La cognizione del dolore

La vita e l’opera di Alice Bradley Sheldon, alias James Tiptree Jr., alias Raccoona Sheldon. Parte seconda

«Qui ci sono alcune storie intensamente tristi, vere, divertenti. Storie molto belle». È questa la sintetica introduzione scritta da Ursula Le Guin a Star songs of an old primate, terza raccolta di racconti di Alice Sheldon, data alle stampe nel 1978 con il consueto alias di James Tiptree Jr. Le Guin – una delle penne più consapevoli della science fiction, e non solo di genere – scrive poi anche altro, dando prova di straordinaria empatia nei confronti dell’amica, che soltanto l’anno prima aveva visto svelata la propria identità segreta, e della sua narrativa.

Racconti di un vecchio primate (questo il titolo italiano) è la prima delle due raccolte di Sheldon/Tiptree interamente tradotta nella nostra lingua: il merito si ascrive al compianto Giuseppe Lippi, allora redattore di “Robot”, la rivista di fantascienza che nel maggio 1979 alla scrittrice statunitense dedicò l’intero n. 38.

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Il n. 38 (maggio 1979) della rivista mensile di fantascienza «Robot» dedicato a James Tiptree Jr. Comprende sei racconti.

La seconda è Star rift (Il fiume delle stelle, propriamente Fenditura stellare, del 1986), edita l’anno seguente nella collana di Mondadori ‘Altri Mondi’. Ulteriori racconti (o romanzi brevi) ‘sparsi’ sono leggibili in italiano, pubblicati e ripubblicati anche con titoli differenti, su antologie (per esempio dei testi vincitori degli Hugo Awards, attribuiti dal pubblico di appassionati/e del genere), raccolte, riviste (“Robot” e alcune serie collegate a “Urania”). Roberto Del Piano (già nel collettivo di “Un’ambigua utopia”, rivista di critica marx/z/iana di fine anni Settanta) ne ha censiti in tutto venticinque, su un totale di sessantacinque scritti nell’arco di circa un ventennio (altre fonti indicano però quale numero complessivo sessantaquattro o sessantanove), ai quali si aggiungono due romanzi. In questa sede ne sono presi in esame undici.

Le opere di Alice Sheldon si trovano ormai soltanto sul mercato dei libri ‘vintage’: una vera caccia al tesoro, sia per l’ardua reperibilità dei volumi, sia per la bellezza dei testi, non semplicemente riconducibili a letteratura ‘di genere’.
La fantascienza (impossibile non pensare al grande Philip Dick) genera uno straniamento cognitivo che, in quanto tale, consente di leggere il presente ampliandone il campo delle possibilità e svelandone le smagliature nascoste, poiché presuppone la sospensione del tradizionale criterio di verosimiglianza da parte di chi legge. «Ho scritto una ventina di racconti di fantascienza e non so se ne scriverò altri. – È Primo Levi ad affermarlo, in una intervista rilasciata a “l’Unità” il 4 gennaio 1966 citata in un saggio illuminante di Francesco Cassata – Li ho scritti per lo più di getto, cercando di dare forma narrativa ad una intuizione puntiforme, cercando di raccontare in altri termini (se sono simbolici lo sono inconsapevolmente) un certo tipo di esperienza non rara: l’esperienza di una smagliatura, di un vizio di forma che vanifica uno od un altro aspetto della nostra civiltà o del nostro universo morale». Così è anche per Alice Sheldon: celata dallo pseudonimo di James Tiptree Jr., affronta e attraversa i temi della differenza di genere e della invisibilità della donna nella società occidentale, della riproduzione e di una possibile evoluzione alternativa, della scienza, del dolore e della morte. «Fin da quando la situazione si è fatta seria – scrive nella Nota dell’autore al bellissimo racconto Her Smoke Rose Up Forever – fin da quando ci siamo resi conto che corriamo veramente il pericolo di auto-distruggerci, di bombardare, o avvelenare, o ingolfare, o soffocare a morte il pianeta, oppure – ed è la cosa peggiore – di uccidere la nostra stessa umanità con la tirannia fascista o semplicemente con la sovrappopolazione, la fantascienza è diventata il solo luogo in cui è possibile parlare di tutto questo». 
La centralità del dolore, un dolore senza remissione né riscatto, è evidenziata da Patrizia Brambilla nella scheda (anonima, ma a lei ascrivibile) dedicata ai Racconti di un vecchio primate all’interno della guida critica Nei labirinti della fantascienza, a cura del Collettivo “Un’ambigua utopia”: il dolore delle donne, tanto più grande quanto più sono consapevoli della propria insignificanza sociale; il dolore degli animali sottomessi e di quanti sviluppano empatia nei loro confronti; il dolore dell’intero genere umano nell’assenza di senso, che apre a un dolore che tocca altri mondi, altre creature (aliene), l’intero universo.
Painwise (tratto dalla raccolta Ten Thousand Light-Years from Home) è un racconto del 1972, fondamentale ai fini della comprensione di questo tema e della modalità con cui Alice lo declina.

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Il numero del febbraio 1972 della rivista statunitense «Fantasy and Science Fiction» sul quale è apparso per la prima volta il racconto Painwise di James Tiptree Jr., alias Alice Sheldon.

Non è pubblicato in italiano: la traduzione della prosa pirotecnica della scrittrice – ricca di neologismi, doppi sensi, giochi di parole – è costata a Roberto Del Piano blood, toil, sweat and tears, a partire dal titolo, per il quale si propone la citazione gaddiana La cognizione del dolore, tradendone la lettera, che rinvia al protagonista reso suo malgrado saggio, esperto, consapevole in materia di dolore. Un astronauta senza nome, umano e maschio, è stato privato dei sensori del dolore, dislocati all’esterno del suo corpo, per fini sconosciuti e incomprensibili: sottoposto a torture efferate su pianeti alieni, percepisce soltanto luci che balenano, arcobaleni che si incendiano. Si può vivere una vita vera senza dolore, e senza relazioni umane? No. In compagnia di meccanismi sofisticati, dotati di parola (dai quali dipende, ma dai quali non riceve risposta alle proprie domande, tantomeno alla propria richiesta di provare dolore), l’uomo conosce una disperazione senza rimedio e lentamente impazzisce, giungendo a un finale doloroso quant’altri mai, che non sarebbe ‘saggio’ rivelare. Il racconto consuona singolarmente con Versamina, nona delle quindici Storie naturali di Damiano Malabaila, pseudonimo di Primo Levi: il protagonista Jakob Dessauer (dietro il quale si cela l’autore) apprende la «storia strana» dello scienziato Kleber, che studia e sperimenta – dapprima su animali, poi, inevitabilmente, su di sé – le versamine, «quelle sostanze che convertono il dolore in piacere». Ma, conclude Dessauer/Levi, «il dolore non si può togliere, non si deve, perché è il nostro guardiano. Spesso è un guardiano sciocco, perché è inflessibile, è fedele alla sua consegna con ostinazione maniaca, e non si stanca mai, mentre tutte le altre sensazioni si stancano, si logorano, specialmente quelle piacevoli. Ma non si può sopprimerlo, farlo tacere, perché è tutt’uno con la vita, ne è il custode».

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Sovraccoperta delle Storie naturali di Damiano Malabaila, alias Primo Levi, edite da Einaudi nel 1966.

Non provare, empaticamente, dolore per chi, incolpevole, ne è vittima a causa di altri significa perdere l’anima: Tilman Lipsitz è il protagonista di The Psychologist Who Wouldn’t Do Awful Things to Rats (tradotto letteralmente in Lo psicologo che non voleva fare brutte cose ai topolini), dalla terza raccolta di Sheldon; è uno studioso dei comportamenti animali in relazione alle esperienze, ma è anche alter ego di Alice Sheldon, che nel 1967 aveva discusso la propria tesi di dottorato in psicologia sperimentale alla George Washington University, presentando una dissertazione sulle reazioni degli animali a nuovi stimoli in contesti differenziati divenuta un classico nel campo.

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Illustrazione di Raccoona Sheldon, alias Alice Sheldon, per il racconto The Psychologist Who Would’n Do Awful Things to Rats, del 1976.

La «piccola città di topi» in cui Lipsitz opera è «il tempio del dolore». Il dolore è in ogni luogo: «Dovunque nel paese, nel mondo, coltelli immacolati affettano, menti addestrate organizzano i più ingegnosi tormenti in laboratori così belli e puliti che si potrebbe mangiare sui loro pavimenti. Auschwitz, Belsen erano lindi. Con i fiori. Il puzzo del dolore saliva al cielo. Un cielo vuoto. Ma la gente non pensa che il dolore degli animali abbia importanza. E neppure pensava che avesse importanza il dolore del mio popolo, nei campi di sterminio, una generazione fa. Ma è l’identica cosa, agonie interminabili, inaudite, di creature impotenti. E tutto questo, perché?». Uno stesso immane dolore, di «tutti quelli che non possono difendersi, che non resistono e vengono feriti, umiliati», che se vanno, che «ci abbandonano, mi abbandonano in questo mondo cartesiano che funziona come un orologio nel quale niente, per sempre, significherà qualcosa».

Non resta che l’eco del dolore, immateriale ma ben percepibile: è la teoria sottesa a Her smoke Rose Up Forever, edito per la prima volta in Italia nel 1977 con il titolo Frustrazioni e successivamente ripubblicato in “Robot” n. 38 con il titolo Spettri eterni, che meglio interpreta il senso dell’originale Il fumo di lei saliva per sempre. «Se tu provi una sensazione intensa per qualcosa, – afferma Molly, uno dei personaggi del racconto, riprendendo una tesi parapsicologica dell’inglese Whately Carrington – c’è una parte di te che si stacca dal tuo io e continua a vivere per suo conto… Brandelli mentali che turbinano in eterno, appiccicati a qualunque cosa tu abbia amato»; ma, postilla Alice Sheldon nella Nota dell’autore, «che mi dite della paurosa vitalità del passato cattivo: vergogne, furori, delusioni, il tradimento dell’amante, il premio sfuggito di mano? Per dirla con gli psicologi, il condizionamento negativo persiste», creando «un inferno superiore a ogni immaginazione… Almeno finché non riusciremo a cambiare noi stessi. A drenare dai nostri nervi la forza della sofferenza. A rendere la gioia e l’amore forti come il male. Ma come possiamo farlo?».
Il dolore non svanisce neppure con la morte, il vento gelido che investe Auschwitz (che tutti/e noi che siamo stati/e in visita a un campo di sterminio abbiamo percepito, rabbrividendo) non si ferma mai: non è un caso che Mary Hastings Bradley, la madre di Alice, nell’immediato dopoguerra avesse pubblicato una serie di articoli redatti dopo aver visitato i lager nazisti liberati dall’esercito alleato. E che Rudolph Arnheim, docente di psicologia ad Harvard e amico e corrispondente della scrittrice, fosse stato costretto alla fuga dalla Germania nazista nel 1933 e dall’Italia fascista nel 1938 a causa della sua appartenenza alla cosiddetta ‘razza’ ebraica.

Il dolore che persiste dopo la morte, oltre la quale continua una vita insensata e incolore, è al centro di In the Midst of Life (A metà della vita), del 1987, l’anno in cui Alice dà corso al patto di morte stipulato con il marito: al racconto è stato attribuito il titolo italiano Nel mezzo del cammin di nostra vita, con un brusco scarto rispetto alla desolata disperazione che pervade il testo, il quale rimanda piuttosto alla lirica Hälfte des Lebens (Metà della vita) del poeta tedesco Friedrich Hölderlin. L’intera opera di Sheldon è, del resto, fitta di rinvii letterari colti, talvolta non immediatamente percepibili ma certamente non casuali. Il protagonista Amory Guilford, giunto a metà della vita e sopraffatto dall’insignificanza, mette fine alla sua esistenza con un colpo di pistola; è probabile che Amory celi la stessa Alice: in lui, dopo «uno schianto accecante, che non fece alcun rumore», persistono frammenti di immaginazione e scintille di coscienza, ma per lui, ancora una volta e per sempre, la nuova esistenza procede «in direzione dell’Ignoto».

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Tre autografi di Alice Sheldon con i suoi pseudonimi.

In copertina. Nel 1977 Alice, ormai nota come James Tiptree Jr., posa per un servizio fotografico in occasione della pubblicazione del suo primo romanzo (Photo by James Reber, in Julie Phillips, James Tiptree Jr. The double life of Alice B. Sheldon, 2006; fotografie originali anche in http://www.jamestiptreejr.com, a cura della stessa Julie Phillips, e in https://us.macmillan.com/books/9780312426941).

Articolo di Laura Coci

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Fino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Insegna letteratura italiana e storia ed è presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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