Intervista immaginaria ad Adam Smith sul capitalismo

Edimburgo. Statua di Adam Smith
Edimburgo. Statua di Adam Smith

Il 17 luglio del 1790, all’età di 67 anni, si spegneva a Edimburgo Adam Smith, riconosciuto unanimemente il fondatore dell’economia politica. In occasione della ricorrenza della sua morte mi piacerebbe poterlo invitare a un’intervista immaginaria e riuscire a fargli dire tutto quello che nei nostri aridi Manuali non compare, usando il tu degli inglesi per apostrofarlo. La prima cosa che gli chiederei è se ritiene importante, nella formazione di un economista, la filosofia. Perché filosofo, prima che economista, lo studioso di Kirkaldy lo era, a ricordarci che l’economia politica è una scienza umana. Sono certa che mi risponderebbe di sì, sottolineando che il suo testo Indagine sulle cause e le origini della ricchezza delle nazioni, meglio conosciuto come La ricchezza delle Nazioni, non può essere capito fino in fondo se non si legge insieme alla sua Teoria dei sentimenti morali. Adam Smith: «Sono diventato il vessillo dei sostenitori del libero mercato senza regole e del laissez faire, ma il mio pensiero è stato travisato. Ho studiato a Glasgow e al severissimo e conservatore Balliol College di Oxford e la mia filosofia morale nasce come reazione al selfish system dell’homo homini lupus di Hobbes. Sono stato influenzato da Locke e Hume, mio carissimo amico, un uomo dotato di un grande sense of humour. Lo stato di natura è essenzialmente buono e, come ci ricorda Hume, esiste, nella struttura psicologica delle persone, un sentimento che spinge ciascuno a desiderare sia ciò che è bene, nel senso di utile o piacevole, per gli altri singoli, sia ciò che è utile al fine di un ordinato svolgimento della convivenza civile, senza che ci sia bisogno di un Leviatano ad imporglielo.»
S.M.: «Come ti definiresti, Adam?»
Adam Smith: «Sono un gentiluomo scozzese, dedito allo studio e alla riflessione. La mia stanza è piena zeppa di libri e sono un tipo molto distratto. Ti racconto un aneddoto: una sera, dopo una conversazione gradevolissima con un amico, non mi accorsi che se ne era andato, uscii di casa ancora in vestaglia da notte e continuai a conversare da solo per 15 km, prima di rendermi conto di quello che era successo. Non mi sono mai sposato e ho vissuto sempre con mia madre, morta solo sei anni prima di me.»

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S.M.: «Immaginiamo allora di proseguire quella conversazione notturna in vestaglia. Dimmi: che cos’è questa mano invisibile per cui sei noto anche ai non addetti ai lavori? Alcuni sostengono che avresti tratto questa metafora dal Macbeth di Shakespeare.»
Adam Smith: «Preferisco risponderti con la definizione che ho elaborato nella Teoria dei sentimenti morali. “I ricchi, a dispetto del loro naturale egoismo e della loro naturale rapacità, dando lavoro a migliaia di persone, condividono con i poveri il prodotto di tutte le loro migliorie; sono condotti da una mano invisibile a fare quasi la stessa distribuzione delle cose necessarie alla vita che sarebbe stata fatta se la Terra fosse stata divisa in parti uguali tra tutti i suoi abitanti. Senza saperlo, senza volerlo, perseguono l’interesse della società e offrono mezzi alla moltiplicazione della specie”.»
S.M.: «Non usi termini particolarmente gentili nei confronti dei ricchi… Li definisci “rapaci”. Chissà quanti scommetterebbero che a dirlo sia stato Marx o qualche socialista utopista… Mi piacerebbe che tu mi spiegassi che cosa significa essere morali per te. Sei stato a lungo docente a Glasgow di Filosofia morale, ereditando la cattedra che era stata del tuo grande Maestro Hutcheson. La Scozia era una fucina di eminenti pensatori nel secolo in cui scrivesti le tue opere. Il viaggio in Europa, che ti fece entrare in contatto con Voltaire e D’Alembert, oltre che con Quesnay e Turgot, dev’essere stato molto importante per te, nel secolo dei lumi, della scoperta delle libertà civili e della rivoluzione industriale. Che clima stimolante è stato quello in cui hai scritto le tue opere!»
Adam Smith: «La moralità degli umani non discende dalla ragione, come alcuni pensano, ma da un sentimento. Le persone sono tendenzialmente portate ad avere simpatia, oggi direste empatia, le une verso le altre. Noi viviamo e ci muoviamo per essere approvati dai nostri simili, e ci comportiamo in modo morale anche perché non vogliamo essere disapprovati dagli altri esseri umani; siamo uniti da un senso di vicinanza che ci porta naturalmente a cooperare.»
S.M.: «Quanto è moderna questa visione, come quella secondo la quale gli esseri umani sono naturalmente portati allo scambio…»
Adam Smith: «La tendenza a effettuare scambi con i propri simili non è da riservare solo alla sfera economica ma anche e soprattutto al commercio delle idee, al commercio spirituale, conseguenza naturale della ragione e della parola, la quale è comune a tutti gli esseri umani e sconosciuta a qualsiasi altro animale. Nessuno ha mai visto un cane, che pure è il più ingegnoso tra gli animali, barattare un osso con un altro osso con un suo simile. Certo, può apparire che due levrieri i quali inseguono insieme una lepre abbiano tra loro un qualcosa come un patto o un accordo, ma in effetti non si tratta che di una coincidenza di interessi. Se un qualche animale intende effettuare uno scambio, per così dire, od ottenere qualcosa dall’uomo può riuscirvi solo in grazia del suo affetto o della sua gentilezza, come fa il gatto con le fusa o il cane scodinzolando. L’uomo fa, nella stessa maniera, leva sull’egoismo dei suoi simili, offrendo loro un motivo sufficiente di tentazione per ottenere da essi ciò che vuole. Un siffatto comportamento può così esprimersi: “Dammi ciò che voglio e avrai ciò che vuoi”. Al contrario del cane, l’uomo non spera qualcosa dalla benevolenza, bensì dall’egoismo. Il birraio e il fornaio non rendono i loro servizi per benevolenza nei nostri riguardi, ma per l’amore che hanno di sé stessi. Nessuno dipende dalla benevolenza, tranne coloro che mendicano, ma anche questi morirebbero in una sola settimana, se dovessero dipendere interamente da ciò.» S.M.: «Parlami un po’ della divisione del lavoro, perché anche su questo argomento c’è molta approssimazione… »
Adam Smith: «È nota a tutti e tutte la metafora dello spillaio… Sono stato in una fabbrica di spilli e ho visto come la divisione del lavoro portava una fabbrica a passare dalla produzione di 20 spilli a 48.000 spilli al giorno. Quello che però mi ha colpito di più è stato scoprire che la divisione del lavoro era un segno di progresso e portava all’emersione dei talenti delle persone. Dallo scambio di questi talenti nascono le civiltà. Nei mondi chiusi e pieni di barriere non si può crescere dal punto di vista intellettuale.» S.M.: «Mi piacerebbe parlarne con il signor Orban, con Trump o alcuni sovranisti di casa nostra, che si proclamano liberisti in economia e ti tradiscono quotidianamente con le loro politiche protezionistiche. Un altro tema su cui c’è moltissima confusione è la libera concorrenza. Vogliamo fare un po’ di chiarezza?»
Adam Smith: «Come sostiene Von Hayek, colui che mi ha riscoperto ed è il mio erede contemporaneo, la concorrenza, che molti vedono come competizione spietata, è in realtà un processo di conoscenza, di scoperta. La concorrenza mi fa progredire, perché io cerco di emulare chi è migliore di me e così evolvo e miglioro, scoprendo cose di me che non conoscevo.»
S.M.: «E del libero mercato, quello di cui ci si riempie la bocca come con un mantra, che cosa mi dici?»
Adam Smith: «
Nella corsa alla ricchezza, agli onori e all’ascesa sociale, ognuno può correre con tutte le proprie forze, […] per superare tutti gli altri concorrenti. Ma se si facesse strada a gomitate o spingesse per terra uno dei suoi avversari, l’indulgenza degli spettatori avrebbe termine del tutto. […] la società non può sussistere tra coloro che sono sempre pronti a danneggiarsi e a farsi torto l’un l’altro. Questo è il vero libero mercato, molto raro nell’Inghilterra dei miei tempi e oggi ancor di più. Perché un mercato sia veramente libero bisogna abbattere tutte le barriere. Sono sempre stato incantato dalle civiltà del Mediterraneo, le civiltà di un mare piatto, al massimo con un po’ di vento, diverso dal mio mare scozzese, periglioso e sempre in tempesta, un mare navigabile, pieno di isole che favorivano i commerci, molto più percorribile dei mezzi a due ruote per i mercanti. È grazie al commercio che nasce la civiltà perché si contamina con altri usi, costumi e culture. Il commercio crea benessere per tutti e cultura che si diffonde. John Stuart Mill dirà che il commercio è un grande portatore di pace.»
S.M.: «In effetti è vero. Se pensiamo all’oggi, Usa e Cina potrebbero farsi la guerra. Se non se la faranno, sarà perché sono destinate ad andare d’accordo, avendo interessi reciproci commerciali troppo forti.»
Adam Smith: «Le civiltà del Mediterraneo sono le civiltà del commercio sul mare. Pensiamo all’Impero romano, a quanto è durato, anche nella sua propaggine bizantina.»
S.M.: «Diciamo qualcosa sul laissez faire, di cui sei diventato, a tua insaputa, il sostenitore per antonomasia.»
Adam Smith: «Regolare troppo il mercato produce conseguenze non intenzionali che per il pianificatore sono difficili da prevedere e controllare. Per questo ogni regime pianificato è destinato a fallire. Ma dobbiamo anche dire che lo Stato ha un compito fondamentale: la lotta ai monopoli, nemici del libero mercato. E poi lo Stato deve garantire la giustizia, il rispetto dei patti e dei contratti, le attività bancarie e tutte quelle infrastrutture, porti, strade, che non consentirebbero ai privati i loro profitti. Ma chi le usa le deve pagare. Non ci sono pasti gratis, come dirà Friedman nel ventesimo secolo.»
S.M.: «Che ne pensi delle nostre attuali leggi Antitrust? In Usa lo Sherman Act è del 1890, mentre da noi in Italia la prima legge Antitrust è del 1990.»
Adam Smith: «Ti risponderò con queste parole: la concorrenza va tutelata per sé stessa, non per proteggere il concorrente che perde, anche perché gli imprenditori tra di loro tendono ad essere anticoncorrenziali, sia perché aspirano a conquistare posizioni monopolistiche, sia perché “persone che svolgono la stessa attività commerciale raramente si incontrano anche solo per divertimento o svago senza che la conversazione non sfoci in una cospirazione contro l’interesse pubblico o in qualche accordo di alzare i prezzi”.»
S.M.: «Quelle che descrivi qui, riferendoti probabilmente a un club britannico di imprenditori, sono le intese restrittive della concorrenza, secondo la nostra legislazione italiana ed europea. Quindi tu sostieni la pericolosità delle concentrazioni capitalistiche e delle multinazionali. Bisognerebbe ricordarlo a certi imprenditori nostrani…Prima di lasciarti vorrei chiederti qual è stata la tua eredità nel pensiero economico.»
Adam Smith: «Il mio pensiero ha influenzato Ricardo e Marx, soprattutto per quella parte che si è rivelata fallace, la teoria del valore lavoro, secondo la quale il valore di un bene corrisponde alle ore di lavoro che sono state necessarie a produrlo. Chi ne ha fatto la base del suo pensiero è stato il nemico acerrimo del sistema capitalistico, Karl Marx, che vi ha costruito la teoria del plusvalore. A proposito delle conseguenze inintenzionali, io, che sono il Padre del capitalismo liberale, ho contribuito a generare una dottrina economica che ha legittimato la più forte critica al capitalismo che sia mai stata scritta, Il capitale. Come avrebbero scoperto gli economisti neoclassici, il valore di un bene non dipende dalle ore di lavoro che sono state necessarie a produrlo, ma dall’accoglienza che questo bene ha sul mercato, e cioè dall’incontro della domanda e dell’offerta. Il mio erede più fedele è sicuramente Von Hayek con tutta la scuola austriaca, che ha teorizzato il fallimento dei sistemi pianificati, proprio a causa della teoria delle conseguenze inintenzionali, ma anche Sraffa, Amartya Sen e molti altri hanno preso spunto dalle mie riflessioni.»

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S.M.: «La teoria del valore, però, oggi va assolutamente rivista, come ricorda l’economista Mariana Mazzucato nel suo libro Il valore di tutto, chi lo produce e chi lo estrae nell’economia globale. Sarebbe bello sapere che cosa ne pensi. Stiamo per congedarci. Molto di quello che dici a proposito delle teorie delle conseguenze inintenzionali mi ricorda l’affascinante concetto di serendipità. Anche in questo il tuo pensiero è estremamente attuale. Farò tesoro delle tue indicazioni e non finirò mai di ringraziarti per essere stato prima di tutto il filosofo che ha reso umana la triste scienza.»

 

 

Articolo di Sara Marsico

Sara Marsico.400x400.jpgAbilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLILÈ stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione , la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donneÈ appassionata di corsa e montagna. 

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