Narrare storie femministe

Questo articolo è stato elaborato a partire da Telling Feminist Stories di Clare Hemmings, Lse (London School of Economics) e Oltre l’ambivalenza: la nuova sfida del femminismo di Nancy Fraser (The New School for Social Research), quest’ultimo disponibile gratuitamente qui

La storia dei movimenti femministi è convenzionalmente suddivisa in ondate che si spalmano su un paio di secoli circa e affrontano volta per volta diverse tematiche, pervadendo progressivamente ogni lembo della società, in quanto tutta la società è attraversata da questioni di genere (dalla lingua alle istituzioni, dal sesso al lavoro). Schematizzo brevemente di seguito un fiume di storie ben più grande delle categorie che sto per delineare. 

La prima ondata è rappresentata dalla lunga e dura battaglia per i diritti politici — nello specifico il diritto di voto — che comincia dalla fine ‘700 e raggiunge in alcuni casi anche la fine del ‘900. È intrecciata ad altre lotte collegate all’abolizione della schiavitù e al suffragio universale, e con tempistiche diverse si espande in tutto il mondo occidentale e oltre. 

La seconda ondata avverrebbe all’incirca dopo il boom economico del secondo dopoguerra, tra l’inizio degli anni ’60 e i primi anni ’80. La contestazione in questa seconda ondata raggiunge i diritti civili, la sessualità, il ruolo della donna più in generale nella società e soprattutto si collega ad altre istanze rivoluzionarie dell’epoca che volevano radicalmente trasformare le liberal-democrazie capitalistiche attraverso forme di redistribuzione delle risorse e maggiore democrazia, verso orizzonti socialisti. Questa seconda ondata non a caso si intreccia con i movimenti per la pace, anti-imperialisti e anti-capitalisti. 

Infine, la terza ondata risulta caratterizzata, negli anni ’80, dalle riflessioni teoriche fondamentali all’interno dei gruppi politici del femminismo black (introdotto dalle femministe nere) e dalla massiccia entrata nell’accademia, almeno nel mondo anglofono, in un clima generale di depoliticizzazione nel trionfo internazionale delle destre conservatrici e neoliberali — con le sue dovute distinzioni geografiche. 

L’accademica Clare Hemmings osserva, quindi, come attorno a questa scheletrica schematizzazione venga prodotta una traiettoria comune, nella letteratura di storia femminista, dall’identità alla frammentazione, dalla sorellanza universale all’intersezionalità critica e la complessità del pensiero queer. Questa direzione storica generale può acquistare un segno positivo o negativo, a seconda di quale autrice legge le trasformazioni. 
Difatti, Hemmings parte dallo stabilire, esplorando la vasta letteratura in merito, come questa svolta della storia femminista venga rappresentata principalmente in due modi nel femminismo occidentale: una marcia verso il progresso e l’approfondimento delle differenze in quanto valore positivo in assoluto oppure come una discesa verso la frammentazione politica e il ritiro nell’accademia del movimento femminista. 
La narrazione progressiva stabilisce la seconda ondata come un monolite di teorie e movimenti che non critica la stessa categoria di donna al centro delle lotte, presupponendola universale e omogenea, e che grazie alla terza ondata verrebbe finalmente posta in discussione e differenziata, scoprendo gli elementi classisti e razzisti di un femminismo eccessivamente bianco e borghese. 

La narrazione della sconfitta, invece, insiste sulla fine del movimentismo politico e delle rivendicazioni economiche che cedono a una eccessiva istituzionalizzazione e di come la terza ondata si concentri su problematiche più culturali e di riconoscimento, a causa dell’accesso massiccio nelle università, alla depoliticizzazione generale e alle profonde ristrutturazioni politiche verso destra degli anni ‘80. 
Hemmings rifiuta entrambe le narrazioni in quanto parziali e raccoglie una serie di dicotomie chiave per esplorarne le contraddizioni e proporre un approccio più complesso. La domanda quindi si pone più netta: come si raccontano le femministe? Che tipo di storia producono riguardo i propri movimenti? 

Il quadro si complica quando, studiando la vasta letteratura in merito, Hemmings scopre una serie di presupposti impliciti nell’interpretazione del passaggio dagli anni ’70 agli anni ’80. La seconda ondata, infatti, viene letta come costruita attorno a una nozione essenzialista di donna (basata su una nozione esclusivamente biologica di donna), giustificando allo stesso tempo storicamente una ingenuità fondata sull’assenza nella scena politica del Femminismo Nero, che in questo tipo di narrazione comparirebbe solo negli anni ’80. Si crea così una catena di concetti che assolvono e inquadrano i movimenti della seconda ondata in una narrazione coerente e omogenea. Difatti, decadi cruciali di questo sviluppo sono gli anni ‘70, ‘80 e ‘90, che stanno a rappresentare schematicamente l’essenzialismo ingenuo, la pressione delle femministe nere e il riflusso nell’accademia con il sorgere delle teorie sul genere di stampo queer. 

Questi tre passaggi scandiscono l’impostazione della narrazione delle ondate femministe e simbolizzano generalmente il passaggio da movimenti fortemente politicizzati, che puntano a una rivoluzione economica e sociale all’entrata nell’accademia che spingerebbe verso forme di lotta più indirizzate verso la cultura e il riconoscimento delle identità. Questo quadro è perfettamente sintetizzato da Nancy Fraser come il passaggio da una linea comune e forte di redistribuzione (dei ruoli così come delle risorse) alla parola d’ordine del riconoscimento che si concretizza in quelle che attualmente vengono definite identity politics, fondate su battaglie quasi esclusivamente culturali per il riconoscimento di identità non conformi o ancora fortemente oppresse e danneggiate nel discorso pubblico dei media e della società civile più in generale. L’emancipazione sembra, quindi, passare solo attraverso la rappresentazione, secondo questa lettura. 
Di fronte a questa distinzione valoriale tra due modi, che seguono la stessa traiettoria, Clare Hemmings evidenzia alcuni problemi a livello storico e filosofico: innanzitutto forme di decostruzionismo nei confronti della razza e delle sessualità sono presenti anche nelle teorie femministe della seconda ondata, mentre questa narrazione relegherebbe il femminismo nero agli anni ’80 e le critiche al modello etero-normativo alle teorie queer degli anni ‘80 e ‘90. Aggiunge anche come una forte riflessione sulla differenza fosse già presente, sempre negli anni ’70, in Gran Bretagna nelle organizzazioni di donne immigrate dalle colonie imperiali. Inoltre questo tipo di narrazione è fortemente anglo-centrica e non tiene conto della diversità di sviluppo dei movimenti femministi sia tra mondo anglofono e l’Europa continentale (a sua volta diversificata), sia tra mondo occidentale e il resto del globo che pare posto in attesa dei messaggi salvifici occidentali quando in realtà forme di agitazione femminista erano già riscontrabili prima della seconda ondata. 

Perciò Hemmings è portata a chiedersi su quali tecniche di story-telling si regge la teoria femminista occidentale. Quali funzioni testuali e retoriche svolge questo tipo di discorso nel privilegiare specifiche identità nazionali o zone geografiche? L’analisi si svolge su un piano storiografico di produzione del passato e ripercorre quali storie dominano e quali storie sono marginalizzate. Piuttosto che rilevare una verità storica, il vero lavoro che può compiere la storica è di evidenziare i rapporti di potere e scoprire da dove viene il proprio di sapere all’interno di questi rapporti. Questo approccio storiografico sposta la domanda dalla richiesta di “verità storica” sugli anni ‘70 e la seconda ondata al desiderio di comprendere quali storie vengono raccontate e perché voglio raccontare un altro tipo di storia, come trasformo (o non trasformo) me stessa nel raccontarle in un certo modo: quale soggetto divento? 

Seguendo alcuni articoli in merito, Hemmings osserva ulteriormente che l’immagine degli anni ’70 fondata su un essenzialismo ingenuo, come già menzionato sopra, è riconducibile a delle idee in cui il sé è visto come un’idea naturale legata biologicamente alla donna e che la costituisce univocamente. Queste considerazioni implicite innescano la possibilità della strategia narrativa lineare delineata sopra per cui conseguenza necessaria e benefica diventa l’esplorazione ulteriore delle differenze tra donne, di classe, di razza, di genere, di nazionalità ecc. fino a rompere l’illusione di una sorellanza universale e omogenea e a rendere necessarie forme di alleanza e un pensiero politico più diversificato e intersezionale, come si direbbe oggi. L’omogeneità pretestuosa, quindi, di questa narrazione femminista funziona da elemento narrativo fondamentale che nell’instaurare una mitologia riduce la varietà dei percorsi e delle anticipazioni presenti nei movimenti femministi degli anni ’70 rispetto all’attualità. Due esempi eclatanti sono Shulamith Firestone, che pubblica nel 1970 La dialettica dei sessi in cui esprime visioni di radicali tecnologie riproduttive e il Combahee River Collective (1974-1980) che anticipa le teorie sull’intersezionalità, oggi elemento fondamentale della cosiddetta quarta ondata femminista.  
Inoltre questa forma di riduzionismo retorico costruisce la narrazione attorno al fatto che le teorie radicali, socialiste e liberali degli anni ’70, partivano tutte dall’esperienza della donna come punto privilegiato di riflessione, da cui erano possibili addirittura nuove discipline. Di contro il decostruzionismo della terza ondata, all’interno di questa narrazione, pone in questione quell’esperienza e allarga il campo agli altri tipi di soggettività di genere oltre il binarismo, che solitamente non vengono riconosciute da certo femminismo della seconda ondata, tipo le soggettività transgender e non-binary. 
Eppure le stesse femministe prendevano in esame quell’esperienza come fonte e come oggetto di conoscenza, quindi l’implicito dei nuovi discorsi decostruzionisti è che quel vecchio tipo di analisi è inerentemente essenzialista. Cambiano quindi i termini e la prospettiva, aumentando i già numerosi binarismi: all’empirismo si oppone il decostruzionismo, all’esperienza il testo, alla conoscenza la critica. 

Per stabilire la differenza di temporalità, le autrici di questa narrazione oppongono agli anni ‘70 gli anni ‘80, nello specifico il femminismo nero e le “sex wars”. Avviene così una operazione retrospettiva che codifica la traiettoria dei femminismi: c’è un prima e un dopo il femminismo nero, un prima della messa a tema delle differenze razziali, pervaso di essenzialismo, e un dopo in cui l’importanza della differenza viene discussa in generale in tutti gli ambiti, con il decostruzionismo post-strutturalista. Nel dibattito sulla sessualità avviene la stessa divisione rigida tra essenzialiste e decostruzioniste: femministe radicali e femministe sex-positive. Difatti si inquadra l’intero dibattito sulla sessualità in termini di positività di fondo, quindi il rifiuto della posizione ritenuta negativa e quindi repressiva è stabilito fin da subito, rigettandone anche la stessa possibilità di dibattito. Trascurando però la posizione più complessa del femminismo lesbico e concentrandosi al massimo sull’eterosessismo del movimento pro-sesso.  

Tutti questi inquadramenti culminano nell’individuazione, all’interno della letteratura studiata da Clare Hemmings, di una sorta di soglia organizzata su tre autrici (Spivak, Haraway e Butler) che segnalerebbe una forma di distacco apolitico e auto-referenziale nel post-strutturalismo. Diventa necessario quindi riscoprire le tradizioni marginalizzate da questo discorso, come Shulamith Firestone menzionata sopra, e soprattutto forse andare oltre il termine “ondata” in quanto meccanico e dal sapore storicistico.  

Per concludere, la riflessione di Françoise Vergès, femminista francese, a riguardo è particolarmente stimolante in quanto afferma il bisogno di ripensare le generazioni di femministe come contemporanee, come un unico corpo in continuo dialogo, che riscoprendo e riattivando elementi del proprio passato guarda al futuro. Entra così nell’ottica per cui non esistono blocchi di pensiero superato definitivamente e incastonato nella polvere della storia, bensì storie, miriadi di storie di donne le cui lotte giungono fino ad oggi e cercano di trasmetterci oltre al fuoco della lotta, il senso di orizzonti ancora non dischiusi, ancora tutti da scoprire. 

***

Articolo di Riccardo Vallarano

Attualmente studente di Gender Studies all’Università Ucl di Londra, si è laureato all’Università La Sapienza di Roma in Storia moderna e contemporanea. Adora la lettura più della scrittura. È attivo in più campi della cultura ma continua a restare nelle retrovie. Indubbiamente interessato al mondo che verrà.

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