Fantascienza, un genere (femminile). Charlotte Perkins Gilman

Duemila anni senza gli uomini. L’utopia femminista disegnata da Charlotte Perkins Gilman in Terra di lei è radicale: affinché si realizzino giustizia, uguaglianza, pace, è necessaria la scomparsa di un genere, quello maschile, collettivamente responsabile di disparità, oppressione, guerra. Herland, la Terra di lei, e Ourland, la nostra Terra, hanno conosciuto evoluzione e progresso differenti: la prima, in conseguenza di una serie di calamità storiche e naturali, ha visto la fine degli uomini liberi del paese, decimati dalle guerre e massacrati durante una rivolta servile, e poi degli schiavi, per il loro tentativo di farsi brutali conquistatori della popolazione femminile e da questa uccisi. In quella terra resa inaccessibile da eruzioni vulcaniche e spaventosi terremoti, posta all’interno di un continente indeterminato e indeterminabile, sopravvive soltanto qualche centinaio di donne – forti, sagge, affezionate l’una all’altra – in apparenza destinate all’estinzione. Poi, il miracolo. «A quel gruppo di donne provate dal dolore e fortificate dalle fatiche, che non avevano soltanto perso l’amore e le cure dei genitori, ma anche la speranza di avere figli, si offriva una nuova possibilità»: una di loro partorisce una figlia, senza intervento di uomo o di dio, per partenogenesi (la riproduzione virginale), come avviene per api e formiche. Così, grazie a una sola Regina-Sacerdotessa-Madre, e alle sue figlie, e alle figlie di queste, Terra di lei si ripopola: una popolazione di donne nuove, sorelle per origine e per affetto, che dà forma ai grandi ideali di Bellezza, Salute, Forza, Intelligenza, Bontà, vive in armonia con la natura, coltivando alberi e praticando il vegetarianismo, non conosce paura e non ha bisogno di protezione, non ha ragione di gelosia e, soprattutto, ha come fine della propria esistenza la maternità e l’educazione libera e rispettosa delle bambine, per dare continuità alla specie e per il bene comune della nazione.

Charlotte Perkins Gilman pubblica Herland nel 1915, a puntate, sulla rivista “Forerunner”, da lei stessa fondata e diretta: ha cinquantacinque anni ed è ormai una donna assai nota negli Stati Uniti per il suo impegno suffragista e per il suo talento letterario; ha scritto racconti e saggi, con sofferta e lucida consapevolezza della condizione femminile del suo tempo; gode di solida autorevolezza negli ambienti democratici e progressisti.

Portrait of Charlotte Perkins Gilman, circa 1896

Nasce ad Hartford, Connecticut, il 3 luglio 1860, da Mary Ann Fitch Westcott e Frederick Beecher Perkins. Il padre abbandona la moglie e i due figli, Thomas Adie e Charlotte Anna, poco dopo la nascita di questa, lasciando la famiglia in povertà. Nonostante le difficoltà economiche, i continui traslochi, gli studi irregolari (o forse proprio perché temprata da queste circostanze), Charlotte dimostra intelligenza, spirito libertario e tenacia: dopo aver frequentato, diciottenne e grazie al sostegno del padre, la Rhode Island School of Design di Providence, ove si è trasferita, si dedica all’attività di disegnatrice e consegue l’autonomia (l’Hartman Center presso la Duke University di Durham, North Carolina, ha acquisito una serie di sedici cartoline pubblicitarie disegnate con originalità da Charlotte per due marche di sapone, ora visibili in rete).

Una delle sedici commercial cards realizzate da Charlotte per pubblicizzare un sapone prodotto da Kendall M’F’G Co. di Providence.
Si veda https://blogs.library.duke.edu/rubenstein/2016/07/08/soap-cards/

Sono questi gli anni del sodalizio con Martha Luther, amica carissima, che così Charlotte ricorda nella sua autobiografia: «Lei mi era cara e vicina quanto mai nessuno lo era stato fino ad allora. Era amore, non sesso… Con Martha ho conosciuto la perfetta felicità». Martha si sposa nel 1882 e lascia Providence; Charlotte, a sua volta, nel 1884, sposa il pittore Charles Walter Stetson, di cui acquisisce il cognome, firmandosi fino al divorzio Charlotte Perkins Stetson. Negli anni tra il 1882 e il 1889 le due giovani donne danno vita a una fitta corrispondenza; in cinquantadue lettere spesso corredate di spiritose illustrazioni, Charlotte racconta di sé a Martha: il lavoro, il matrimonio, la maternità, la depressione da cui è colpita dopo la nascita della figlia, Katherine, il 23 marzo 1885 (il carteggio è ora conservato nelle collezioni della University of Rochester, New York, è stato digitalizzato ed è consultabile in rete).

Pagina di lettera illustrata all’amica Martha Lane Allen Luther (1887 circa).
Si veda https://digitalcollections.lib.rochester.edu/ur/charlotte-perkins-gilman-papers

Il carattere indipendente della scrittrice patisce sia per il matrimonio sia per la maternità: in particolare, lo stato di prostrazione profonda dopo la nascita di Katherine evolve in una cupa depressione: nel 1887 Charlotte è curata da «un noto specialista di malattie nervose», il quale le prescrive di «condurre una vita il più possibile limitata alle cose domestiche», di «non fare più di due ore al giorno di attività intellettuale» e di «non toccare mai più penna, matita o pennello per tutta la vita». Tempo tre mesi, scrive lei stessa in una nota del 1913, «e arrivai a un passo dalla più completa distruzione psichica»; tuttavia, – prosegue – grazie all’aiuto di una saggia amica (Grace Ellery Channing) «ho gettato al vento i consigli del famoso specialista e ho ricominciato a dedicarmi al lavoro, che fa parte della vita normale di ogni essere umano e offre gioia, possibilità di crescere e di rendersi utili». Non è un caso che la depressione post partum, allora come ora, colpisca le donne più attive, estroverse e libere: a fine Ottocento la diagnosi che le ingabbiava nel riposo forzato era di ‘nevrastenia’, ovvero di ‘isteria’, quasi fossero invalide o minori, incapaci di badare a sé stesse, nella ferma convinzione (pseudo) scientifica che l’attività intellettuale nuocesse alla loro fisiologia e fosse in contrasto con il ruolo che era loro dovere assumere in ambito familiare.

Charlotte con la figlia Katherine (1897 circa)

Ecco la genesi di The Yellow Wallpaper (La carta da parati gialla), il racconto più celebre, e a ragione, di Charlotte Perkins Stetson, pubblicato nel 1892 sul “New England Magazine”: un testo che nulla ha a che vedere con la fantascienza (a differenza di Herland), sul quale si basa l’assunzione della scrittrice a madre del femminismo statunitense che data al 1973, quando è pubblicato nelle edizioni della Feminist Press a cura di Elaine Ryan Hedges. Così lo presenta Vittoria Franco, nel volume La terra delle donne (Donzelli, 2011), che comprende il romanzo Terra di lei e dieci racconti tra i più rappresentativi: «La protagonista del racconto, a cui è stata imposta proprio la “cura del riposo”, scrive di nascosto e cerca invano di svolgere l’attività a lei più congeniale, che le viene preclusa dal marito che l’assiste. Finisce per diventare ossessionata da figure sfuggenti e mutevoli che vede nella carta da parati gialla della camera che dovrebbe essere il suo luogo di riposo e di relativo isolamento e che invece è la sua prigione. Una stanza piena di simboli negativi. Quella carta gialla le provoca un profondo turbamento. In particolare, è una figura femminile, che sembra nascondersi nella carta, che la perseguita e che lei vede dovunque. La sua guarigione (o condanna definitiva alla malattia?) è legata alla decisione estrema di liberare – liberarsi di – quella donna strappando la carta. Finisce con l’identificarsi totalmente proprio con quella figura femminile che tanto l’aveva tormentata. In fondo, è lei che libera se stessa».

Sfuggita alla disperazione, Charlotte matura la scelta di separarsi dal marito (nel 1888), di trasferirsi a Pasadena, California (ove frequenta e collabora con organizzazioni femministe),  di riprendere il proprio impegno sociale, come intellettuale e autrice di versi, racconti, romanzi, saggi, drammi teatrali.

Ritratto di Charlotte del fotografo Charles Fletcher Lummis (1890)

In California, dal 1891 al 1893, vive una difficile relazione con Adeline ‘Delle’ Knapp, figura controversa di giornalista politica, che Charlotte confiderà di aver amato di «really passionate love». Nel 1894, dopo la morte della madre avvenuta l’anno prima, decide di affidare la figlia Katherine al padre e alla sua seconda moglie, l’amica Grace Ellery Channing. Per cinque anni viaggia negli Stati Uniti e in Europa (nel 1896, a Londra, partecipa al congresso della Seconda Internazionale). Nel 1898 dà alle stampe Women and Economics – A Study of the Economic Relation Between Men and Women as a Factor in Social Evolution, considerato il suo saggio più importante, nel quale evidenzia la contraddizione tra l’importanza fondamentale delle donne in campo economico (maternità e lavoro di cura, oltre al lavoro propriamente detto) e il loro ruolo di subalternità sociale, dal momento che il genere femminile è «menomato» e costretto a dipendere da quello maschile per la propria sopravvivenza (unicum in natura). Tornata a Est, nel 1900 sposa il cugino George Houghton Gilman, ne acquisisce il cognome, divenendo Charlotte Perkins Gilman, e con lui vive a New York fino al 1922, quando la coppia si trasferisce a Norwich, Connecticut, ove George muore nel 1934. Lei, già malata di tumore al seno, si uccide con un’overdose di cloroformio il 17 agosto dell’anno successivo, scegliendo lucidamente «chloroform over cancer».

Charlotte durante un comizio per il suffragio in Union Square a New York (fotografia datata tra il 1908 e il 1912)

Per dare collocazione ai propri scritti, nel 1909 Charlotte fonda la rivista “Forerunner” (il nome della testata rinvia alla consapevolezza e all’urgenza di precorrere i tempi), che redige interamente da sola fino al 1916. Qui è pubblicata la trilogia utopica Moving the mountain (Spostare la montagna, 1911), Herland (Terra di lei, 1915), With her in ourland (Con lei nella nostra terra, 1916). Il secondo testo è certo il più interessante, ed è anche l’unico tradotto in lingua italiana.

Terra di lei è un romanzo a tesi, costruito in laboratorio, che ha lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica alla causa femminista attraverso le teorie economiche e sociali dell’autrice. Appartiene a una tradizione che viene da lontano: Utopia di Thomas More (1516), La città del sole di Tommaso Campanella (composta nel 1602), New Atlantis di Francis Bacon (redatta nel 1624), L’autre monde ou Les états et empires de la lune e Les états et empires du soleil di Savinien Cyrano de Bergerac (rispettivamente 1657 e 1662): nel luogo che non è in nessun luogo si agisce e si vive in una (quasi) assoluta perfezione, che nell’orizzonte geografico noto è possibile soltanto teorizzare (talvolta, quanto meno nel XVII secolo, con rischio della vita). Per questo il genere utopia (e il suo contrario in negativo, distopia) conosce grande fortuna nella letteratura fantascientifica e nella fantascienza delle donne in particolare, perché consente di disegnare mondi alternativi al femminile, ove l’uguaglianza tra i generi prelude a uno sviluppo umano positivo ed equilibrato, o, al contrario, di prospettare a quali conseguenze drammatiche per l’umanità intera può portare la disuguaglianza.

Charlotte circondata da attiviste all’ingresso del General Federation of Women’s Club di New York (1916)

«Negli ultimi venti anni del XIX secolo – scrive Eleonora Federici in Quando la fantascienza è donna (Carocci, 2015) – si assiste a una vera e propria esplosione del filone utopico femminile, infatti nella decade tra il 1886 e il 1896, mentre prendeva forma il dibattito sui diritti delle donne, vennero pubblicati negli Stati Uniti più di un centinaio di romanzi utopici». Nel primo Novecento, alla lotta per il suffragio le autrici affiancano la rivendicazione delle pari opportunità in campo lavorativo e il diritto a coltivare le proprie inclinazioni al di fuori della famiglia. È in questo contesto che si colloca Terra di lei, il mondo perduto in cui per avventura e per caso giungono tre giovani amici, tre statunitensi che incarnano altrettanti modelli (piuttosto stereotipati) di mascolinità: Terry Nicholson, ricco di famiglia, forte e spericolato, incapace di concepire il rapporto con una donna in termini che non siano di possesso e di dominio; Jeff Margrave, di animo gentile, medico e appassionato di biologia, portato all’adesione incondizionata al nuovo modello di vita; Vandyck Jennings, l’io narrante, laureato in sociologia e interessato alla conoscenza in ogni campo, che con la sua capacità di mediare rappresenta il punto di equilibrio della narrazione, che dopo un breve prologo si snoda attraverso le difficoltà di comprensione e accettazione della società del tutto altra che i protagonisti incontrano nel soggiorno forzato in Herland.

Il romanzo ha la funzione di creare una cornice alle teorie economiche, sociali e pedagogiche (è menzionata Maria Montessori) di Charlotte. L’azione è scarsa: il viaggio e la cattura dei tre uomini, la graduale conoscenza di valori e regole di queste «donne, più che donne», il tentativo di fuga da Terra di lei, la risposta individuale di ciascuno dei tre amici alla rieducazione, o meglio «educazione alla cittadinanza», cui sono sottoposti nel nuovo mondo, fino allo scioglimento provvisorio della vicenda (che difatti prosegue nel romanzo successivo, nel quale Van e la sposa aliena Ellador si recano nel «nostro» mondo devastato dalla Grande guerra per poi fare ritorno a Terra di lei). Al contrario, prevale il dialogo, che ha la funzione di presentare tesi e antitesi, non necessariamente giungendo a sintesi o mediazioni; di destrutturare certezze maschili e confutare pregiudizi nei confronti del femminile, operando una profonda riflessione sul linguaggio e aprendo la via al dubbio (sul modello dei dialoghi galileiani), talvolta con riuscita ironia. Herland, comunque, non è il mondo migliore possibile: le donne severe e autorevoli che lo abitano non conoscono dolore ma neppure allegria; nella narrazione di Charlotte Perkins Gilman le emozioni sono trattenute, le relazioni quiete, l’atmosfera algida, in una prospettiva che appare straniante: se gli uomini concepiscono lo scenario del mondo e del progresso sociale al maschile, pensando alle donne come femmine, ovvero «il sesso», per le abitanti di Terra di lei la parola uomo significa soltanto maschio, anche in questo caso «il sesso», che troppo spesso corrisponde a violenza e sopraffazione.

«Non immaginate che significato avete per noi – confida l’aliena Somel a Van, al quale è stata assegnata come educatrice – Non solo è la Paternità… quella meravigliosa cura della coppia che noi non conosciamo, il miracolo dell’unione nel dare la vita… È anche la fratellanza».

La terra delle donne. Herland e altri racconti (1891-1916), edizione italiana a cura di Anna Scacchi con una prefazione di Vittoria Franco, Donzelli (2011), da cui sono tratte le citazioni del testo: il volume si segnala per accuratezza e qualità della traduzione e dei contributi che presenta.

Per Charlotte l’utopia, che non si ferma a Herland, è dunque la nostalgia di un’assenza, forse sperimentata nelle relazioni di tutta la vita: il tradimento del patto di amicizia esclusiva da parte di Martha, l’incomprensione del primo marito Charles nei confronti delle sue aspirazioni e dei suoi desideri, l’ambivalenza e il cinismo dimostrati da Delle, fino al pacato, ragionevole compromesso con il «pleasurable» (piacevole) secondo marito George. Una nostalgia che non ha cura e non guarisce, neppure dedicandosi all’amatissima attività intellettuale. Il principio non è l’uno, è il due.

In copertina: Charlotte alla sua scrivania (fotografia datata tra il 1916 e il 1922).

Per un’ampia documentazione iconografica si veda https://images.hollis.harvard.edu/ alla voce Charlotte Perkins Gilman.

***

Articolo di Laura Coci

y6Q-f3bL.jpegFino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Insegna letteratura italiana e storia ed è presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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