Io Tarzan, tu Jane

Le regole e le polarizzazioni di genere attraversano gli anni più significativi degli apprendimenti, a partire dalle prime informazioni che sono processate e assorbite attraverso una memoria inconscia, involontaria, non dichiarata e non riflessiva, fortemente radicata nel corpo. L’abitudine ad associare caratteristiche standardizzate alle femmine e ai maschi si osserva già a partire dai quattro/cinque anni. Non c’è bisogno di divieti espliciti, la tipizzazione si verifica sulla base del rinforzo ricevuto: il comportamento ritenuto adatto al proprio sesso, socialmente e culturalmente riconosciuto, viene enfatizzato, incoraggiato; al contrario i comportamenti considerati inidonei sono sminuiti, ridicolizzati. Non sono necessarie parole: bastano i modelli.

Cerco nel dizionario sinonimi che possano essere usati al posto di ‘femminile’: debole, fiacco, molle, snervato, delicato, fragile. I ‘maschili’ corrispondenti sono possente, prestante, aitante, forte.

Quale corpo, quali gesti la storia ha così consegnato a uomini e donne?

La costruzione sociale del maschile avviene a proposito di un corpo che non ha mai rappresentato un ingombro, ma nemmeno una risorsa relazionale; la sua espressione è libera da vincoli biologici; la sua presenza non costituisce impedimento per nessun progetto di vita. Può essere simbolicamente rimosso senza troppe difficoltà, come fosse un estraneo. È usato più che vissuto. Non sa toccarsi con dolcezza, imprigionato com’è nella cultura della prestazione. Quest’amputazione emotiva ha conferito indubbi vantaggi, ma si è dimostrata anche un limite, un’amputazione appunto. Sia omologarsi agli stereotipi sia rifuggirne può portare a vissuti di sofferenza, quando si sta cercando di orientarsi nel mondo e ci si costruisce faticosamente un’identità. Assumere una veste dominante non è operazione semplice né indolore: lo stanno a testimoniare i riti cruenti di iniziazione alla virilità come obbligata presa di distanza dal materno e dai suoi valori, ma anche dall’ascolto del proprio corpo. Lo dimostrano perfino le occhiate d’intesa nel branco, per confermare a sé stessi e agli altri una verità che si ritiene di poter utilizzare a proprio favore.

I sentimenti o i discorsi sull’amore, il pianto o la commozione, la tenerezza, roba da femminucce, rimangono per loro un campo minato. Vengono addestrati a non riconoscere i propri bisogni, i propri desideri, i propri stati d’animo. A non esprimerli, a non raccontarsi. A vantarsi delle conquiste, non a confidare le delusioni. Non carezze ma pacche sulle spalle. Non condivisione, al massimo cameratismo in contesti fortemente competitivi. Sono autorizzati a mostrare la rabbia o l’ambizione — associate ambedue al potere, attributo necessario nella costruzione dell’identità maschile — ma non possono manifestare la paura o l’umiliazione. Lo script di “dover essere”, “dover esibire”, “dover sembrare” è una pressione ancora molto presente per gli uomini.

Mezzacartuccia, mezzasega, pappamolla: così fin dall’infanzia i maschi usano trattare chi non appare forte abbastanza. Io Tarzan tu Jane. Dalla notte dei tempi si inculca in loro il timore di essere considerati deboli. Tira fuori le palle, sei senza coglioni … a quale lessico siamo abituati/e? È stato necessario, per soddisfare la pretesa di governare il mondo, abituarsi a vivere una scissione tra razionalità (quel logos che gli antichi filosofi vedevano assente nelle donne) e dimensione emotiva; considerare l’empatia un capriccio da femminucce.

Se il corpo è per i maschi uno strumento per fare e le attività rappresentate forniscono soddisfazione in sé e per sé, nel modello del femminile il corpo è strumento per apparire, la gratificazione che se ne può ricavare presuppone uno sguardo esterno. Il giudizio maschile resta un classificatore. Già Mary Wollstonecraft (Vindication of the rights of women, 1792)  affermava che una causa della debolezza femminile dev’essere individuata in un’educazione che procede non solo distinguendo tra i due sessi ma inducendo le donne ad assomigliare all’immagine che gli uomini hanno di loro. Guardiamo le immagini della pubblicità e della tv: i mass media visivi sono infarciti di corpi. La società del consumo li ha trasformati in inesauribili repertori di proposte e di sollecitazioni, meccanismo principe nella fabbrica del desiderio. Corpi e merci si confondono nello stesso repertorio di segni. Risorsa femminile incontestabile è la forza della seduzione, messa in atto da chi non può disporre di forza fisica. Storicamente il ragazzo ha appreso il proprio corpo soprattutto nel movimento e nello sforzo, come energia e prova di forza, mentre la ragazza lo ha appreso allo specchio, guardandosi attraverso lo sguardo altrui.

Ai maschi sono consentite bruttezza, vecchiezza, trasandatezza, obesità, mentre questi caratteri pregiudicano non solo il look ma l’intera performance delle donne. Un uomo anziano appare deciso, autorevole, serio; una donna anziana è soltanto vecchia, e se si mette in mostra è giudicata quasi oscena. L’accrescersi di pari opportunità non ha infranto del tutto la barriera dell’asimmetria. Quando sono oggettivate le donne interiorizzano la prospettiva di chi osserva e si considerano oggetti il cui valore dipende dall’aspetto.  Lauto-oggettivazione è il processo mediante il quale le ragazze imparano a pensare a sé stesse come a oggetti del desiderio altrui. La pretesa ‘femminilità’ spesso non è altro che una forma di compiacenza nei confronti delle attese maschili. L’emarginazione che le donne hanno conosciuto per secoli è stata sostituita con un’integrazione pagata al prezzo di un’amara spoliazione di sé stesse. Riappropriarsi dello sguardo significa rimettere in discussione la propria posizione nel mondo.

I mass media ostacolano questa tendenza. I personaggi femminili hanno più del doppio delle probabilità di quelli maschili di indossare abiti sexy. I personaggi femminili hanno più del doppio delle probabilità di quelli maschili di essere parzialmente o totalmente nudi. Da anni italiani e italiane sono abituati/e all’esistenza di trasmissioni in cui compaiono figure femminili che si offrono alla vista come carne fresca ma non possiedono alcun ruolo, né competenze professionali. Abbiamo inventato per loro addirittura un termine intraducibile in altre lingue: veline. La pubblicità duplica ossessivamente l’oggetto di un incontenibile desiderio maschile. Questo significa svilire non solo le donne ma anche gli uomini: i cosiddetti “creativi” sembrano guardare i propri lettori/spettatori come esseri costantemente eccitati, cui le immagini femminili fanno da esca.

Queste norme, una volta interiorizzate, influenzano profondamente il modo di guardare e vivere il proprio corpo, così come influenzano la relazione che si instaura tra mente, corpo e mondo esterno.

Articolo di Graziella Priulla

RfjZEjI7Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: “C’è differenza. Identità di genere e linguaggi”, “Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo”, “Viaggio nel paese degli stereotipi”.

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