Il Veneto di Diletta Tonello, o delle vignaiole 2.0

Il Veneto rappresenta la regione vinicola più produttiva a livello quantitativo: i vitigni più coltivati sono il merlot, fra gli internazionali, garganega e glera (già noto come prosecco) fra gli autoctoni a bacca bianca; seguiti da nosiola, verdiso, vespaiola, durella, trebbiano di Soave, verduzzo trevigiano. 

Veneto. Carta dei vini

Tra gli autoctoni a bacca rossa, è d’obbligo menzionare corvina, corvinone, molinara e rondinella, poco noti se presi singolarmente, tuttavia insieme danno vita a uno dei più celebri vini italiani al mondo: l’Amarone, che nella zona della Valpolicella, in provincia di Verona, trova il terreno più vocato. La sua fama è legata al particolare metodo di produzione: i grappoli sono messi ad appassire sulle stuoie per favorire la concentrazione del nettare, e, dopo aver svolto la fermentazione alcolica, il vino ottenuto viene lasciato a maturare per anni, prima nelle botti e poi in bottiglia, sino a diventare strutturato e opulento, ideale per accompagnare pietanze o per essere degustato da solo, come calice da meditazione. E ancora, parlando di Veneto dal punto di vista vitivinicolo, la prima immagine che si figura nella mente è quella delle colline di Conegliano-Valdobbiadone, recentemente dichiarate Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’Unesco, note per la coltivazione del prosecco con cui si realizza l’omonimo vino, celebre nella versione spumante.
Nella sottozona Cartizze della Doc Conegliano Valdobbiadene il vitigno prosecco trova un microclima ideale e assume il nome di Superiore di Cartizze; da ultimo non si può non citare il raro vitigno chiamato “Manzoni Bianco”, dal nome del professore (non lo scrittore!) che lo ha salvato dal rischio di estinzione. 

Il Veronese è la culla di altre note Docg come Bardolino Superiore, Soave Superiore e Recioto di Soave. A Breganze, in provincia di Vicenza, con il vitigno vespaiola si produce il Torcolato, squisito vino dolce.
Del Veneto come regione vitivinicola potrei raccontarvi ancora e lungamente, eppure la vena eccentrica e non canonica che mi (ci) contraddistingue come donna (e) mi induce a “delirare” — nel senso latino del termine, ossia andare fuori dalla lira, un terreno già tracciato, narrato e declamato da “sommi poeti” del settore — per raccontarvi la regione dal punto di vista di una vignaiola vicentina — e con essa la storia di un nuovo movimento promosso da giovani donne venete impegnate in vari ruoli nel mondo del vino.
Sin da bambina, Diletta Tonello ha vissuto attivamente la cantina del padre finché quella passione non è diventata una vera e propria professione: dopo aver conseguito il diploma di perita agraria, e poi, nel 2013, la laurea in Enologia, forte di una serie di vendemmie fuori casa, è tornata in azienda in veste di enologa della cantina e direttora commerciale delle vendite. I vini che produce rispecchiano appieno la sua anima dinamica e frizzante: un vulcano di idee che ha trovato il suo terreno di elezione proprio in quelli di origine vulcanica fra le province di Vicenza e Verona, nella cornice dei Monti Lessini, più precisamente nel comune di Montorso Vicentino, piccolo paese alle pendici della collina, nella Valle del Chiampo, luogo in cui ha sede l’azienda, che annovera dodici ettari coltivati a vigneto. 

Montorso vicentino

Oltre ai vini prodotti da quattro vitigni internazionali, pinot grigio, chardonnay, merlot e cabernet, Diletta Tonello firma una linea di vini — le etichette sembrano acquerelli recanti le iniziali dell’artista — a base di due vitigni autoctoni: garganega, già noto, e durella, meno conosciuto: “Io Eos”, cento per cento garganega in versione ferma — «Io sono EOS, sono il sole dell’alba, più delicato e tenero, che scalda la vigna, il grappolo, la terra sono energia, fotosintesi, vita sono la garganega, vitigno autoctono dalla bacca d’oro, vino bianco fermo di antica tradizione»; con il vitigno durella, invece, che la appassiona particolarmente — tanto da essere soprannominata “Durella bella” — produce “Io Teti”, Lessini Durello Doc Spumante Metodo Classico, cento per cento durella in versione metodo classico — «Io sono TETI, sono l’acqua dei fiumi, patrimonio di vita, patrimonio per la terra. Sono bollicine, giovani, fresche, eleganti, minerali sono la durella, vitigno autoctono dei Monti Lessini, spumante metodo classico che rifermenta trentasei mesi in bottiglia»; e “Io Aura”, Lessini Durello Doc Riserva Spumante Metodo Classico, cento per cento durella — «Io sono AURA, sono l’aria, forte, impetuosa e dolce come una soffice brezza. Sono bollicine, strutturate, eleganti, decise sono la Durella, vitigno autoctono dei Monti Lessini, spumante metodo classico che rifermenta sessanta mesi in bottiglia».

I vini

Se pure il vitigno durella sia vocato per la spumantizzazione a causa della sua marcata acidità, Diletta ha intrapreso la sfida di vinificarlo in versione ferma: di qui un vino che esprime in pieno l’anima del terreno vulcanico, motivo per il quale lo ha dedicato alla ninfa greca della terra coltivata, Cloe, poiché racconta quel territorio, quando non addirittura sé stessa. “Io Cloe”, cento per cento durella — riposa in vasche di cemento per una anno e per un altro affina in bottiglia, caratterizzato da profumi di fiori bianchi, una spiccata freschezza e mineralità al palato — è il vino che più di tutti la rappresenta, come si evince dalla descrizione che la vignaiola ne fa: «Io sono CLOE, sono la terra, madre di tutto sono il vulcano, che milioni di anni fa ha plasmato queste terre sono la durella, vitigno autoctono dei Monti Lessini, vino bianco fermo di antica tradizione, io sono Diletta Tonello, vignaiola vicentina».

L’uva durella

Diletta Tonello è socia di “Le donne del vino” e fa parte di Vignaiole 2.0, un movimento femminile dinamico, intraprendente, volto a rivendicare in modo molto pratico la presenza e l’operato delle giovani donne nel mondo del vino, con professionalità e nuovi strumenti di comunicazione. Nato dall’idea di Claudia Benazzoli della Cantina Benazzoli Winery, a seguito dell’evento a firma Ais (Associazione Italiana Sommelier) chiamato “Sbarbatelle” — che ogni anno riunisce enologhe under trentacinque, produttrici e titolari di aziende vinicole italiane — coinvolge, fra le altre, Giulia Benazzoli dell’omonima cantina; Marika Socci della Cantina Socci; Silvia Zucchi della Cantina Zucchi; Flavia Marazzi della Cantina Scuropasso; Noemi Pizzighella di Le Guaite di Noemi; Veronica Tommasini della cantina Piccoli Wines, e appunto Diletta Tonello.
«Siamo forti da sole e lo siamo ancora di più quando uniamo le nostre forze: quando le donne riescono a lavorare in squadra, raggiungono sempre dei risultati pazzeschi. Abbiamo energia allo stato puro e tanta voglia di raccontarci. Ognuna di noi è diversa e porta un tocco personale all’interno della propria realtà, ma siamo tutte legate dalle stesse difficoltà, dagli stessi sogni, dalle stesse aspirazioni»: risuona nell’aria il fermento dei gruppi di autocoscienza delle femministe degli anni Settanta — alla radice dei femminismi vi è quel sentire comune che unisce avvalorando le differenze, ossia la sorellanza. L’obiettivo, molto pratico — aggiungerei, a ragione — è quello di far conoscere i propri prodotti, territori e catturare l’attenzione di potenziali clienti, ma con un metodo altro e diverso dalla competizione o da un rapporto agonistico, tipicamente maschile — «non possiamo usare le vostre parole e i vostri metodi, ma dobbiamo creare nuove parole e nuovi metodi» — ci viene ancora una volta in soccorso la lezione woolfiana di Le Tre Ghinee (1938) per interrogarci e interpretare il presente — bensì sostenendosi a vicenda, scambiandosi contatti e consigli o più semplicemente confrontandosi.

Vignaiole 2.0

A fronte dell’esigenza di raggiungere un gran numero di persone in poco tempo — perché se il mondo cambia anche noi dobbiamo cambiare, senza cristallizzarci in un passato remoto, bensì avvalerci di strumenti che se usati nel modo corretto possono azzerare confini e ottenere grandi risultati, sempre nel segno del rispetto, dell’onestà e della trasparenza — lo strumento non può essere altro che quello dei social (su Facebook e Instagram le trovate come @Vignaiole2.0, seguitele, seguiamole e sosteniamole!): «A livello comunicativo siamo semplicemente noi, non dobbiamo inventarci nulla per piacere, vogliamo raccontarci per come siamo. Siamo delle ragazze che hanno preso le redini dell’azienda di famiglia e vogliono portare il loro essere donna all’interno del loro lavoro. Senza troppi fronzoli, semplicemente restando sé stesse». La potenza di essere sé, e non qualcun’altra: senza bisogno di confronti, come i vini che producono, unici nel proprio ‘genere’, quello che più le rappresenta e da cui si sentono rappresentate.

Articolo di Eleonora Camilli

59724162_440276389883361_5939648554405462016_n.jpgEleonora Camilli è nata a Terni e vive ad Amelia. Nel 2015 consegue la Laurea Magistrale in Italianistica presso l’Università Roma Tre, con una tesi in Letteratura Italiana dedicata a Grazia Deledda. Dedita allo studio della letteratura e della critica a firma di donne, sommelière e degustatrice AIS Associazione Italiana Sommelier ‒ conduce anche ricerche e progetti volti a coniugare i due settori.

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