Girl & flower power: le donne al Festival di Woodstock

Al Festival di Woodstock, generazione dopo generazione, ognuno/a ha dato il proprio personale significato, la propria lettura dell’evento artistico più straordinario e più chiacchierato della storia della musica. Si è provato a riproporlo ogni dieci anni dopo l’originale, ma si sono ottenute solo bruttissime copie, che nulla hanno avuto in comune con lo spirito dei “figli e figlie dei fiori”, giunti quel 15 agosto 1969 come una fiumana sulla distesa vicino a Bethel, piccola città rurale nello Stato di New York. Ai “Three Days of Peace & Rock Music” accorsero, infatti, tra i 400 e i 500 mila partecipanti, soprattutto giovani.
La letteratura su Woodstock è vastissima. Pregi e difetti di questo enorme evento sono stati largamente passati in rassegna e vanno tenuti entrambi in debito conto in un’analisi generale del fenomeno. Certamente all’epoca, sia da parte dei mezzi di comunicazione che dell’opinione pubblica, si fece di tutto per demonizzare un tale quasi satanico consesso di giovani, descritti come dediti a promiscuità, uso di droghe, lascivie di ogni tipo (aspetti tutti reali), specchio di una società alla deriva. Barnard Collier, unico cronista del “New York Times” presente il primo giorno, raccontò che i redattori a New York lo incitavano insistentemente ad evidenziare nel suo resoconto giornalistico i blocchi stradali che intasavano il traffico, le sistemazioni improvvisate, l’uso di droghe, la presunta aggressività, la scarsità di servizi igienici: «Ogni redattore, fino al redattore capo James Reston, insisteva perché il tono del reportage indicasse una catastrofe sociale in corso. Era difficile persuaderli che la mancanza di incidenti seri e l’affascinante cooperazione, premura e correttezza di così tante persone era il punto significativo. Ho dovuto rifiutarmi di scrivere quella storia se non avesse potuto riflettere in larga parte la mia convinzione di testimone oculare, che “pace e amore” era la cosa davvero importante, non le opinioni preconcette dei giornalisti di Manhattan». Molti testimoni, al contrario, ne sottolinearono la disorganizzazione a raffronto del numero di partecipanti, che non ci si aspettava così elevato, per cui per tre giorni si stette ammucchiati tra il fango, i pochissimi servizi igienici e i fiumi di alcool e droga. È indubbio, però, che di Woodstock ci restano i sogni di un mondo nuovo evocato dalla musica di quegli anni e dalle band che sarebbero diventate eterne nei nostri ricordi, testimoni diretti o indiretti di quel pezzo di storia scritto a suon di riff e rock ‘n roll.

ragazze a Woodstock, 1969
Protagoniste indiscusse della kermesse sono state anche le donne. Erano numerose tra il pubblico, con la loro ventata di leggerezza, di gioventù, in nome di una nuova femminilità e libertà di azione, con la loro moda rimasta evergreen nel nostro immaginario e anche nei nostri guardaroba: la moda hippie dei jeans a vita alta e a zampa larga, shorts strappati, top corti, abiti lunghi a fiori, gilet con frange all’indiana e capelli lunghi, lunghissimi. In numero minore sono state presenti tra gli artisti, ma hanno sicuramente lasciato il segno nella storia della musica. La prima ad esibirsi fu Melanie Safka, classe 1947, la più intimorita e tesa dalla performance che l’attendeva. Le bastò incontrare Joan Beaz nel backstage per rilassarsi e tranquillizzarsi: cantò Birthday of the Sun e Beautiful People, un brano, quest’ultimo, ispiratole da un episodio della sua infanzia a New York, ovvero un’interruzione di corrente. In quell’occasione, Melanie aveva distribuito candele agli abitanti del suo palazzo, l’atmosfera era diventata magica ed era stato bello prendersi cura di tante persone con un gesto semplice, quello di cui l’umanità avrebbe avuto bisogno e che il movimento hippy di quegli anni provava ad affermare: Beautiful people, / You live in the same world as I do. / But somehow I never noticed / You before today, / I’m ashamed to say. / Beautiful people, / You ride the same subway / As I do every morning. / Well that’s got to tell you something. / We’ve got so much in common. / I go the same direction that you do. / So, if you take care of me / Maybe, I’ll take care of you (Gente meravigliosa, / vivi nello stesso mondo in cui vivo io. / Ma in qualche modo non ti ho mai notato prima di oggi, / Mi vergogno di dire ciò. / Gente meravigliosa, / Percorri la stessa metropolitana / Come faccio io ogni mattina. / Bene, questo deve dirti una cosa. / Abbiamo così tanto in comune. / Vado nella stessa direzione in cui vai tu. / Quindi, se ti prendi cura di me / Forse io mi prenderò cura di te).

Melanie_Safka_1975
Melanie Safka

Poi venne il momento della formidabile Joan Beaz, classe 1941, artista e attivista instancabile, grande autrice ed anche interprete di canzoni memorabili. Il padre di Joan era Albert Vinicio Baez, fisico di origine messicana che per i suoi ideali pacifisti aveva rifiutato di lavorare al “Progetto Manhattan” per la costruzione della bomba atomica: un’azione di cittadinanza attiva e agita nel rispetto dei propri ideali, che ha permesso a Joan di avere un esempio concreto di cosa significasse credere in un ideale e difenderlo, a costo di rinunciare al proprio personale successo. Nel 1968 Joan aveva pubblicato Baptism, un album concettuale in cui alterna il canto alla lettura di poesie di James Joyce, Federico García Lorca e Walt Whitman. Semplicemente meraviglioso, come la sua voce e la sua musica! È sempre lei che nel 1971 compone e canta la canzone Here’s to You, con la musica di Ennio Morricone, il grande maestro recentemente scomparso, dedicata a Ferdinando Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, i due attivisti anarchici italiani processati e giustiziati nel 1927 senza prove. A Woodstock la cantante di origini messicane portò sul palco una scaletta di ben dodici brani: era incinta di sei mesi del marito David Harris, del quale raccontò che era stato arrestato perché, da obiettore di coscienza, aveva rifiutato la leva. Tra le sue canzoni, ci furono due grandi successi pacifisti, ovvero We Shall Overcome e Drugstore Truck Driving Man. La prima era un inno pacifista che dal 1963 Joan aveva legato a sé, incidendola e cantandola in molte marce per i diritti civili, a cui aveva preso parte. L’originario autore era stato Pete Seeger, che si era a sua volta ispirato a due gospel, No More Auction Block for me per la musica e I’ll overcome some day di Charles Tindley per il testo. Sul palco a Bethel riecheggiarono le parole di pace mutuate dalla vibrante e intensa voce di Joan Beaz: We shall overcome some day. / Oh, deep in my heart, I do believe / we shall overcome some day. / We shall live in peace (Noi ci riusciremo un giorno / Oh nel profondo del mio cuore io ho la certezza, / noi ci riusciremo un giorno. / Vivremo in pace). Poi la stoccata alla politica americana di quel momento, durante l’esibizione del brano Drugstore Truck Driving Man, in cui Joan introdusse una strofa “personalizzata” e dedicata a Ronald Reagan, che allora era governatore della California ed impegnato in una campagna di leva obbligatoria per la guerra nel Vietnam: … and we would like to dedicate this verse to the governor of California… Mr Ronald Reagan! He doesn’t like resistance I know / And he said it last night on a big TV show / He’s got him a medal that he won in the war / Weighs 500 pounds and it sleeps by the door (Vorremmo dedicare questa  strofa al governatore della California… il signor Ronald Reagan! Lo so, non gli piace la Resistenza, / lo ha detto l’altra sera a uno spettacolone in tivvù, / ha una medaglia che si è guadagnato in guerra, / pesa duecento chili e sta vicino alla porta, per terra).

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Joan Beaz

Fu la volta, poi, della cantante che la rivista “Rolling Stone” pone al 46esimo posto sui 100 artisti più importanti della storia, a mio avviso la più grande interprete bianca del blues e del rock: Janis Joplin. Classe 1943, la sua voce graffiante e struggente, calda e intensa, fece vibrare la scena di Woodstock con brani indimenticabili. Si esibì in dieci pezzi, tra cui Summertime, Try (Just a Little Bit Harder), Kozmic Blues, Ball and Chaine e l’intramontabile Piece of My Heart, nella quale la voce di Janis è il grido di tutte le donne tradite e disilluse da un amore per il quale hanno votato tutte sé stesse: Didn’t I make you feel like you were the only man? Yeah / And didn’t I give you nearly everything that a woman possibly can? / Honey, you know I did / And each time I tell myself that I, well I think I’ve had enough / But I’m gonna show you, baby, that a woman can be tough (Non ti ho fatto sentire come se fossi l’unico uomo? si! / E non ti ho dato tutto quello che una donna può darti? / Dolcezza, sai che l’ho fatto / E ogni volta dico a me stessa che ne ho avuto abbastanza, / Ma ti dimostro, baby, che una donna può essere dura). La sua storia e la sua musica meritano un approfondito spazio di memoria: Janis è stata una stella fulgida nel firmamento non solo di Woodstock, ma dell’intero panorama musicale degli anni Sessanta, spentasi troppo presto, il 4 ottobre 1970, nel solco di quella che io chiamo “la maledizione dei ventisette” e che i giornali hanno ribattezzato “Club 27”, una lista di artisti/e morti/e all’età di soli ventisette anni, come lei, Jimi Hendrix, Jim Morrison, Kurt Cobain, Amy Winehouse.

Janis Joplin
Janis Joplin

L’ultima donna ad esibirsi domenica 17 agosto fu Grace Barnett Wing, classe 1939, cantante dei Jefferson Airplane, una artista che aveva notevolmente contribuito allo slancio definitivo della band verso il successo, grazie alle sue doti canore e alla sua cultura, intelligenza e culto della musica psichedelica, oltre che degli effetti lisergici dell’Lsd. La loro scaletta consistette in quattordici brani, tra cui la leggendaria canzone Somebody to love e l’enigmatica White Rabbit. La prima è una sorta di manifesto della cultura hippy, di cui Grace e la band furono rappresentanti con la loro musica: When the truth is found to be lies / And all the joy within’ you dies / Don’t you want somebody to love? / don’t you need somebody to love? / wouldn’t you love somebody to love? / you better find somebody to love? (Quando la verità si rivela falsa / e tutta la gioia dentro di te muore / non vorresti qualcuno da amare? / non avresti bisogno di qualcuno da amare? / non ameresti qualcuno da amare? / sarebbe meglio ti cercassi qualcuno da amare). White Rabbit, invece, scritta in mezz’ora, sopravvissuta alla censura, è una canzone il cui testo è influenzato dagli effetti psichedelici dell’Lsd e dalla fiaba Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll: Bianconiglio diventa metafora di un viaggio all’insegna della psichedelia, alla fine del quale è esplicito l’invito ad espandere la mente ed alimentarla con la ricerca interiore di sé stessi, nel solco della mentalità hippy degli anni Sessanta: One pill makes you larger, / and one pill makes you small / And the ones that mother gives you, / Don’t do anything at all / Go ask Alice, / when she’s ten feet tall […] When logic and proportion / have fallen sloppy dead / And the white knight is talking backwards / And the red queen’s off with her head / Remember what the dormouse said / Feed your head, feed your head (Una pillola ti fa diventare più grande, / e una pillola ti rimpicciolisce / E quelle che ti dà tua madre, / non hanno alcun effetto / Prova a chiederlo ad Alice, / quando è alta dieci piedi […] / Quando la logica e le proporzioni delle cose / sono cadute morte al suolo / E il cavaliere bianco sta parlando all’incontrario / E la regina di cuori ha perso la sua testa  / Ricorda quello che aveva detto il ghiro: / Alimenta la tua mente, alimenta la tua mente).

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Jefferson Airplane

Il Festival di Woodstock si concluse il lunedì mattina del 18 agosto, con la storica esibizione di Jimi Hendrix, la più lunga dell’indimenticabile chitarrista: due ore di puro godimento, che videro Hendrix esordire con una stridente versione dell’inno americano, eseguito con la sua sola leggendaria Fender Stratocaster, che fece letteralmente gracchiare simulando il rumore dei bombardamenti, dei mitragliamenti e delle sirene, in aperta e dissacrante protesta contro la guerra in Vietnam.
Anche in questo caso, le donne furono firmatarie determinanti di un’importante pagina, nel bene e nel male, non solo della storia americana ma del mondo intero.

Per approfondire:

  • Ernesto Assante, Gino Castaldo, Il tempo di Woodstock, Libreriauniversitaria
  • corriere.it/spettacoli/09_agosto_11/woodstock-1969-gaggi
  • Nick Logan e Bob Woffinden, Enciclopedia del rock, Milano, Fratelli Fabbri Editore, 1977
  • Woodstock – Tre giorni di pace, amore e musica, regia di Michael Wadleigh (1970)
  • Motel Woodstock, regia di Ang Lee (2009)

 

 

Articolo di Valeria Pilone

Pilone 400x400.jpgGià collaboratrice della cattedra di Letteratura italiana e lettrice madrelingua per gli e le studenti Erasmus presso l’università di Foggia, è docente di Lettere al liceo Benini di Melegnano. È appassionata lettrice e studiosa di Dante e del Novecento e nella sua scuola si dedica all’approfondimento della parità di genere, dell’antimafia e della Costituzione.

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