Tracce femminili lungo le vie di Brescia: Camilla Solar d’Asti Fenaroli

Il centro storico di Brescia, non sempre conosciuto e apprezzato a pieno, nonostante le numerose iniziative tese a valorizzarlo, riserva segreti e inaspettate sorprese anche in angoli appartati, un po’ eccentrici rispetto ai tradizionali itinerari di visita della città. Varrebbe la pena di metterli in risalto, sia per il loro oggettivo pregio, sia per ampliare e arricchire l’offerta turistica locale, una risorsa non ancora del tutto sfruttata e senz’altro meritevole di esserlo, oltre a costituire una leva di rilancio economico, dopo i danni provocati dal Covid 19.
Senz’altro degna di maggiore attenzione, per esempio, via delle Grazie, nota principalmente per la basilica di Santa Maria delle Grazie, gioiello barocco e culla della devozione mariana locale, e per l’omonima fiera annuale dell’8 settembre, molto popolare e frequentata.
Il complesso monumentale è formato da una basilica e un santuario, collegati da un chiostro, e da un ex monastero. La costruzione inizia nel 1522, per accogliere i frati Gerolimini, la cui chiesa di Borgo Pile è demolita per ragioni difensive. Dell’originario edificio rinascimentale resta solo la semplicissima facciata su cui spicca il magnifico portale di pietra, risalente al XV secolo, a due battenti di legno, ricco di sculture quattrocentesche, proveniente dalla chiesa gerolomina.

1. Santa Maria delle Grazie. Facciata e portale
Santa Maria delle Grazie. La facciata e il portale

Ai lati sono collocati due piccoli leoni romanici in marmo rosso, più antichi, e, nella lunetta in alto, un bassorilievo raffigurante la Vergine con Bambino tra i santi Gerolamo e Giovanni e i due donatori. L’interno, a tre navate, dopo i rimaneggiamenti dei secoli XVI e XVII, rappresenta un esempio unico del fasto e della ricchezza raggiunti dal Barocco a Brescia (foto di copertina).
È fastosamente decorato da circa 350 affreschi, nonché  da stucchi, da ori e da statue, opera dei maggiori artisti locali del periodo. Tra le superstiti testimonianze rinascimentali spiccano la tela di Moretto (1498-1564) raffigurante la Vergine tra i Santi Sebastiano, Martino e Rocco, dai forti chiaroscuri, collocata nella cappella di fondo della navata destra, e, in quella di sinistra, il Crocifisso con la Madonna e San Carlo Borromeo, opera lignea di scuola bresciana del primo ‘500. All’inizio del presbiterio è collocato il monumento al cardinale Uberto Gambara (1489-1549), fratello della nota poeta Veronica, risalente al 1560, mentre l’altare maggiore ospita una copia dell’Adorazione del Bambino di Moretto, il cui originale è conservato nella Pinacoteca civica Tosio Martinengo. Infine, sul primo altare della navata sinistra si trova la grande tela di Paolo Caylina il Giovane (ante 1486-post 1545) Madonna delle Grazie e Santi, risalente al 1543, e al quarto altare Sant’Anna e San Gioacchino di Pier Maria Bagnadore (1550-1627). A sinistra della facciata si entra nel chiostrino, grazioso cortiletto rinascimentale a portici, rimaneggiato nel 1951, con preziosi ex-voto conservati alle pareti e una piccola fontana centrale sormontata dalla statuetta di bronzo della Madonna, di Sante Callegari il Vecchio (1662-1717).

2. Santa Maria delle Grazie
Santa Maria delle Grazie. Il chiostrino

Il chiostrino collega la basilica al santuario, edificato nel luogo in cui si trovava in origine l’antica chiesa degli Umiliati di Palazzolo (XIII secolo), riccamente ricostruito, nel 1880-1886, da Antonio Tagliaferri (1835-1909), imitando lo stile del XV secolo. Conserva affreschi otto-novecenteschi e, all’altare, la Natività, un affresco della scuola di Vincenzo Foppa (1427 o 1430-1515 o 1516).
Meno noto è che in un palazzo di via delle Grazie nel Settecento abita e tiene un famoso salotto Camilla Solar d’Asti Fenaroli.

3. Brescia Via delle grazie1. Speziali
Via delle Grazie

Nata a Brescia nel 1723 e discendente dai Solari di Asti, rimane ben presto orfana ed è affidata alla tutela di alcuni parenti che ne trascurano l’istruzione, com’è consuetudine nelle famiglie nobili dell’epoca, che privilegiano l’educazione dei giovani maschi, generalmente affidati a precettori, diversamente dalle bambine e dalle ragazze, educate dalle donne di famiglia. La giovane gentildonna, da autodidatta, riesce ad affermarsi nel mondo della cultura, tanto da essere lodata nella biografia che le dedica il conte Antonio Brognoli (1723-1817) negli Elogi di bresciani per dottrina eccellenti. Fondamentale nella sua formazione è il salotto in contrada delle Muse, l’attuale via delle Grazie, in cui fa da padrona di casa dopo il matrimonio con il conte Ottavio Fenaroli e in cui ha modo di incontrarsi e confrontarsi con l’élite intellettuale bresciana del tempo. Sotto la guida di Marco Capello, che la indirizza a studi più sistematici, inizia a comporre prose e poesie d’amore, gareggiando con altre nobildonne. I suoi componimenti affrontano vari temi e sono caratterizzati da un’intonazione lirica; le rime più riuscite sono quelle ispirate a vicende personali e intime, quali i sonetti scritti per la morte del figlio Pietro, a soli due anni (1753), la monacazione della figlia Isabella e la malattia del marito. Per lei la poesia è l’unico mezzo a disposizione delle donne per addolcire il proprio animo e il suo luogo prediletto per poetare è la villa di famiglia dei Fenaroli a Tavernola Bergamasca, che costituisce un’oasi e un rifugio da una vita matrimoniale funestata da lutti e incomprensioni con il marito, che si dedica poco alla moglie e ai loro tredici figli.

4. Palazzo Fenaroli
Palazzo Fenaroli a Tavernola Bergamasca

Nel canzoniere di Camilla Solar d’Asti Fenaroli, che prende a modello, oltre a Petrarca (1304-1374), la concittadina Veronica Gambara (1485-1550) – di cui proprio nel 1759 a Brescia sono date alle stampe le Rime e lettere –figurano anche poesie d’occasione che descrivono con frizzante ironia la vita mondana della nobiltà bresciana del XVIII secolo. L’autrice tenta di definire un paradigma culturale femminile, attraverso la ricerca storiografica di tipologie e modelli esemplari di eccellenza muliebre. In alcuni sonetti rivaluta la sensibilità e l’emotività femminile per dare corpo all’aspirazione al riconoscimento di un «merito delle donne» di eccellenza, a dispetto del pregiudizio imperante sulla “naturale” inferiorità femminile. I suoi componimenti sono per la maggior parte manoscritti; due frequentatori del suo salotto, il veneziano Giovanni Alvise Mocenigo e Giambattista Zelini, nel 1754 raccolgono le sue rime, in ordine cronologico, in previsione di una pubblicazione mai avvenuta. Questa raccolta contiene quarantatré sonetti ed è conservata presso l’Ateneo di Brescia. Nel 1761 è pubblicata la raccolta, curata dal conte Carlo Roncalli Parolino (1732-1811), Rime di vari autori bresciani viventi, in cui la contessa, con i suoi trentaquattro sonetti, è la più rappresentata e ha anche l’onore di aprire l’antologia con il primo dei sonetti dedicatori.

5. RIME
Rime di vari autori bresciani viventi

I suoi interessi non sono solo di natura letteraria, ma si avvicina anche alla scienza; dichiara, per esempio, di aver letto Il newtonianesimo per le Dame, in altre parole i dialoghi sopra la luce e i colori, pubblicato a Napoli nel 1737, un’opera di divulgazione scientifica del veneziano Francesco Algarotti (1712-1764), che diffonde le scoperte di Newton (1642-1727) in Italia.
Il desiderio di Camilla di partecipare alla vita culturale della città entra però in contraddizione con la necessità di attenersi al prescritto modello ideale di donna discreta, impegnata principalmente nelle attività di madre e di moglie. Nel Settecento la ritrosia a pubblicare è per le donne una precauzione ancora indispensabile alla tutela della propria immagine e tuttavia la contessa ha una forte consapevolezza della propria soggettività, unita al desiderio di autoaffermazione sociale. Nel 1750 è una delle prime a iscriversi all’Accademia degli Agiati di Rovereto, fondata da un piccolo gruppo di intellettuali, tra i quali anche una donna, Bianca Laura Saibante (1723-1797).

6. Saibante e il logo
Il primo logo dell’Accademia degli Agiati di Rovereto, creato da Bianca Laura Saibante: il suo ritratto è un olio su pergamena del 1827, di Clementino Tomitano

Questa istituzione è aperta a una larga partecipazione poiché non pone limiti di natura sociale, economica, geografica e, elemento sicuramente innovativo, sebbene non inedito, neppure di genere, in un secolo in cui ancora le donne generalmente non sono ammesse alle accademie scientifiche e alle associazioni d’intrattenimento sociale. La contessa è sinceramente partecipe del clima culturale che anche a Brescia sta mutando, aprendosi lentamente alle nuove idee illuministe e partecipa attivamente alla sprovincializzazione della cultura cittadina. Perfetta padrona di casa, nel suo salotto si esprime su argomenti frivoli e civettuoli, ma è anche pronta a discettare di matematica e metafisica, promuovendo un’immagine moderna di salonnière, in grado di discutere alla pari con i colleghi uomini, a volte addirittura con maggior successo, pure di discipline nobili, scientifiche e filosofiche. Muore a Brescia alla giovane età di quarantasei anni, il 15 novembre del 1769.

 

 

Articolo di Claudia Speziali

mbmWJiPdNata a Brescia, si è laureata con lode in Storia contemporanea all’Università di Bologna e ha studiato Translation Studies all’Università di Canberra (Australia). Ha insegnato lingua e letteratura italiana, storia, filosofia nella scuola superiore, lingua e cultura italiana alle Università di Canberra e di Heidelberg; attualmente insegna lettere in un liceo artistico a Brescia.

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