quella brutta storia. Semplicemente per ricordarle.

5. VINO
I vini dell’azienda Le Masche

Per saperne di più:
P. Vayra, Le streghe del Canavese, Piemonte in bancarella, Torino, 1970
E. Galavotti, Dal feudalesimo all’umanesimo, Independently published, 2019
G. Romeo, Inquisitori, esorcisti e streghe nell’Italia della Controriforma, Laterza, Bari, 2006
Curiosità e ricerche di Storia Subalpina, Vol. I, F.lli Bocca Editori, Torino, 1874
M. Centini, Le streghe di Levone, Yume Book, Torino, 2017

 

 

Articolo di Marina Antonelli

zjHdr1YM.jpegLaureata in Lettere, appassionata di ricerca storica, satira politica e tematiche di genere ma anche letteratura e questioni linguistiche e sociali, da anni si dedica al volontariato a favore di persone in difficoltà ed è profondamente convinta dell’utilità dell’associarsi per sostenere i propri ideali e cercare, per quanto possibile, di trasformarli in realtà. È autrice del volume Satira politica e Risorgimento. I giornali italiani 1848-1849.

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