Editoriale. IL VALORE DELLE DONNE

Carissime lettrici e carissimi lettori,
questa settimana è iniziata portandosi via due persone meravigliose che ci hanno lasciato e delle quali sentiremo il vuoto immenso, due donne importanti e non solo per la società in cui vivevano e per la professione di cui si sono occupate: Ruth Bader Ginsburg e Rossana Rossanda.
Della prima, nata da una famiglia immigrata di fede ebraica, sappiamo soprattutto che è stata una delle donne più famose degli Stati Uniti. Era la più anziana Giudice della Corte Suprema degli Usa, nominata da Bill Clinton nel 1993, abituata a segnare dei record, come quello iniziale della sua carriera di avvocata, di essere tra le pochissime ragazze ammesse alla Facoltà di Giurisprudenza (nona su 500 maschi) dell’università di Harvard, che si stava appena aprendo all’ammissione delle donne. Ad Harvard Ruth Bader Ginsburg si sarebbe laureata nel 1955, ma le sarebbe stato molto difficile trovare lavoro perché nessuno studio legale allora voleva assumere una donna come avvocata e allora inizialmente si sarebbe accontentata di tenere delle lezioni.
L’hanno chiamata la paladina delle donne e dei diritti civili perché, senza timore, si è schierata per una giustizia a prescindere dal genere. «Non chiedo favori per il mio sesso, chiedo solo che smettano di calpestarci». Da avvocata difese, nei primi anni ’70 del secolo scorso, vincendo alla grande, la prima causa di discriminazione sessuale, la celebre Frontiero versus Richardson, dove sostenne con forza le ragioni di una sottotenente dell’aeronautica discriminata dai colleghi maschi per ragioni di indennità. Non si fermò e proprio a seguito di questa causa legale chiese che la discriminazione sessuale venisse equiparata a quella razziale. Il suo è stato un impegno costante di femminismo coerente. Ha combattuto per l’affermazione del diritto all’aborto ed è stata favorevole ai matrimoni gay. Prima di morire ha raccomandato, con la sua lungimiranza e il suo pensiero progressista, di aspettare per l’elezione della sua/suo successore che passassero le elezioni presidenziali. Ma è evidente che la sua volontà non verrà rispettata.
L’altra signora della cultura e della politica se ne è andata qui in Italia, all’età di 96 anni, domenica 20 settembre, con dentro di sé la forza di portare avanti ancora progetti. Anche Rossana Rossanda era una donna per i diritti delle donne. Fondatrice de Il Manifesto insieme a Lucio Magri, Valentino Parlato, Luigi Pintor e Luciana Castellina, più o meno tutti estromessi dal partito comunista, Rossanda si sentiva ideologicamente convinta e schierata, ma sempre critica e su posizioni radicali, come lo fu nel caso dell’invasione sovietica di Praga e con la sua posizione favorevole alle trattative per il rapimento Moro. La ragazza del secolo scorso, come aveva intitolato la sua biografia (Einaudi 2005), era colta, innamorata della filosofia e dell’arte, alunna e poi nuora di Banfi, sapeva essere tenera e severa, sempre piena di iniziative. Rossana Rossanda è stata definita «un esempio di libertà e di anticonformismo» e ci mancherà come modello nella politica, nel giornalismo ma, soprattutto, nella vita.
Mentre prepariamo questo editoriale ancora un’altra donna ci lascia: Juliette Greco, la cantante e attrice francese che noi in Italia abbiamo conosciuto soprattutto attraverso la sua partecipazione al telefilm Belfalgor Il fantasma del Louvre che io (vista l’età!) ricordo benissimo.
«Passione, battaglie, amore e risate intense» erano le parole che usava per riassumere la sua vita, eccezionale in scena e non solo. La sua voce era nota dagli anni quaranta quando aveva iniziato nei Caffé bohémienne di Saint-Germain-des-Prés a Parigi. L’hanno seguita e hanno scritto per lei artisti e intellettuali di cui è stata la musa ispiratrice: da Jacque Prévert a Jean Paul Sartre (che per lei scrive un canto inserito in una sua opera) a Raymond Queneau e Boris Vian. Diceva ancora, parlando di sé stessa: «Ero molto più avanti dei miei tempi, ero anche oggetto di scandalo assoluto, non cerco mai questo genere di cose, sono così, non posso farci niente».
Passiamo ad altri Corpi. Con l’articolo che apre la seconda puntata della serie così intitolata si avviano tutta una serie di riflessioni che fanno pensare a tanti episodi concatenati tra loro. Il corpo, vestito o spogliato dagli abiti, sia esso maschile o femminile, è analizzato secondo l’influenza culturale che assorbe proprio attraverso il suo modo di presentarsi. Ci dice tanto dell’epoca in cui la persona che lo indossa vive e dei luoghi che frequenta. Le rivoluzioni grandi e meno grandi, sono passate attraverso il cambiamento della moda non sempre facile da interpretare e soprattutto non sempre svelata. Oggi, come ci fa notare l’autrice dell’articolo, la pubblicità e l’informazione rese sempre più veloci, tra media e mediatori di ogni genere, mandano subdolamente messaggi, soprattutto alle e ai più giovani.
Una volta usava il detto «l’abito non fa il monaco» per indicare la non esattezza e la non corrispondenza delle apparenze. Poi c’era (e ancora qui la professoressa Priulla ce lo fa notare) il vestito dedicato per le varie occasioni. Ci sembra logico pensare che a un matrimonio non ci si vesta come per andare il sabato a fare la spesa al supermercato. Così come il giorno della laurea una/uno studente non va con lo stesso jeans e la stessa maglia dei giorni di frequenza alle lezioni universitarie. Vi ricordate quando ci si doveva vestire in un certo modo per andare a teatro? Per fortuna quei tempi sono passati e anche se i Teatri dovrebbero essere frequentati di più (ora poi così penalizzati da questo tempo del Covid-19) sono oggi però molto più accessibili a tutte le classi sociali e alle e ai i giovani anche per questa apertura verso vestiti più sobri.
Un tempo si andava a scuola con la divisa e con il grembiule. Oggi, vivaddio, sono rimasti ad usarlo solo, e non tutti, gli istituti privati. Nelle aule appena aperte a un anno scolastico che comincia già incerto e complicato per l’emergenza sanitaria, ragazzi e ragazze hanno indossato vestiti leggeri per affrontare il caldo asfissiante che almeno fino a qualche giorno fa ha regnato sovrano un po’ ovunque. E un messaggio di troppo sui social ha trasformato un’incomprensione in un dialogo privato e sicuramente sereno tra un’insegnante impegnata e sempre dalla parte delle donne e una ragazza in minigonna in un fatto di cronaca dal sapore sessista rimbalzato su parecchi giornali. É successo al liceo Socrate di Roma, nello storico quartiere della Garbatella. L’insegnante è la vicepreside e tutti la conoscono come una docente (di educazione fisica) vicina alle e ai suoi alunni. Sulle cronache si è parlato di circolare dalla direzione, ma la circolare non c’è stata. Un consiglio lo raccomandiamo anche noi da qui ai ragazzi e alle ragazze che vanno a scuola ed è sempre lo stesso: indossare abiti comodi nei quali ci si senta a proprio agio per affrontare l’impegno scolastico.
Che dire, invece, di un bar che goliardicamente (così dicono!!!) offre o opera sconti sul prezzo da listino dei drink proporzionalmente con la misura del reggiseno, con i baci dati al barista che addirittura si invoglia a portarsi a casa per avere un mese di drink gratis? Un vero listino degli orrori che dà e degrada il corpo femminile al prezzo di un aperitivo o simili. Il fatto (o fattaccio?!)  è successo in un bar di Milano e sulla sua pagina facebook, chiusa e poi riaperta, sulla quale alla fine come sempre si sono scusati, ma sottolineando che tutto era nato dalla volontà di leggerezza e di scherzo (che tipo di scherzo?!). La cosa, infatti, non è isolata perché è eco di un identico episodio accaduto a Treviso nel giugno dell’anno passato. Il cartello era ben visibile, a Treviso se ne era accorto dopo parecchio tempo uno psicoterapeuta che ha poi fatto notare l’enorme carica sessista della triste trovata. Avvisava le clienti (qualcuno dice “entusiaste”, non ci voglio credere) che se avessero portato a casa il barista avrebbero avuto chukini gratis per un mese. Seguiva la lista dettagliata (come nei postriboli di una volta!) degli sconti, a seconda della misura del reggiseno che, se fosse stata malauguratamente (secondo loro) vicina allo zero avrebbe punito (perché tant’è!!!) la proprietaria con l’obbligo di pagare chukini per tutti (al maschile?) Se poi qualcuna avesse deciso di «fare la menosa» allora (e non capisco perché?) «le altre ce l’hanno con te e va affanculo». Ho aspettato a scrivere, nell’anno 2020, nel XXI secolo, sperando che fosse una falsa notizia; poi ho visto foto e riscontri, oltre al richiamo di Treviso. E comunque ritengo grave il fatto stesso che sia girata sui social, vista da moltissime persone e commentata da più di qualcuno e, purtroppo, qualcuna, in modo molto incomprensibilmente consenziente. Già questo rende grave la cosa.
Tante sono le donne interessanti presenti in questo numero della rivista. Dalla regina Margherita di Savoia che ha saputo crearsi un ‘immagine suggestiva e politicamente funzionante, alle tante bellissime donne citate in Dai che è il nome di un progetto proposto da un comune abruzzese, Francavilla, per valorizzare le donne che hanno reso celebre la loro regione. Poi raccontiamo le gesta della coraggiosa Aleksandra Anastazja Lisowska, conosciuta come Roxelane, che riuscì da schiava a farsi sposare dal Padishah. Mentre sempre all’Oriente guarda la storia della Saga di Gilgameš, il poema-eroico più antico dell’umanità, antecedente anche alle millenarie storie indiane.
Seguono i racconti delle donne della Gallura, splendida regione della Sardegna o quelli delle tante che si occupano con sensibilità particolare dell’ambiente, oggi più che mai importante per la nostra stessa sopravvivenza. C’è Anna Banti tra gli Incontri impossibili e le donne sono purtroppo al centro di un intelligente articolo sull’Isteria che dal greco, la nominò già Ippocrate, rimanda proprio all’utero.
Avvicinandosi il IX convegno di Toponomastica femminile, di cui vi daremo più in là i dettagli per l’adeguamento all’emergenza del Coronavirus, vista la sua originaria ubicazione nei luoghi medicei intorno a Firenze, iniziamo oggi anche una serie di articoli sulle artiste fiorentine. Streghe e strade stregate ci raccontano poi storie fantastiche e spesso crudeli.
Di donne, o meglio, di bambine e bambini del tempo dei ricordi parla la puntata odierna dedicata ai Sensi. Tutto sembra normale all’inizio, sembra rispettato il Senso del ritmo che si annuncia nei giochi infantili di un ragazzino e una ragazzina innamorata della vita al maschile con i giochi lontani dalle bambole e dai trucchi. Poi, come nella migliore letteratura gialla, tutto si capovolge come in un ossimoro e il ritmo-aritmia si trasforma e finisce per appartenere completamente a un insospettabile altrove. Così va la vita tra impacciate educazioni sentimentali e ricerche del sé e si cresce scoprendo il mondo.
Buona lettura a tutte e a tutti, insieme a un accorato e sentito ricordo di Giancarlo Siani, il giovanissimo giornalista ucciso a Napoli 35 anni fa (il 23 settembre del 1985) da mano camorrista. Non dovrebbe mai accadere. Noi lo salutiamo. 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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