Le donne che gli uomini non vedono

La vita e l’opera di Alice Bradley Sheldon, alias James Tiptree Jr., alias Raccoona Sheldon. Parte terza

«Il puzzo del dolore saliva al cielo. Un cielo vuoto. Ma la gente non pensa che il dolore degli animali abbia importanza. E neppure pensava che avesse importanza il dolore del mio popolo, nei campi di sterminio, una generazione fa. Ma è l’identica cosa, agonie interminabili, inaudite, di creature impotenti. E tutto questo, perché?» si chiede Tilman Lipsitz nel racconto Lo psicologo che non voleva fare brutte cose ai topolini. La domanda ricorre nei testi di Alice Sheldon senza mai trovare risposta.
L’amara constatazione dell’incessante e faticoso essere per la morte del genere umano si trova nel finale del romanzo breve A Momentary Taste of Being (Un momentaneo gusto di esistere, pure in “Robot” n. 38): «La fine di tutto, semplicemente marcisce. Senza neppure sapere perché. Nell’assurda convinzione di essere stata gente, individui autonomi, raziocinanti, pensando di aver avuto una possibilità». Il testo, del 1975, presenta una struttura classica: in esso — scrive Vittorio Catani — vi sono «tutti gli elementi di una space opera: la gigantesca astronave con a bordo sessanta tecnici, il lungo volo verso i soli del Centauro (“nuove frontiere” contro lo straripante affollamento terrestre), l’incombente presenza dell’enigmatico alieno (pianta? essere pensante?), il tecnologismo delle descrizioni, un notevole sense of wonder…». Ma del tutto nuovo è il tema della generazione e riproduzione umana, della pulsione incoercibile (correlata al piacere, ma non identificabile con questo) che porta letteralmente a perdere sé stessi, esaurito un compito che si rivela come tale soltanto a posteriori e che è funzionale a una incomprensibile vita ‘altra’ nell’universo. E ancora una volta il protagonista (maschio), Aaron Kaye, si trova solo a misurare dolore, fallimento, morte, consapevole che in noi umani c’è qualcosa di ineluttabilmente «sbagliato».


La pila di libri (in lingua italiana) contenenti quindici racconti di Alice Sheldon disponibili nella biblioteca Coci – Del Piano; a questi si uniscono i due romanzi dell’autrice; il testo di Painwise in lingua originale è disponibile in rete all’indirizzo http://web.archive.org/web/20060513082552/http://www.scifi.com/scifiction/classics/classics_archive/tiptree4/index.html (vivamente sconsigliato l’uso del traduttore automatico)

Accoppiamento e generazione per i terrestri, e non solo, equivale a distruzione e morte. La tesi è espressa da Alice Sheldon in una delle sue prime prove, Your Haploid Heart (Il tuo cuore aploide) del 1969: romanzo breve dall’impianto narrativo di non facile decifrazione, nel quale è presente il tema di una identità sessuale assoluta (sconosciuta agli umani, che «sono, di fatto, creature composte» di maschile e femminile), che determina al contempo bellezza abbagliante e caducità biologica. E, con maggiore maturità e originalità, in Love Is the Plan, the Plan Is Death (tradotto in italiano con due titoli leggermente diversi: Amore è il piano, il piano è la morte e Amore è il progetto, il progetto è morte), vincitore del Nebula Award per il 1973: la vicenda si consuma su un pianeta senza nome e vede per protagoniste due creature aliene (Moggadeet e Lilliloo) dai caratteri esteriori che con metro umano si direbbero mostruosi; è giocata su antitesi ricorrenti: caldo / freddo, grande / piccolo, nero / rosso, amore / morte. «Ricordando… Mi senti mio rossino? Stringimi dolcemente. Il freddo aumenta. Ricordo. Sono tanto nero e pieno di speranza…»; l’intero testo è il canto di amore e morte di Moggadeet, vittima di un «Progetto», grande e terribile, di cui non è dato conoscere né la natura né la finalità: «“Vecchio! Che cos’è il Progetto?” Inghiotte a fatica, il suo unico occhio fisso nel mio. “In noi,” dice pesantemente, con più voce ora. “In noi, muovendoci in tutte le cose necessarie alla vita […]”».

Inibire la riproduzione significa condannare a morte una intera razza: mosche elicoidali (la screw-worm fly, nome scientifico Cochliomyia Hominivorax, diffusa nel Nuovo Mondo) o esseri umani non fa differenza. Le larve della screwfly si nutrono del tessuto vivente di animali a sangue caldo: sono state ufficialmente debellate dagli Stati Uniti nel 1982, grazie alla tecnica dell’insetto sterile, ovvero al rilascio in natura di maschi resi sterili, i quali, accoppiandosi con le femmine, non potranno inseminarle, riducendo il numero di esemplari nella generazione successiva. È l’idea di partenza del racconto The Screwfly Solution (La soluzione “Screwfly”), pubblicato con lo pseudonimo di Raccoona Sheldon e pure vincitore del Nebula Award per il 1977; nel 2006 è divenuto un episodio della serie televisiva Masters of Horror per la regia di Joe Dante (che lo ha definito «extremely dark»). In un crescendo prima di incredulità, poi di sgomento, il giovane padre di famiglia Alan («in Colombia a organizzare una campagna per lo sterminio degli insetti nocivi») apprende dalla moglie Anne del progressivo estendersi di una psicosi collettiva maschile che porta all’assassinio delle donne: «Lillian si è messa con una specie di Comitato per la Salvezza della Donna, come se fossimo una specie animale in pericolo, ah, sai com’è Lillian. Sembra che effettivamente la Croce Rossa abbia cominciato a organizzare campi per profughi. Ma Lillian dice che dopo la prima fiumana, adesso soltanto un rivolo esce da quelle che chiamano le “aree infette”. Non ci sono neppure molti bambini, neanche maschietti. E un aereo che ha sorvolato Lubbock ha scattato fotografie che mostrano quelle che sembrano addirittura fosse comuni… «Oh, Alan… fino a questo momento pare che si estenda sempre più verso ovest, ma qualcosa sta succedendo a St. Louis, sono tagliati fuori. E allo stesso modo, tanti altri posti sembrano semplicemente scomparsi, i notiziari non ne parlano più… ho avuto una visione d’incubo: nessuna donna è rimasta in vita laggiù? E nessuno fa niente. Per un po’, avevano detto di cospargere le zone infette di tranquillanti, ma poi nessuno ne ha fatto più niente. Che cosa mai può provocarlo? Qualcuno alle Nazioni Unite aveva proposto un convegno sul — non ci crederai — femminicidio. Sembra il nome di un deodorante spray». Il finale del racconto (che lascia senza respiro e che perciò non si rivela, al pari di altri) apre uno squarcio su una possibile spiegazione, che rinvia però a sua volta all’assenza di senso. Femminicidio: Alice Sheldon nel 1977 scrive proprio femicide: si noti che nell’accezione moderna il vocabolo è usato per la prima volta nel 1990. E per quanto il genere maschile del racconto sia strumento inconsapevole di una volontà “altra”, non lascia dubbi la durezza sconsolata con cui il genere femminile è definito «il secondo più spregevole primate della terra».


Copertina dell’antologia di racconti di Alice Sheldon Her Smoke Rose Up Forever, edita nel 2004, più volte ristampata e tuttora [2020] in commercio

Quando ancora l’identità segreta di James Tiptree Jr. non è svelata, il suo racconto The Women Men Don’t See (Le donne che gli uomini non vedono, traduzione più coerente con lo spirito del testo rispetto al titolo italiano Le donne invisibili) riceve «un’autentica valanga di segnalazioni per il premio Nebula, nel 1974 — scrive Ursula Le Guin. Le lodi si concentravano soprattutto sulla dimostrazione, data dal racconto, che un uomo poteva scrivere mostrando una comprensione completa delle donne»: non per nulla Alice è iscritta all’organizzazione femminista Now (National Organization for Women). Quanto al racconto in sé, The Women Men Don’t See è semplicemente bellissimo. Protagoniste sono «un paio di femmine indistinte», madre e figlia, Ruth e Althea Parsons, che il personaggio maschile che dice ‘io’, Don Fenton, all’inizio della vicenda, considera assolutamente insignificanti: «la ragazza ha quello che potrebbe essere un corpo attraente se avesse quel pizzico di pepe. Non ce l’ha», osserva lapidario. Poi, l’incidente aereo, che scombina piani e ruoli: «’Ste donne dannate non si sono lamentate una volta, capite. Non un pigolio, non un tremito di voce, nessuna manifestazione personale. Niente di niente»; e ancora, riferito a Ruth: «Una così brava donna, normale, una ragazza scout. Il guaio è che ho inciampato in troppe capacità professionali, nascoste sotto accurati stereotipi». Il vero guaio, impietosamente sottolineato dal racconto, è che Don non sa (e forse non vuole) liberarsi della propria mentalità sessista, non sa guardare una donna in termini che non siano di appetibilità erotica (presupponendo che lei faccia lo stesso con un uomo, se non è lesbica), non sa rinunciare al proprio ruolo sociale decisionista e dominatore (che lo porta anche all’uso scriteriato di un’arma). Ben diversa la consapevolezza di Ruth, che vorrebbe «andare… veramente lontano», perché teme che il movimento femminista sia condannato: «Le donne non hanno diritti, Don. Eccetto quelli che gli uomini concedono loro. Gli uomini sono più aggressivi e potenti e dominano il mondo. Quando la prossima autentica crisi li metterà sottosopra, i nostri cosiddetti diritti svaniranno… come quel fumo. Ritorneremo a essere quello che siamo sempre state: una proprietà. E tutto quello che sarà andato a male sarà addebitato alla nostra libertà, come lo è stata la caduta di Roma. Vedrai». Di qui, la scelta radicale di Ruth e Althea, due donne «non appariscenti», piccoli opossum capaci di vivere ovunque, perché ovunque è meglio che sulla Terra.

I temi della sessualità, della riproduzione, della clonazione sono centrali in Houston, Houston, Do You Reed? (Houston, Houston, ci sentite?), vincitore sia dell’Hugo Award sia del Nebula Award per il 1976.


Copertina di una ristampa del racconto Houston, Houston, ci sentite?, vincitore dei premi Hugo e Nebula per il 1976

Funge da trait-d’union con The Women Men Don’t See una fantasia di Don: «Una pazza immagine fiorisce nella mia mente: generazioni di donne Parsons solitarie che scelgono stalloni, che fanno viaggi di fecondazione». Per una smagliatura del tempo, tre astronauti in missione — Dave, Bud e Lorimer, i primi due veri e propri stereotipi maschili di integralista religioso e di volgare fallocentrico — finiscono in un futuro remoto in cui gli uomini, intesi come maschi, si sono estinti: «Sembra sia stato una specie di virus nato nell’aria a causa di una fuga dai laboratori militari franco-arabi e forse nutrito dall’inquinamento atmosferico. […] C’era un bassissimo tasso di mortalità, ma una sterilità pressoché universale. Probabilmente una sostituzione molecolare nel codice genetico dei gameti. L’effetto principale sembra essersi manifestato negli uomini. A quanto pare c’è stata una diminuzione delle nascite maschili, la quale suggerisce che il danno riguardasse il cromosoma Y, che veniva colpito in maniera letale nel feto maschio». Sulla Terra, dunque, vi sono solo donne, che si riproducono per clonazione e che non intendono permettere che l’armonia e la pace raggiunte come «esseri umani» siano turbate…

Dello stesso anno di The Women Men Don’t See, e a sua volta vincitore di un Hugo Award, è The Girl Who Was Plugged In (La ragazza collegata), che chiude il cerchio rinviando a Painwise, ma per così dire à rebours, perché P. Burke, la brutta diciassettenne protagonista di questo racconto estremo, sceglie di rinunciare a sé stessa, di vivere una vita non sua, di provare emozioni e percezioni in un corpo “altro” e perfetto, tanto è condizionata dalla visione della donna quale proiezione del desiderio maschile, nel quadro del sessismo che domina, e dominerà, la cultura occidentale. Per inciso: a James Tiptree Jr. è stato intitolato un premio istituito nel 1991, an award encouraging the exploration & expansion of gender, che dopo ventotto anni, dal 2019, è denominato “Otherwise”.


Logo di ‘Otherwise Award’, fino al 2018 ‘James Tiptree Jr. Award’

Nel prendere congedo da Alice Sheldon, che «come Orlando [protagonista del romanzo di Virginia Wolf] addita la fallacia razionale e morale del sessismo, semplicemente con l’essere ciò che è», confortano ancora una volta le parole di Ursula Le Guin: «Sui bordi delle impenetrabili giungle dello Yucatan, sulla spiaggia, si erge una figura dal cappello di paglia, fragile, vivace, sorridente; un attimo prima di sparire nel folto della vegetazione, egli mormora: “Sei vera?”, e Alice, nella lontana casa della Virginia, cambiando il nastro blu della sua macchina da scrivere, risponde al sorriso e dice: “Oh, sì, certo”».


Il timbro utilizzato da Alice Sheldon con l’indicazione della casella postale n. 315 di McLean in Virginia, attraverso la quale James Tiptree Jr. inviava e riceveva la corrispondenza fino al 1977

In copertina. Alice Sheldon nella sua casa a McLean, in Virginia, nel 1983 (Photo by Patti Perret, in Julie Phillips, James Tiptree Jr. The double life of Alice B. Sheldon, 2006; fotografie originali anche in http://www.jamestiptreejr.com, a cura della stessa Julie Phillips, e in https://us.macmillan.com/books/9780312426941).

Articolo di Laura Coci

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Fino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Insegna letteratura italiana e storia ed è presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea

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