Le merlettaie di Isola Maggiore

Nei primi del Novecento la marchesa Elena Guglielmi introdusse sull’Isola Maggiore nel lago Trasimeno la lavorazione del merletto a punto Irlanda che si ispira alle tecniche nate nei monasteri irlandesi alla fine del XIX secolo a imitazione degli antichi merletti di Venezia.
La peculiarità di questo pizzo è che, invece che con l’ago e i fuselli, viene realizzato a uncinetto con l’utilizzo di un filato sottilissimo.
Elena fece venire un’insegnante da Torino che formò la prima maestra isolana, Elvira Tosetti, alla quale fu poi affidata la fondazione e la direzione di una scuola di merletto aperta alle giovani isolane.

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Tovaglia formata unendo i campioni delle diverse tecniche che le alunne della prima classe dovettero produrre per superare l’esame finale. La tovaglia fu donata alla marchesa Isabella madre di Elena

Fino ad allora le figlie dei pescatori lavoravano tutto il giorno: filavano la canapa, tramavano e riparavano le reti, pulivano il pesce, aiutavano in casa, ma non percepivano alcun reddito. Con la scuola le ragazze acquisirono una professionalità, ottennero una certa indipendenza economica e poterono anche contribuire al bilancio familiare.
Bice Tittoni nel numero di luglio-agosto 1907 della rivista “Vita femminile italiana” scrive che il primo anno le alunne furono 9 e guadagnarono 389 lire, il secondo anno 14 e guadagnarono 2286 lire e che erano arrivate ad essere una trentina.
Le ragazze impararono la tecnica e tutte le possibili applicazioni per la realizzazione di tovaglie, lenzuola, colletti, centrotavola, fazzolettini, vestiti, guanti. Mentre le giovani lavoravano, Elvira Tosetti leggeva interi brani della Gerusalemme liberata. L’opera piacque tanto che molte/i  bambine/i che nacquero dopo furono battezzate/i con i nomi di eroi ed eroine del Tasso e ancora oggi questi nomi sono diffusi nell’isola.
A casa le ragazze approfittavano di ogni momento libero per prendere in mano l’uncinetto e quando il tempo era bello lavoravano sedute davanti all’uscio di casa. Lungo tutta la strada principale dell’isola si vedevano donne che confezionavano trine.

2. Isola Maggiore, prima metà del Novecento, foto di Aldo Cari (Città di Castello)
Isola Maggiore, prima metà del Novecento, foto di Aldo Cari

Il castello dei Guglielmi era frequentato da signore della nobiltà perugina, romana, fiorentina ed anche da esponenti della casa reale che divennero le prime estimatrici e clienti della scuola.
I bei manufatti vennero esposti a Perugia alla mostra mercato permanente delle Arti decorative Italiane. I campionari venivano inviati a Roma alle Industri Femminili Italiane e da lì erano venduti in tutta Italia e anche all’estero. La moda del tempo richiedeva infatti che gli abiti più belli venissero rifiniti con il pizzo e le trine d’Irlanda dell’Isola Maggiore erano molto apprezzate e richieste.
In certi periodi, quando la pesca era in crisi, erano le donne quelle che portavano a casa il reddito più alto, tutta l’economia dell’isola era dunque positivamente influenzata dalla lavorazione del merletto.
Le vendite venivano fatte anche col passa parola. Interessante a questo proposito è la lettera che Vittoria Conestabile della Staffa scrive all’amica Elena Guglielmi.

«Firenze via Montebello 34
15 maggio 1908
Mia carissima Nenella,
mia zia Alba Conestabile m’incarica di scriverti per sentire se tu le potessi spedire degli altri spalloni, colli e guarnizioni come essa prese quest’ottobre. Abita ora qui in Firenze Palazzo Sonnino al Prato. Vi è pure qui mia cugina Lina Gomez che desidererebbe vedere qualche altro oggetto, forse anche camicette, ed una signora sua inquilina voleva farsi un vestito tutto di trine d’Irlanda. Potresti inviare degli altri lavori anche a lei? Abita viale Principe Amedeo n.22. Se non hai un vestito fatto potresti mandarle il disegno.
Vedi come mi occupo per la tua industria!
Ti bacio di vero cuore, la tua affezionatissima amica
Vittoria Conestabile della Staffa»

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Tramezzo a pizzo d’Irlanda. Museo del merletto

Negli anni Trenta il pizzo d’Irlanda non fu più di moda e la scuola chiuse.
Le donne però avevano ormai imparato un mestiere, non dimenticarono questa tecnica e, anche se non c’era più mercato, continuarono a lavorare per uso personale, per la confezione, ad esempio, dei capi del loro corredo.
L’attività riprese nel 1963 grazie ad un’isolana, Maria Vittoria Semolesti, che fondò una cooperativa di merlettaie per la produzione e la vendita del pizzo d’Irlanda. La cooperativa chiuse nel 1975, ma le merlettaie continuarono di nuovo a lavorare a titolo individuale. Via Guglielmi con le sue merlettaie era un’attrattiva dell’isola. Turisti e turiste si fermavano ad ammirare quelle mani che davanti ai loro occhi trasformavano il filo in trina; fotografavano e qualcuno/a acquistava i manufatti esposti. Ancora oggi si può incontrare qualche merlettaia che lavora davanti alla sua abitazione ed espone i suoi lavori per la vendita.

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Isola Maggiore. Le ultime merlettaie
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Seggiola vetrina della merlettaia

Tutti i gruppi di appassionate che tuttora lavorano il pizzo d’Irlanda derivano dalla scuola di Maria Vittoria Semolesti.
Al centro dell’isola, nel palazzo che fu sede della confraternita di Santa Maria dei Disciplinati, oggi ha sede il Museo del Merletto. Vi sono esposti i lavori realizzati dalle donne dell’Isola Maggiore dal 1904 alla fine del XX secolo e i campionari usati per la vendita.

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Isola Maggiore. Museo del merletto

 

 

Articolo di Paola Spinelli

Paola Spinelli. foto.jpg

Ex insegnante, ex magra, ex sindacalista, vive a Perugia alle prese con quattro gatti e i suoi innumerevoli hobby, ma è in grado di stare bene anche senza fare niente.

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