Lunga vita a Madame de Staël

Quando Anne-Louise Germaine Necker, baronessa di Staël-Holstein, nacque il 22 aprile 1766, l’Europa stava attraversando un periodo storico e culturale ferventissimo. Tra il 1760 e il 1764 avevano avuto origine due correnti che segnarono la temperie culturale e artistica del nostro continente, ovvero il Preromanticismo, con la pubblicazione dei Canti di Ossian di James Macpherson, e il Neoclassicismo, che prende le mosse dai princìpi contenuti nella Storia dell’arte nell’antichità di Johann J. Winckelmann.
Madame de Staël visse in un ambiente familiare favorevole ad una sua crescita intellettuale libera e davvero innovativa per le donne dell’epoca, che, con l’avvento degli ideali dell’Illuminismo e l’esplosione della Rivoluzione francese, assunsero ruoli rilevanti nella diffusione del dibattito politico e sociale.
Suo padre era Jacques Necker, primo ministro delle finanze del re di Francia Luigi XVI. Sua madre, Suzanne Curchod, figlia di un pastore protestante, sposò Necker per risollevarsi finanziariamente, come spesso accadeva a tante donne nel passato.
Nonostante ciò riuscì a costituire l’ultimo salotto parigino dell’Ancien Régime, frequentato da eminenti personalità del tempo, tra cui i collaboratori dell’Encyclopédie, Diderot e d’Alembert, e altri personaggi che favorirono le stesse ambizioni politiche del marito; non si discostò dunque dalla morale dell’epoca, che voleva la moglie in tutto sottomessa all’autorità del marito, e fu tra coloro che osteggiarono in qualche modo le idee più moderne in materia di diritti delle donne. Lo attesta anche un suo scritto, Réflexions sur le divorce, pubblicato nel 1794, tra i pochi che ci sono pervenuti (Necker le impedì di dedicarsi alla letteratura e di scrivere quanto e come avrebbe voluto, perché considerava deplorevole che una donna si dedicasse alla letteratura!). In esso Madame Curchod si scagliava contro la legge sul divorzio approvata in Francia nel 1792, sostenendo l’indissolubilità del matrimonio, argomentando principalmente gli svantaggi del divorzio rispetto ai figli e la mancanza di purezza morale come conseguenza della rottura del matrimonio.

Suzanne Curchod
Suzanne Curchod

Fortunatamente Suzanne si preoccupò di procurare la migliore istruzione ed educazione per la figlia Germaine, che ebbe dunque la possibilità di entrare in contatto con le più brillanti personalità intellettuali dell’epoca. La sua straordinaria cultura e l’apertura mentale di cui aveva potuto godere nel salotto letterario della madre, avevano fatto sì che Germaine diventasse una delle voci più eminenti del dibattito culturale all’inizio dell’Ottocento. Questo è un aspetto che non viene mai abbastanza sottolineato e al quale viene accordato giusto lo spazio di qualche pagina dei manuali di letteratura italiana, in cui Madame de Staël è annoverata nel cosiddetto “dibattito tra classicisti e romantici”, omettendo però, a mio avviso, di sottolineare con la dovuta attenzione che fu non una voce, ma la voce, attorno alla quale si crearono ben due gruppi di intellettuali – e tra i più importanti dell’epoca – che si schierarono apertamente come detrattori o sostenitori della baronessa. In questo caso il maschile è doveroso, perché le opinioni prevalenti nel solco di questa discussione furono tutte maschili!
Ma esattamente in cosa consistette questo dibattito all’ultima penna? Si trattò di una discussione che coinvolse il nostro Paese e di cui Madame de Staël fu promotrice. Nel 1816, infatti, sul primo numero della rivista milanese “Biblioteca italiana” venne pubblicato un articolo di Germaine intitolato Sulla maniera e la utilità delle traduzioni, nel quale la baronessa aveva avuto l’ardire di suggerire una serie di raccomandazioni ai letterati italiani, prendendo spunto dalla recente traduzione dell’Iliade a opera di Vincenzo Monti, edita nel 1810. Il punto della questione era questo: pur essendo opera classicista di grande pregio, la traduzione di Monti era riflesso di una generazione di letterati e intellettuali che era ancora molto legata alla cultura classica e molto poco aperta a quella europea, nuova e romantica. Il consiglio, dunque, era quello di non limitarsi a leggere e tradurre solo la letteratura classica, ma anche quella d’oltralpe: «Quando i letterati d’un paese si vedono cader tutti e sovente nella repetizione delle imagini, degli stessi concetti, de’ modi medesimi; segno è manifesto che le fantasie impoveriscono, le lettere isteriliscono: a rifornirle non ci è migliore compenso che tradurre da poeti d’altre nazioni». Una bella stoccata al consesso dei neoclassicisti italiani: in poche parole la fantasia creativa dei letterati italiani si era impoverita e per rinnovarla sarebbe stato necessario cominciare a tradurre anche le opere di altre nazioni, di altre letterature. Ma non finiva qui, perché Madame de Staël andava oltre e suggeriva anche come tradurre. Non era necessario tradurre alla lettera il testo originale, ma era importante appassionare lettori e lettrici restituendo la bellezza e l’armonia originaria: «non si traduce un poeta come col compasso si misura e si riportano le dimensioni d’un edificio; ma a quel modo che una bella musica si ripete sopra un diverso istrumento». Ma la provocazione vera e propria era a fine articolo: «Havvi oggidì nella Letteratura italiana una classe di eruditi che vanno continuamente razzolando le antiche ceneri, per trovarvi forse qualche granello d’oro: ed un’altra di scrittori senz’altro capitale che molta fiducia nella lor lingua armoniosa, donde raccozzano suoni vôti d’ogni pensiero, esclamazioni, declamazioni, invocazioni, che stordiscono gli orecchi, e trovan sordi i cuori altrui, perché non esalarono dal cuore dello scrittore». I letterati italiani, dunque, davano vita ormai a opere prive di anima, ripetitive, che riproducevano le fogge del passato ma senza mai includere quelle che chiameremmo le ragioni del cuore.

Sulla_maniera_e_la_utilità_delle_traduzioni.pdf
Sulla maniera e la utilità delle traduzioni

Le reazioni non tardarono ad arrivare, e ciò che oggi avverrebbe a colpi di tweet e post sui social, diede vita ad un dibattito dialettico letteralmente scatenato sulle riviste dell’epoca. A favore della tesi di Germaine, nello stesso anno si schierano Ludovico di Breme, Pietro Borsieri e Giovanni Berchet. Il primo, nell’articolo Intorno alla ingiustizia di alcuni giudizi letterari italiani, esprimeva sostegno e difesa alle dichiarazioni della baronessa, affermando che la scrittrice non suggeriva agli italiani di copiare dalle letterature europee, ma di aprirsi al confronto per rinnovare lo spirito creativo del loro genio letterario. Pietro Borsieri, tra i fondatori della rivista “Il Conciliatore”, nel dialogo immaginario tra un galantuomo e alcuni intellettuali intitolato Avventure letterarie di un giorno, si spingeva alla difesa dei dialetti, che hanno valore antropologico e conducono ad una maggiore conoscenza degli usi e costumi del popolo italiano. Giovanni Berchet affidava la sua posizione alla Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo, dall’impeccabile ironia: la voce narrante, Grisostomo, alla fine della lettera dichiara di aver scherzato e di essere classicista, ma lo fa con argomentazioni talmente deboli da far comprendere che in realtà è rafforzata la posizione romantica. Da ciò deriva l’aggettivo “semiseria”. L’idea di fondo era che la poesia doveva poter parlare al cuore del popolo, essere interessante, attuale, coinvolgere i vivi e non imitare i morti, dunque fare leva sulla propria anima e il proprio modo di sentire il mondo e il tempo presente. Questi due scritti, non a caso, vengono considerati manifesti programmatici del Romanticismo italiano, che in Italia è entrato con forza – e in ritardo – grazie ad una donna di notevole intelligenza e perspicacia: Madame de Staël!
Nello stesso 1816 non tardò ad arrivare una voce contraria alle posizioni dei romantici. Era quella di Pietro Giordani, che nel suo scritto “Un italiano” risponde all’articolo della Staël, difendeva alacremente l’origine classica della nostra tradizione letteraria e invitava a studiare i classici perché l’indole dei poeti nordici era diversa dalla nostra: «Se proseguiranno a cercare le cose oltramondane, accadrà che sempre più ci dispiacciano le nostre proprie (come tanto diverse) e cesseremo affatto dal poter fare quello di che i nostri maggiori furono tanto onorati; né però acquisteremo di saper fare bene e lodevolmente ciò che negli oltramondani piace; perché a loro il dà la natura, che a noi altramente comanda». Ma sicuramente il più illustre dei detrattori è stato il nostro straordinario Giacomo Leopardi. Il cantore eccelso dell’infinito, il più vicino a quella sensibilità romantica che ha sublimato nei suoi versi a tal punto da non renderlo imbrigliabile in una corrente ben definita, proprio lui, giovanissimo, ad appena diciotto anni, si inserì nella polemica in due momenti. Ne aveva titolo e ragione il poeta recanatese, che scriveva in latino e traduceva classici già dall’età di dieci anni. Il primo intervento è datato 1816, intitolato Lettera ai Sigg. compilatori della Biblioteca Italiana, in cui Leopardi negava che la lettura di opere lontane dal gusto italiano potesse risvegliare l’impulso a creare, cosa che un artista possiede naturalmente in sé stesso: gli antichi, del resto, non avevano bisogno di modelli perché ricavavano ispirazione dalla diretta osservazione della natura. Due anni dopo, il poeta dell’Infinito scrisse un saggio più articolato: il Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica, con cui rispondeva alle tesi di Ludovico di Breme affermando che in realtà la poesia romantica era molto filosofica e dunque di difficile comprensione per il popolo, e aveva come tema spesso l’orrido e il raccapricciante, che lui respingeva fortemente. In definitiva, invitava i giovani italiani a conservare e difendere la sublime bellezza della nostra letteratura, salvo poi descrivere il processo che favorisce la creatività dell’artista con immagini fortemente romantiche: «[…] noi non vogliamo che il poeta imiti altri poeti, ma la natura, né che vada accattando e cucendo insieme ritagli di roba altrui; non vogliamo che il poeta non sia poeta; vogliamo che pensi e immagini e trovi, vogliamo ch’avvampi, ch’abbia mente divina, che abbia impeto e forza e grandezza di affetti e di pensieri».
Dobbiamo riconoscere, dunque, a Germaine baronessa Staël-Holstein il merito di aver fatto approdare in Italia un dibattito che mise in luce la nuova temperie culturale romantica e la forma letteraria del romanzo come strumento di cosmopolitismo letterario, essendo un genere che permette la libera espressione dell’artista e la possibilità di rivolgersi ad un pubblico più ampio di lettrici e lettori, l’ormai predominante pubblico borghese.
Al di là del dibattito critico che l’ha vista protagonista, Madame de Staël è stata attiva protagonista del suo tempo. Visse negli anni che videro la redazione della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina di Olympe de Gouges e partecipò al dibattito dell’epoca condannando la miseria della condizione femminile. Aveva un’idea liberale della rivoluzione, ma era a favore di una forma di monarchia costituzionale. Per questo motivo scampò per miracolo alla ghigliottina e fu esiliata in Inghilterra nel 1793.

targa residenza londinese
Targa residenza londinese

Quando ritornò in Francia, Napoleone impedì in ogni modo la pubblicazione delle sue opere, che contenevano posizioni a lui contrarie, ovvero l’affermazione della necessità di una riforma graduale dello Stato e di una ripartizione egualitaria dei poteri. Fu esiliata nuovamente da Parigi nel 1803 e da allora viaggiò moltissimo in tutta Europa, insieme al filosofo e scrittore Benjamin Constant, intraprendendo una carriera letteraria molto fervida. Pubblicò i romanzi Delphine nel 1802, con cui criticò il sistema patriarcale impostato dal Codice Civile napoleonico, e Corinne ou l’Italie, in cui la protagonista rivendicava l’autonomia sociale, culturale e sessuale della donna, avendo anche l’occasione di descrivere l’Italia, che aveva apprezzato molto nei suoi viaggi.

Corinne ou l'Italie
Corinne ou l’Italie

Nel saggio De l’Allemagne del 1813 Madame de Staël raccontò del suo incontro con la Germania e il pensiero romantico e ribadì l’importanza dello scambio tra le culture europee. I suoi scritti costituirebbero un ottimo punto di partenza per un corso di letterature comparate.
Di lei Stendhal scrisse: «La donna più straordinaria mai vista che governò la conversazione francese e portò al più alto grado di perfezione l’arte brillante dell’improvvisazione su qualsiasi argomento». Era sensibile alla questione femminile e viveva con molta consapevolezza la sua condizione di donna colta e inserita in un contesto socio-politico ben preciso: «Non appena una donna è indicata come una persona distinta, in generale il pubblico è prevenuto nei suoi confronti» (dal saggio De la littérature). Nel saggio su Rousseau, Lettres sur le ouvrages et le caractère de Jean-Jacques Rousseau del 1788, scriveva: «Che cosa dovremmo pensare di un marito così orgogliosamente modesto da preferire nella propria moglie una cieca obbedienza a una simpatia illuminata? Gli esempi più toccanti di amore coniugale ci sono stati offerti da donne capaci di comprendere i loro mariti e di condividerne la sorte, e il matrimonio non si manifesta mai in tutta la sua bellezza se non quando può fondarsi su una reciproca ammirazione».
La bibliografia di Anne-Louise Germaine Necker è amplissima, e ancora una volta, facendo ricerca su questa scrittrice, mi accorgo di quanto vuoto ci sia nelle nostre conoscenze letterarie, di quanto furto di memoria sia stato compiuto anche dalla stessa scuola ai danni delle donne. Il 19 giugno sul sito dell’editore giuntiscuola.it è uscito un articolo molto interessante di Christian Raimo, scrittore e traduttore italiano, a proposito di scelte nei programmi scolastici, che induce ad una riflessione quantomai necessaria: «L’autonomia dei docenti fa sì che su queste scelte, su quali autori inserire e quali escludere, su quali concentrarsi e su quali essere meno analitici, si generi una decisione molto libera. Quando sentiamo espressioni come attenersi ai programmi o seguire i programmi, in realtà stiamo dicendo una cosa un po’ vecchia e un po’ sciocca per come dovrebbe essere invece immaginata la scuola italiana, per cui i programmi dovrebbero essere costruiti insieme. C’è però una verità amara. In questa possibilità c’è una scelta che la stragrande maggioranza dei docenti italiani fa: rimuove le donne. I programmi svolti anche nei quinti anni delle superiori hanno non solo una predominanza netta di autori maschili, ma quasi sempre non contemplano proprio le donne. Così le studentesse e gli studenti italiani possono prendere la maturità senza aver mai sentito parlare di Simone De Beauvoir, di Elsa Morante, di Hannah Arendt, di Grazia Deledda, di Tina Anselmi, di Angela Davis, di Luce Irigaray, di Simone Weil, di Nilde Iotti, di Maria Montessori. Senza conoscere nemmeno cos’è il femminismo. C’è una generazione che sta prendendo la maturità quest’anno che non ha sentito e non sentirà parlare di queste e altre donne nemmeno all’università, anche se dovesse scegliere facoltà umanistiche. Questa rimozione del pensiero delle donne, e spesso della storia delle donne è una scelta libera? È facile rispondere di no. Ma soprattutto è una rimozione che va contro un’idea di crescita dell’autonomia dei ragazzi e delle ragazze, e di crescita stessa della nostra società».
Questa opera di rimozione è quanto accade sistematicamente tra i banchi di scuola, per la maggior parte dei casi, ai danni di tante donne che hanno avuto una voce di peso nella “Storia”, quella di morantiana memoria. In una delle sue lettere Germaine Necker, baronessa di Staël-Holstein, scrisse: «Illuminare, istruire, perfezionare le donne al pari degli uomini, i talenti come gli individui, questo è ancora il miglior segreto per tutti i fini ragionevoli, per tutte le relazioni sociali e politiche alle quali si voglia dare una stabile durata». La scrittrice e intellettuale, morta a Parigi il 14 luglio del 1817, può davvero essere considerata come brillante esponente del protofemminismo e protagonista indiscussa del suo tempo. 

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Milano, Via Germana de Staël. Foto di Rosa Enini

 

 

Articolo di Valeria Pilone

Pilone 400x400.jpgGià collaboratrice della cattedra di Letteratura italiana e lettrice madrelingua per gli e le studenti Erasmus presso l’università di Foggia, è docente di Lettere al liceo Benini di Melegnano. È appassionata lettrice e studiosa di Dante e del Novecento e nella sua scuola si dedica all’approfondimento della parità di genere, dell’antimafia e della Costituzione.

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