Dietro ogni lapide. Morti per mafia, vivi per amore

Giovanni Domè, Carmelo Iannì, Vincenzo Enea, Vincenzo Spinelli, Salvatore Zangara, Luigi Volpe, Gaspare Palmeri, Giammatteo Sole, Salvatore Frazzetto e Giuseppe D’Angelo. Dieci nomi, dieci uomini. Dieci storie di vittime di mafia non balzate agli onori delle cronache, perse nel tempo e anche nella memoria.

Alessandro Chiolo nel suo Dietro ogni lapide. Morti per mafia, vivi per amore recupera la dignità del ricordo e contemporaneamente regala a chi legge esempi di vita di “uomini normali” che hanno, purtroppo, “incrociato” la ferocia della mafia. La tragedia di queste vittime innocenti e dei loro familiari ci induce a riflettere su come nessuno, nessuna di noi può sentirsi al sicuro e lontano dall’efferatezza del mondo mafioso.

Così scrive Piero Melati nella sua Prefazione al libro: «L’autore raccoglie testimonianze […] ha messo in un angolo le carte giudiziarie, che pure consulta doverosamente e di cui si avvale, ma senza mai farne il cuore del racconto. Soprattutto […] raccoglie il flusso naturale del racconto dei familiari delle vittime, mettendosi umilmente da parte. Il segreto di questo suo procedimento è l’empatia, la condivisione profonda del dolore, il rispetto […] Ci sono, a proposito di caduti per mano della mafia, vittime di serie A, di serie B e persino di serie C. Il professore-scrittore ha scelto gli ultimi, a volte gli ultimissimi, i sempre dimenticati»

E, a onor del vero, quei dieci nomi non sono rimasti impressi nella memoria collettiva. Chi erano? Tentiamo, molto sinteticamente, di ricordarli.

Giovanni Domè fu ucciso il 10 Dicembre del 1969 a Palermo nella cosiddetta “strage di viale Lazio”. Era un operaio edile che stava andando a ritirare il proprio stipendio nel luogo in cui, in un attimo, scoppiò l’inferno. Per lunghi anni la sua uccisione fu coperta dal dubbio e dalla insinuazione che potesse avere avuto “agganci” con il mondo mafioso. Per i familiari allo strazio si aggiunse il dolore di quel “fango” sulla memoria del loro caro.

Carmelo Iannì, ucciso nel 1980 a 46 anni. Era proprietario di un hotel di Carini e decise, per forte senso civico, di mettere a disposizione la sua struttura a dei “poliziotti infiltrati” impegnati a sgominare un ingente traffico di droga.

Vincenzo Enea fu assassinato l’otto Giugno del 1982 a Isola delle Femmine. Anche lui un imprenditore onesto che si ribellò ai soprusi mafiosi. Il pentito Gaspare Mutolo, nel 1993, dichiarò che era stato “eliminato” perché era un soggetto “che non rispettava le sollecitazioni della famiglia mafiosa locale”.

Vincenzo Spinelli, imprenditore, fu ucciso a Palermo il 30 agosto 1982 perché si rifiutò di “pagare il pizzo”. Anche per lui si mise in moto “la macchina del fango”. Un dolore insopportabile per i familiari, tanto che la figlia Valeria, che aveva diciassette anni quando suo padre fu trucidato, preferiva dire che era morto in un incidente stradale.

Il non “voler pagare il pizzo” portò alla morte anche Salvatore Frazzetta, e il figlio Giacomo, gioiellieri, uccisi a Niscemi, in provincia di Caltanissetta, il 16 ottobre del 1996. La moglie, non resse al dolore e si uccise cinque mesi dopo.

Salvatore Zangara fu ucciso a Cinisi l’otto Ottobre del 1983. Per puro caso si trovò sulla traiettoria dei proiettili sparati dai killers per un regolamento di conti fra clan mafiosi.

Gaspare Palmeri, agente tecnico della forestale della regione Sicilia fu ucciso il 18 giugno del 1991 lungo la strada provinciale San Cipirrello-Corleone: per un caso fortuito si trovava nella macchina dove doveva essere giustiziato un mafioso. Per anni i familiari dovettero sopportare allusioni e insinuazioni, fino a quando, nel 2003, il pentito Brusca chiarì il mistero di quella morte: non era lui l’obiettivo ma la sua morte fu “un danno collaterale”.

Quello di Giammatteo Sole fu un delitto feroce e disumano avvenuto nel 1995. Fu catturato, torturato per estorcergli informazioni (su un possibile futuro rapimento del figlio di Riina) che lui però, totalmente estraneo al mondo mafioso, non poteva fornire. Fu Bagarella in persona a dare l’ordine di stringergli un cappio al collo.

Infine Giuseppe D’Angelo, un uomo mite e caritatevole che aiutava sempre chi aveva bisogno. Fu ucciso il 22 agosto 2006 con dodici colpi da un commando che lo aveva scambiato per il mafioso Bartolomeo Spatola, “uomo d’onore” del Mandamento di Tommaso Natale che fu poi giustiziato un mese dopo.

Dieci storie, dieci vite spezzate che hanno lasciato una scia lunga di dolore nei loro familiari. Dieci delitti che per lunghi anni erano rimasti avvolti nella nebbia del mistero che procurava ancora più angoscia a mogli, genitori, figli e figlie, fratelli e sorelle. Per la maggior parte di queste vittime la luce e la conseguente “riabilitazione” è arrivata con le dichiarazioni di alcuni “pentiti di mafia”. Molte di queste famiglie sono ancora immerse nella cosiddetta “elaborazione del lutto”: i loro cari sono rimasti vivi per amore, solo nei loro cuori per tanti, troppi, lunghi anni. Oggi, finalmente, quel lutto appartiene a tutti e tutte noi, grazie ad Alessandro Chiolo che con estrema delicatezza, e tanta paziente ricerca, ha raccattato i cocci di quelle esistenze e li ha amorevolmente ricuciti nel suo bel libro. Ci ha riconsegnato le storie di questi uomini, che nessuno aveva mai raccontate, tramite le voci accorate, dignitose ed emozionanti dei loro cari.

Per non dimenticare più.

***

Articolo di Ester Rizzo

a5GPeso3Laureata in Giurisprudenza e specializzata presso l’Istituto Superiore di Giornalismo di Palermo, è docente al CUSCA (Centro Universitario Socio Culturale Adulti) di Licata per il corso di Letteratura al femminile. Collabora con varie testate on line, tra cui Malgradotutto e Dol’s. Per Navarra editore ha curato il volume Le Mille: i primati delle donne ed è autrice di Camicette bianche. Oltre l’otto marzo e di Le Ricamatrici.

 

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