Il Friuli di Mateja Gravner: una terra d’interstizio per vini eccentrici

Regione di antichissima tradizione vitivinicola, il Friuli vanta una produzione vasta e variegata che si distingue anche e soprattutto sotto il profilo qualitativo di tutte le tipologie di vini, con punte di eccellenza in relazione ai bianchi e a quelli dolci. Le principali zone vitivinicole sono Ramandolo, in cui viene prodotto il Ramandolo Docg, un ottimo vino dolce ottenuto da verduzzo friulano, vitigno autoctono a maturazione tardiva che ha trovato terreno d’elezione nelle colline orientali a nord di Udine, e che nella versione passito offre sentori di acacia, miele, caramello e mela cotogna, affiancando la dolcezza a grande freschezza gustativa. Altro vitigno autoctono a maturazione tardiva, coltivato nelle colline orientali, il picolit presenta una particolare acinellatura del grappolo, consentendo la concentrazione di sostanze estrattive che lo rendono particolarmente adatto all’appassimento: ne deriva un nettare sublime, dalle note di miele, acacia, genziana, susine gialle, vaniglia, dal sapore dolce ma supportato da una spiccata acidità che agevola la beva. Un sorso prezioso. Sempre nella zona Colli Orientali del Friuli si coltivano il friulano o tocai friulano – il vitigno autoctono più amato nella regione –, verduzzo friulano, pinot grigio, ribolla, malvasia istriana, sauvignon blanc, pinot bianco, chardonnay riesling e traminer, poi ancora lo schioppettino e il tazzelenghe – chiamato così per l’elevata quantità di tannino: sembra che tagli la lingua –, pignolo, refosco dal peduncolo rosso e altri internazionali. Nell’area del Collio si coltivano ancora pinot grigio, friulano, ribolla, sauvignon e merlot; mentre la Doc più ampia e produttiva della regione è Friuli-Grave, dal terreno ciottoloso e sassoso. La zona orientale, al confine con la Slovenia, denominata Carso dal tipico terreno carsico, è suggestiva per conformazione e colori: qui hanno trovato terreno d’elezione malvasia istriana, vitovska e terrano.

Carta dei vini

Proprio in questa area, precisamente a Oslavia, in provincia di Gorizia, sorge l’azienda vinicola di una famiglia mitteleuropea: di origine tedesca, madrelingua slovena e formazione vinicola italiana, i Gravner nel 1901 hanno acquisito due ettari di terreno nella località Lenzuolo Bianco, chiamata così poiché durante la Grande Guerra fu l’unica casa a resistere in paese, nonostante fosse stata mira degli attacchi in quanto il muro bianco sembrava un lenzuolo, mentre in seguito fu utilizzata come posto di primo soccorso per i soldati al fronte.

Il vigneto Gravner

Ubicata in una zona d’interstizio tra Italia e Slovenia, oggi l’azienda si estende per trentadue ettari, di cui quindici vitati lasciati in eredità dal nonno Jozef al padre Josko sino alla figlia Mateja: pionieri in Italia della produzione dei vini macerati o Orange wine, detti anche vini naturali, prodotti a partire da uve a bacca bianca, ma vinificati come i rossi, ossia lasciando il mosto a contatto con le bucce durante la macerazione che può durare da qualche giorno a diversi mesi, recuperando una tradizione nata in Georgia, dove si produce vino da cinquemila anni attraverso un procedimento particolare che vede svolgersi la macerazione all’interno deiKvevri – contenitori di argilla molto simili alle anfore – interrati per diversi mesi o anni; ciò permette ai vini di acquisire tannini, polifenoli e sostanze aromatiche differenti da quelle che si sviluppano nella macerazione in rosso o in bianco. Anche sotto il profilo visivo il risultato è differente. Il colore degli Orange, infatti, è già insito nel nome: arancione, ramato con sfumature ambrato topazio fino a raggiungere tonalità marroni per quelli più evoluti e/o affinati in legno.

L’interramento delle anfore (foto A. Bersanti)

I vini arancioni si stanno diffondendo non solo in Italia, ma anche in Austria, Germania, Francia, Spagna e Stati Uniti pur rivolgendosi a un pubblico di nicchia sia per gli elevati costi di produzione, ma anche e soprattutto perché realizzati con un bassissimo impatto ambientale: i metodi utilizzati per la produzione di questa tipologia di vini sono infatti biologici o biodinamici, a partire dalla vigna, con la riduzione al minimo dell’uso di sostanze chimiche o artificiali, un aspetto che implica un rischio elevato di fenomeni ossidativi che possano creare note spiacevoli all’olfatto. Al naso presentano uno spettro olfattivo mai scontato, che può piacere o non piacere, ma di certo suscita interesse: l’Associazione Italiana Sommelier ha notato come il ventaglio odoroso spazi «da aromi di fumo, al fruttato semi-amaricante del litchi, dalle note di nocciola, spezie orientali, salsa di soia o miele amaro; certi vitigni (ribolla gialla) riescono a offrire note di paglia secca, di confettura di nespole, di uva bianca appassita, di humus, di funghi, di bosco autunnale. Il georgiano rkatsiteli (in anfora) ha spesso tono olfattivo di fumo, come paglia fumante, di foglia secca della vite, di chicco di caffè verde, di pera essiccata, di anacardo». Anche al palato si è ben lontani dalla fragranza del frutto o dalla sferzante acidità: sono evidenti note erbacee, e una sensazione tattile dovuta alla presenza di tannini.

Di questa inusuale tipologia di vini, Mateja Gravner (in copertina) è divenuta maestra: dopo aver condotto studi di enologia all’istituto agrario di San Michele dell’Adige e di economia all’Università di Trento, dopo una serie di esperienze lavorative nelle altre grandi terre del vino europee, è tornata a operare nell’azienda di famiglia, contribuendo a scrivere una nuova pagina nel mondo del vino italiano. Assieme alla sorella Jana, cura i vigneti, seguendo la biodinamica.

Tra i filari

Secondo la sua filosofia l’uva è prima di tutto un alimento, per questo occorre essere consapevoli di ciò di cui ci nutriamo, come un dono della natura, rispettandone il ciclo vitale, i tempi, l’andamento stagionale e le fasi lunari, in relazione alle quali l’essere umano può intervenire solo in punta di piedi, curandola e prendendosene cura in modo responsabile, congedandosi da pratiche malsane e frenetiche, specchio di una società che risponde solo alla legge produttiva.

Fra i vini prodotti vi sono appunto i bianchi macerati in anfore di terracotta della Georgia rivestite con cera d’api, a partire da uve biologiche, come la storica Ribolla, realizzata dal vitigno omonimo secondo il predetto metodo e il bianco Breg, che nasce da uve sauvignon, pinot grigio, chardonnay e riesling italico. All’unicità di questi vini non poteva che corrispondere una singolare linea dei bicchieri – quando si dice che la forma è già sostanza: una coppa di vetro con due rientranze per assicurare la presa in un gesto che tocca letteralmente con mano e avvolge questo dono della terra.

La Ribolla

Un’idea nata a seguito del viaggio di Josko nel Caucaso, quando dei monaci gli offrirono del vino in coppe di terracotta, un contenitore che per sua natura prevede un atteggiamento umile verso questo nettare, come un’esperienza spirituale. Fra i rossi, rosso Gravner da uve merlot e cabernet sauvignon; rosso Bere da uve pignolo, e le riserve; ciascuno a partire dalle anfore segue un singolare percorso di maturazione – alcuni anche in legno – e imbottigliamento in base alla rispondente fase lunare. Vini di grande tessitura e personalità, in armonia con i tempi della natura e per questo distanti dai canoni convenzionali, proprio come il modo di essere e stare al mondo delle donne e in particolare della produttrice protagonista del nostro racconto: espressione di una duplice anima, slava e latina, ha fatto del suo posizionamento di soglia e interstizio (l’outsider di woolfiana memoria) il punto di vista privilegiato da cui guardare con metodi differenti e innovativi – «Non possiamo usare le vostre parole e i vostri [degli uomini] metodi ma dobbiamo inventarne di nuovi», sosteneva Woolf in Le Tre Ghinee (1938) – al mondo del vino, realizzando prodotti eccentrici che hanno fatto della ricchezza derivante dall’unione di culture differenti, della soglia e della rottura, il proprio abito e il proprio stile.

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Articolo di Eleonora Camilli

59724162_440276389883361_5939648554405462016_n.jpgEleonora Camilli è nata a Terni e vive ad Amelia. Nel 2015 consegue la Laurea Magistrale in Italianistica presso l’Università Roma Tre, con una tesi in Letteratura Italiana dedicata a Grazia Deledda. Dedita allo studio della letteratura e della critica a firma di donne, sommelière e degustatrice AIS Associazione Italiana Sommelier ‒ conduce anche ricerche e progetti volti a coniugare i due settori.

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