Editoriale. “Se accendo la radio e mi dice che il mondo non è migliorato?”

Carissime lettrici e carissimi lettori,
vi ricordate quella canzone degli Stadio che ha determinato anche il nome del loro primo 33 giri? Chiedi chi erano i Beatles, nata da una poesia di Roberto Roversi e dall’insistente convinzione del grande Lucio Dalla che da quella poesia dovesse nascere musica. Cosa che Gaetano Curreri, il solista del gruppo, fece.
Si può dire che questo 2020 sia per molti versi l’anno dei Beatles. Soprattutto è l’anno del loro creatore, John Lennon (John Winston Ono Lennon) che il prossimo venerdì avrebbe compiuto ottanta anni. Un anniversario che si duplica con quello della sua morte avvenuta una sera d’inverno, l’8 dicembre del 1980, quaranta anni fa, a causa di quattro colpi di arma da fuoco (un quinto non andò a segno) sparati alle sue spalle da un suo fan praticamente di fronte alla casa di New York.
John Winston Ono Lennon era nato il 9 ottobre 1940, sotto i bombardamenti delle incursioni aeree tedesche, a Liverpool, la città sul mare d’Irlanda a nord-ovest dell’Inghilterra, diventata famosa nel mondo proprio per aver dato i natali ai quattro baronetti del gruppo inglese, concretamente creatosi proprio nella chiesa di St. Peter a Liverpool dove il giovanissimo Lennon già suonava e dove incontrò l’altro grande esponente del futuro complesso (come si usava dire allora), Paul McCartney.
Parlare della grandezza, dell’importanza e dell’impegno civile di John Lennon (il secondo nome gli fu dato dal padre, un marinaio, in onore di Winston Churchill e, dopo il suo secondo matrimonio con Yoko Ono, lui aggiunse al suo anche il cognome della moglie) è cosa praticamente inutile vista la sua grande notorietà. É stato annoverato infatti tra i primi 100 personaggi più famosi del mondo dalla celebre rivista newyorkese Rolling Stone. Una canzone per tutte, scritta da solista, Imagine, indica la potenza del messaggio umano e la sua presa di posizione a favore dei più deboli e della pace (girò in proposito anche un film). Si pose decisamente dalla parte di personaggi scomodi come per esempio John Sinclair o Angela Davis, il che gli costò la negazione più volte della green card (ottenuta poi nel 1975) e l’invito, nel marzo del 1973, ad allontanarsi dagli Stati Uniti per le idee sovversive, oltre che, così recitava l’invito, per uso di sostanze stupefacenti. Il presidente Richard Nixon fece una campagna feroce contro Lennon screditandolo fortemente. L’avvocato Leon Wildes che lo difese decise di attuare una strategia che presentasse Lennon come «una personalità importante nelle arti la cui presenza nello Stato è di interesse nazionale» e raccolse lettere di sostegno da personaggi della cultura come Andy Warhol, Clive Barnes, Stanley Kubrick, Elia Kazan, Leonard Bernstein e altri. Ci sarà tempo per celebrare la grandezza di questa significativa figura della musica e della cultura, ma intanto, e qui ne abbiamo parlato, ancora oggi c’è chi usa il suo nome e le sue canzoni per campagne politiche di cui non si sente la necessità, anche perché decisamente anacronistiche.
L’adorazione indiscussa per i Beatles lega con un filo sottile, ma non irrisorio, ciò che abbiamo appena scritto a una notizia di cronaca, purtroppo triste: la morte di Quino, Joaquín Salvador Lavado Tejón, il creatore di Mafalda, la ragazzina di carta più irriverente del mondo conosciuta in tutto il pianeta.
A lei era invisa la minestra, ma il suo carattere l’avvicinava per tanti versi al quartetto di Liverpool e soprattutto a John Lennon. Una donna, anzi una ragazzina di carta, o meglio, di punta di matita, che ci fa continuare a parlare di giustizia e di equità sociale e che ci ricorda dalle strisce dei fumetti (ma non solo) che l’hanno vista protagonista, che è necessario guardare con occhi attenti e non farsi sfuggire le dissonanze e le ingiustizie di questa società, per essere sempre pronti a schierarsi contro qualsiasi governo e per difendere il giusto. A darle i natali, a metà degli anni sessanta del secolo scorso, un uomo che, come ha detto con una splendida frase su twitter il suo editore Daniel Divinsky, annunciando la sua morte: «piangeranno tutti gli uomini buoni in Argentina e nel mondo».
Quino, Joaquín Salvador Lavado, il padre di Mafalda, definita giustamente da Umberto Eco «un’eroe del nostro tempo» ci ha lasciati mercoledì scorso, l’ultimo giorno di questo settembre. Ha fatto nascere Mafalda nel 1964, proprio in uno degli ultimi giorni del mese (era il 29 settembre) in cui lui se ne è andato, stroncato dalle conseguenze di un ictus, all’età di 88 anni. Mafalda è conosciuta in tutto il mondo. I libri con le sue strisce sono stati tradotti e venduti in migliaia di copie. «In Mafalda — ha scritto Laura Crinò su La Repubblica — si riflettono le tendenze di una gioventù irrequieta, che qui assumono l’aspetto paradossale di un dissenso infantile, di un eczema psicologico da reazione ai mass media, di un’orticaria morale da logica dei blocchi, di un’asma intellettuale da fungo atomico. Siccome i nostri figli si avviano a diventare — per nostra scelta — tante Mafalde, non sarà allora imprudente trattare Mafalda col rispetto che merita un personaggio reale».
Quino era nato in Argentina il 17 luglio del 1932, a Mendoza, dove è morto e dove era tornato nel 2017 da Buenos Aires, dopo la morte della moglie. Della sua vivacissima carriera e della sua altrettanto frizzante creatura hanno scritto ancora: «
Se Mafalda è famosa per non saper tenere la bocca chiusa di fronte ai soprusi, la grande specialità di Quino furono però le vignette mute, caratterizzate da uno spirito surrealista che sapeva essere allo stesso tempo cinico e gentile. I protagonisti delle strisce erano spesso i deboli e gli sconfitti». Nel 2014 Quino aveva ricevuto il Premio Principe delle Asturie per la Comunicazione e le discipline umanistiche per «l’enorme valore educativo e la dimensione universale del suo lavoro e per i personaggi che trascendono ogni geografia, età e condizione sociale».
«La bambina saggia meglio degli adulti che prende preoccupata la temperatura di un mappamondo («Fermatelo! Voglio scendere!»); guarda con timore la radio («Ho paura ad accenderla. Sarebbe molto triste ascoltare un notiziario e scoprire che durante le vacanze il mondo non è migliorato») odia la minestra quanto le ingiustizie e si mette le mani nei capelli arruffati davanti alle battute civette di Susanita, ai calcoli da bottegaio di Manolito, all’incompiutezza cronica di Felipe. Anticonformista e coraggiosa, Mafalda nasce in anni turbolenti di recessione e smottamenti, tra colpi di Stato e un drammatico rientro di Perón, ormai malato, in patria. E si circonda di amici e familiari che Quino pesca dalla sua vita: il nipote, un amico capellone e poeta, personaggi della quotidianità argentina, lontana dal centro del mondo ma partecipe della sua follia» (Alessandra Coppola, Corriere della Sera).
Parlando di fumetti e ritornando alla vita dobbiamo ricordarci di fare gli auguri a un nostro grande fumettista, Milo Manara, che il 12 settembre ha compiuto 75 anni. Autore di molti fumetti erotici, è stato grande amico di Federico Fellini con il quale ha collaborato anche per alcuni suoi film.
Arriviamo al nostro settimanale e vediamo dove ci portano gli articoli che vi presentiamo. Siamo a Firenze con la seconda puntata in compagnia delle artiste fiorentine per omaggiare il nostro IX convegno in terre medicee. Attraversando il mare ci troviamo prima in Sardegna ad ammirare una delle perle protette dal Fai, poi in Sicilia a raccontare delle marocchinate lì accadute e poco prese in considerazione per la sofferenza che hanno procurato. Un viaggio in Veneto ci porta tra le donne del vino e ce le fa conoscere meglio, dandoci indicazioni per un contatto concreto verso cui l’autrice dell’articolo ci guida ulteriormente: «
Lo strumento non può essere altro che quello dei social (su Facebook e Instagram le trovate come @Vignaiole2.0, seguitele, seguiamole e sosteniamole!). A livello comunicativo siamo semplicemente noi, non dobbiamo inventarci nulla per piacere, vogliamo raccontarci per come siamo. Siamo delle ragazze che hanno preso le redini dell’azienda di famiglia e vogliono portare il loro essere donna all’interno del loro lavoro. Senza troppi fronzoli, semplicemente restando sé stesse». La potenza di essere sé, e non qualcun’altra: senza bisogno di confronti, come i vini che producono, unici nel proprio ‘genere’, quello che più le rappresenta e da cui si sentono rappresentate.
Cambiamo addirittura continente e, oltrepassato l’oceano, ci ritroviamo in Brasile per ammirare gli audaci murales e le performance di Panmela Castro, una donna capace di esprimere con forza le sue idee sulla vita e sull’arte.
Ritornando in Europa ci si presenta in tutta la sua incommensurabile e inspiegabile tristezza e violenza un reparto di un lager che non dovrebbe essere esistito. Costringere delle vittime a essere aguzzine di altre vittime è ciò che di peggiore possa capitare a chi è costretto a obbedire. Ma anche in questo caso ci sono stati uomini e donne che a loro rischio e pericolo hanno lasciato un segno protestando e testimoniando per i posteri l’orribile che accadeva: «Leggere di queste cose è durissimo. E credetemi, voi che leggete, non è meno duro scriverne. Lo so, e lo sapeva il grande Vasilij Grossman, che ha assistito alla liberazione dell’Inferno di Treblinka. «Perché farlo, allora? Perché ricordare?» chiederà, forse, qualcuno. «Chi scrive ha il dovere di raccontare una verità tremenda, e chi legge ha il dovere civile di conoscerla, questa verità».
Due articoli legati a due serie, Corpi e Sensi, ci portano a riflettere su temi importanti. Il primo parla del Test di verginità, odioso e purtroppo ancora troppo presente in molte parti del mondo, anche le più insospettabili, umiliante e doloroso. Dovrebbe essere abolito e soprattutto condannato, sostituito, come suggerisce l’autrice, con una educazione sessuale corretta, soprattutto tra le giovani e i giovani. Invece il senso di marcia questa volta ci fa vedere il mondo da un’altra prospettiva: camminando all’indietro, per noi una modalità completamente innaturale.
La Tesi di questo mese è stata discussa all’università La Sapienza di Roma e riguarda l’insegnamento dell’italiano come lingua seconda (il cosiddetto italiano L2) con le riflessioni su tutte le difficoltà che comprende un simile insegnamento, spesso impartito a persone che hanno situazioni, per cultura, età, provenienza, molto disparate tra loro. Celebriamo poi un anniversario importante con l’articolo su una donna della musica rock, una grande Janis Joplin, di cui quest’anno ricorre il cinquantenario della morte, prematura, come quella di molte altre star della musica che ci hanno lasciato giovanissime, tutte a 27 anni.
Ho voluto lasciare per ultimo un articolo che ci illustra una rivista di geopolitica, Limes, che in latino significa confine. Non avrei mai pensato di rimanere catturata dai racconti che l’autrice fa, quasi portandoci per mano, illustrando, un articolo dopo l’altro, il mondo visto con occhi diversi. Ho scoperto piano piano quel mondo e mi auguro possiate farlo anche voi con l’entusiasmo che mi sono portata addosso durante la lettura.
Ora, proprio alla fine, voglio raccontarvi due episodi accaduti in Italia che riguardano il mondo del lavoro. Del primo sono venuta a conoscenza dalla televisione. Un uomo a diciassette mesi dalla pensione si è ammalato di Covid-19 ed è stato licenziato dal supermercato in cui lavora in un paese del nord. Un altro è mio, più intimo: una domenica mattina ho ricevuto una telefonata da una donna moldava che avevo intervistato per raccontare la sua storia in un mio libro. Mi chiedeva se conoscessi qualcuno che affittava una casa a Venezia o in terraferma, come chiamano i veneziani la zona di Mestre e dintorni. Mi spiegava che, dopo tre anni di assenza dall’Italia per essere andata ad accudire la madre malata, sarebbe ritornata a Venezia perché il marito sarà di nuovo in fabbrica, a Marghera: il suo datore di lavoro lo farà arrivare alla pensione con i 19 mesi che gli mancavano allora, quando è dovuto partire. Due modi diversi di vedere il mondo. Una speranza.
Buona lettura a tutte e a tutti

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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