Io ho un corpo, io sono il mio corpo

Il corpo è attore che si muove sulla scena del mondo, elemento essenziale della condizione umana e dell’identità individuale, deposito delle esperienze biografiche e dell’immaginario sociale.
Sui corpi umani in quanto descritti da apparati simbolici, indirizzati da ruoli, calati in relazioni, destinatari di risorse, si scontrano forze che tentano di estendere i loro domìni.
Ogni potere, e soprattutto quello religioso, sa che deve intervenire in primo luogo sugli usi dei corpi: li descrive come naturali e legittimi oppure li interdice come eterodossi e li punisce come innaturali e perversi. La posta in gioco è alta: il controllo dalla nascita alla morte della sfera intima delle persone e delle dinamiche sociali che innesca.
L’operazione di presentare come ‘naturale’ ciò che ha genesi culturale ha una portata formidabile: porta a ritenere automatici e ineluttabili modelli che diversamente sarebbero suscettibili di esser messi in discussione. Significa presupporre un ordine che sarebbe immutabile e insindacabile per volere divino o per forza ontologica, mentre risponde solo a dinamiche di potere.
Di fronte alle pretese verità assolute, così congeniali all’ordine costituito, ogni volta che si genera un cambiamento si genera una resistenza. Per un membro di una comunità è molto difficile agire in difformità dal calco preformato, disattendere le aspettative e le pressioni sociali circa gli atteggiamenti, i comportamenti, le posizioni e i ruoli “giusti”.
Le prime norme da assimilare sono quelle legate al genere. Nel pensiero androcentrico norma maschile e norma umana vengono a coincidere e diventano identiche. Il maschio è la misura dell’umanità nel linguaggio, nel diritto, nella storia, nel costume. Nella società normalizzata anche le donne, per essere accettate, devono condividere questo assunto.
Ogni essere umano sa che esistono i generi, ma sono passati secoli e secoli prima che ne individuassimo la parzialità come occhiale attraverso cui leggere la realtà. Abbiamo cominciato ad andare oltre le mappe consentite quando abbiamo letto gli squilibri non più come lo specchio delle differenze fisiche esistenti tra uomini e donne, bensì come la cultura che stabilisce quali significati siano da attribuire a tali differenze.
Una delle frasi più note nel Manifesto di rivolta femminile (1970) di Carla Lonzi, colei che non a caso “sputava su Hegel”, è questa:
«Abbiamo guardato per 4000 anni, finalmente abbiamo visto!»
Perché ce lo avevano impedito con ogni mezzo? Perché continuano ad osteggiarci?
«Nominare il genere significa immediatamente evocare il potere», avverte Joan Scott.
Abbiamo visto che l’esperienza differente che donne e uomini fanno del proprio corpo incide sul loro stile di relazione, sul loro modo di sentire, di pensare, di stare al mondo. Perfino sul modo di generare e sui modi di amare. Quale bene è più prezioso della capacità di generare la vita, essenziale per l’economia e per la prosecuzione della comunità?
Affermare che il genere è costruito a partire da questi elementi non significa affermare che sia illusorio, secondo una logica binaria che opponga l’artificiale all’autentico: né l’essenzialismo biologistico né il costruttivismo radicale riescono a rendere ragione delle peculiarità di questa differenza.
Si tratta piuttosto di riconoscere che le configurazioni culturali concorrono con forza a determinare il “reale”. Il femminismo si è incaricato di promuovere una memoria diversa e nuove categorie interpretative, si è smarcato dalla tradizione e ha fatto del corpo sessuato un luogo non solo di riappropriazione culturale ma di conflitto: ha denaturalizzato lo storico, dubitato dell’ovvio, ridiscusso il senso comune.
Accanto a corpi silenziosi, negati, dimenticati, ignorati, umiliati, segregati, reclusi, violati abbiamo conosciuto corpi indocili e corpi ribelli che, erodendo i recinti, violando i santuari si sono presentati come potenziali sovvertitori dell’ordine costituito. Abbiamo visto che gli uomini hanno speso tutte le loro forze per addomesticarli, hanno punito ogni strategia di resistenza con qualunque mezzo, a partire dall’emarginazione sociale fino alle diagnosi di possessione diabolica o di stregoneria, di isteria o di altre patologie legate a una potenziale pericolosità. Le nostre ave hanno vissuto una litania di interdizioni, un lungo addestramento, potenti dispositivi di controllo sui luoghi e sui tempi.
Ancor oggi la libertà femminile non si perdona. Il depotenziamento di un sistema di così ampia portata ha prodotto una sorta di disorientamento identitario. Ancor oggi esistono corazze installate sulla libertà femminile e non basta la consapevolezza nuova, affiorata finalmente alla storia, a scrollarsele di dosso.
La questione fondamentale rispetto all’incompletezza della cittadinanza ha a che fare con la limitazione d’autonomia che deriva innanzitutto dal non riconoscimento di quella sovranità sul proprio corpo e di quella libertà d’arbitrio invece pacificamente riconosciute agli uomini.

Articolo di Graziella Priulla

RfjZEjI7Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: “C’è differenza. Identità di genere e linguaggi”, “Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo”, “Viaggio nel paese degli stereotipi”.

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