Rosina Salvo Muzio

È stata una figura di spessore del Risorgimento siciliano. Rosina Salvo Muzio aveva ben cinque nomi di battesimo, oltre a Rosina le furono imposti i nomi di Anna, Francesca, Illuminata e Clementina ed è passata alla storia con il cognome del marito e in aggiunta il suo. Noi abbiamo, ovviamente, invertito l’ordine.                                                                      

Era nata a Termini Imerese il 23 dicembre del 1815 da Giuseppa Sciarrino e dal tenente colonnello Giuseppe Salvo. Ne ha tracciato il profilo Donatella Battaglia nel Dizionario Siciliane a cura di Marinella Fiume. Sin da piccola dimostrò di avere un carattere ribelle e insofferente alle imposizioni. Restò orfana di madre a soli dodici anni e fu affidata alle cure dei nonni paterni. Fu proprio il nonno a insegnarle i primi versi che poi la ragazzina recitava ad un pubblico composto da amici e familiari. Per completare gli studi fu inviata in un monastero ma la sua innata vivacità non le fece tollerare la rigida disciplina. Rosina bisticciava spesso con le monache per le quali componeva versi satirici che, beffardamente, affiggeva sulle porte delle loro celle. Pur essendo credente mal sopportava quella religiosità alleata di ozio e di clausura. Ben presto le monache non riuscirono più a domarla, così il padre fu costretto a ritirarla dal convento e a portarla a Messina, affidandola alle cure di madame De Chateneuf, una gentildonna francese molto istruita che le insegnò sia la lingua francese che quella inglese e la storia delle letterature europee.      

A diciotto anni si sposò con il barone Gioacchino Muzio Ferreri, un marito che fortunatamente non ostacolava la sua vena poetica né le sue letture di autori come Foscolo, Parini, Alfieri che a quei tempi non erano considerate adatte ad una donna. Da questo matrimonio nacquero quattro figli ma su questo le fonti sono discordanti. Per alcune, tre furono gravidanze non portate a termine, per altre tre furono i figli morti in tenera età. È certo invece che ebbe una figlia, Concettina.
Ma il matrimonio dopo dieci anni dovette farla sentire prigioniera, infatti nel 1843 si separò dal marito e tornò con sua figlia alla casa paterna. Lì, finalmente, riconquistò ampia libertà d’azione. Questa separazione coniugale sconvolgeva l’ordine morale del tempo e si preferì considerarla e nominarla vedova. Rosina conobbe un dotto archeologo, Baldassare Romano, che la spronò ad accostarsi al genere del racconto. In un suo scritto leggiamo come «… la donna sia migliore dell’uomo perché poco sedotta da ambizioni. Se le si ferisce il cuore diventa una iena ma avrà sempre un’indole meno ferina dell’uomo che bacia per tradire e agogna il potere per calpestare».                         

Rosina aveva frequentato i salotti palermitani gremiti da intellettuali legati ai moti risorgimentali. Fu inoltre segretaria di una delle prime associazioni femminili siciliane: La legione delle Pie Sorelle. Era un’associazione di borghesi e nobildonne che si prodigavano in attività tese ad alleviare le sofferenze delle classi più svantaggiate. La matrice era comunque religiosa dedita non solo alle opere di carità ma anche all’educazione popolare, all’ istruzione delle fanciulle, alla promozione di asili. Si occupava poi di dare sostentamento a orfane e vedove, inoltre sosteneva la causa rivoluzionaria offrendo soccorso ai feriti e sostentamento alle loro famiglie. La legione delle Pie Sorelle non durò comunque molto anche se ne facevano parte più di 1200 donne.                                                                                                                                        

Nel 1856, Rosina iniziò a collaborare al giornale genovese “La Donna”, dove, nell’articolo All’erta sorelle, all’erta identifica l’uomo con Satana che, celandosi sotto svariate e seducenti forme, non si stanca mai di insidiare le donne. Firmò anche un articolo contro il ministro Giuseppe La Farina accusandolo palesemente di essere un incompetente. Lo scalpore che seguì costrinse Rosina a «lasciare il palcoscenico della politica agli uomini».
Tra i suoi scritti ricordiamo Le lettere a Faustina sull’educazione centrato sul rapporto tra educazione femminile e società e soprattutto il romanzo Adelina pubblicato nel 1846 che, pare, avesse successivamente ispirato lo scrittore Giovanni Verga nel personaggio dell’infelice Maria in Storia di una capinera. Morì a Palermo nel 1866 a soli cinquanta anni ma poté salutare con gioia l’Italia libera che aveva a lungo desiderato.
Una figura di donna importante nel contesto storico siciliano della prima metà dell’Ottocento, una scrittrice, una poeta, un’attivista politica. Nella sua vita fu costante l’impegno per sottrarre le donne a soggezione e ignoranza e per combattere la prostituzione.

A lei sono intitolati l’Iis di Trapani ed un Istituto comprensivo di Termini Imerese, sua città natale. A Palermo e in provincia, ad Alia, una via la ricorda ma meriterebbe, sicuramente, tante altre intitolazioni.

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Articolo di Ester Rizzo

a5GPeso3Laureata in Giurisprudenza e specializzata presso l’Istituto Superiore di Giornalismo di Palermo, è docente al CUSCA (Centro Universitario Socio Culturale Adulti) di Licata per il corso di Letteratura al femminile. Collabora con testate on line, tra cui Malgradotutto e Dol’s. Per Navarra edit. ha curato il volume Le Mille: i primati delle donne ed è autrice di Camicette bianche. Oltre l’otto marzo, Le Ricamatrici e Donne disobbedienti.

 

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