Dei corpi e delle pene

Nella nostra tradizione culturale il corpo ha rappresentato per un tempo lunghissimo il polo negativo di una serie di coppie che lo opponevano allo spirito: materia bruta e pesante, zavorra senza qualità, impaccio che rende l’umanità incapace di accedere al mondo delle idee e al mistero del trascendente.

Agli albori del Medioevo papa Gregorio Magno lo definisce «abominevole rivestimento dell’anima»: il poverello d’Assisi, Francesco che esalta frate corpo, pare quasi un eretico. Un involucro vergognoso, «immondo e fetido a tal punto che basta a sfigurare l’anima pura e immacolata che vi è immersa», predica Bernardino da Siena nel XV secolo.

Platonismo, pitagorismo, orfismo, stoicismo, gnosticismo — per nominare i sistemi filosofici più noti — erano stati accomunati dalla contrapposizione tra l’elevatezza dello spirito invisibile e la bassezza della materia visibile: questo condusse alla svalutazione del corpo e di tutto ciò che a esso fa riferimento. Gli appetiti più “bassi”, gli istinti, devono essere contenuti; le passioni vanno controllate dalla ragione.

Facile dedurne che la mascolinità (razionalità, capacità di astrazione) sia superiore alla femminilità (irrazionalità, concretezza), giudicata realizzazione dell’umano incompiuta e carente: le donne servono per la riproduzione, per la cura, per la quotidianità; solo i maschi possono accedere a fini superiori. L’intelletto della donna non può volare alto, vicina com’è alla primordialità della natura, appesantita com’è dalle emozioni, inchiodata alle necessità fisiologiche sue e altrui, alle condizioni materiali del vivere, alla sessualità.

Le religioni monoteiste nelle intenzioni dei loro fondatori avrebbero dovuto occuparsi delle anime, invece intervennero sui corpi imponendo norme e divieti che, descritti come stabiliti dal Dio Unico tramite rivelazione, furono ritenuti sacri, immutabili e ineludibili. Le loro interpretazioni in realtà portano impresse le caratteristiche dei contesti socio-politici nei quali si sono formate, ispirati tutti a mentalità androcentriche.

Il cristianesimo, nato in ambiente ebraico, sviluppato nell’impero romano, circondato e permeato da idee greche, inevitabilmente assunse forme patriarcali. Nell’iconografia della cacciata dall’Eden Eva nasconde quelle che verranno chiamate pudenda, eloquentemente vergogne: così scandalose da spingere i benpensanti a coprirle nelle tele, negli affreschi e nelle statue. Adamo invece cela il viso, simbolo di un’identità ben più complessa.

Vergini, maritate, vedove, pure o impure sono categorie relative al sesso, incatenate al ciclo biologico: delle donne null’altro esiste o importa. Donde un solco tra i due generi e la doppia morale: il corpo maschile adulto e sano non è normato; quello femminile sì, sempre. Che cosa è più corporeo del contatto sessuale?

Un clero rigorosamente maschile (un Dio maschio non si fida delle donne) scegliendo la castità si propose come modello di virtù, capo e guida rispetto alla fragilità della natura umana. Gli scritti autobiografici dei santi traboccano di battaglie combattute per placare i tormenti diabolici della “libidine”. «I desideri della carne sono in rivolta contro Dio», scrive san Paolo.

Non solo tramite gli scritti e i codici, ma dalle parrocchie e dagli oratori, dai pulpiti e dai confessionali si levò la voce potente della Chiesa a presidio di una strenua lotta agli atti impuri (a volte persino ai pensieri). Scese l’ombra del peccato sul sesso, che perse ogni connotazione di espressione gioiosa dell’amore e della vita.

Dopo secoli di interdizione linguistica ancor oggi non abbiamo a disposizione parole intermedie per indicare gli organi sessuali: si passa direttamente dal termine scientifico al turpiloquio, il cui repertorio attinge in modo equivalente all’universo coprolalico e a quello genitale, a dimostrazione del fatto che assimila ambedue a “cose sporche”, “cose indecenti”, e che seziona il nostro corpo in zone “pulite” e zone no.

In re venerea non datur parvitas materiae, a presidio delle minacce di dannazione eterna. I precetti che riguardano la sessualità sono numerosissimi e dettano prescrizioni severe su ogni aspetto: dalla masturbazione ai contraccettivi, dal sesso prematrimoniale alle relazioni omosessuali. Le domande dei confessori sono minuziose. Le punizioni sono abnormi e sproporzionate rispetto a quelle previste per peccati di altra natura, probabilmente per spaventare le persone più semplici e per consentire alle gerarchie ecclesiastiche di sperimentare procedure di controllo sugli aspetti più intimi della vita di ogni appartenente alla comunità.

Il predominio di questa visione del mondo impose ai corpi umani una lunga stagione di umiliazioni, divieti e rinunce: cupe frustrazioni, inutili ossessioni. Dopo troppi secoli… «In nessun modo possiamo intendere la dimensione erotica dell’amore come un male permesso o come un peso da sopportare per il bene della famiglia, bensì come dono di Dio che abbellisce l’incontro tra gli sposi.» Papa Francesco, Amoris laetitia.

Certo è finita l’epoca della mortificazione, ma l’inconscio collettivo conserva le tracce del «mare ribollente delle cose non dette» (Lea Melandri). L’integralismo oggi come ieri trema davanti alla fisicità femminile e reagisce con la violenza, con il silenzio o con l’imbarazzo al turbamento. Perdurano retaggi che creano contraddizioni e disorientamenti cui è difficile non soggiacere.

Essi impediscono alle famiglie e alla scuola, ancora nel XXI secolo, di parlare di sesso con le giovani generazioni che crescono sempre più disinibite, ostentando una finta disinvoltura, ma sono vittime di stereotipi e di pregiudizi oltre che di ignoranza e di paura. È incredibile constatare come in tempi in cui i media utilizzano una sessualità esibita ed eccitata — decontestualizzandola spesso da qualsiasi àmbito relazionale ed emotivo — gli adulti perseguano la stessa strategia del silenzio che ha connotato le relazioni tra genitori e figli nelle decadi passate. Quasi che non nominare riuscisse magicamente a esorcizzare.

Articolo di Graziella Priulla

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Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi; Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo; Viaggio nel paese degli stereotipi.

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