Le donne di Raffaello. Maddalena Strozzi, madonna fiorentina

Raffaello giunse a Firenze nell’autunno del 1504. Aveva con sé una lettera di presentazione di Giovanna da Montefeltro, duchessa di Sora e vedova del prefetto di Roma e signore di Senigallia Giovanni della Rovere, per il gonfaloniere della Repubblica fiorentina Pier Soderini. «Sarà lo esibitore di questa Raffaele pittore di Urbino, ‒ scriveva la nobildonna ‒ il quale avendo buono ingegno nel suo esercizio, ha deliberato stare qualche tempo in Fiorenza per imparare». Nella lettera, datata 1° ottobre 1504, Giovanna da Montefeltro dichiarava di amare «sommamente» il pittore urbinate e di desiderare per il lui il raggiungimento di un livello di «buona perfezione».
La Duchessa di Sora, madre di Francesco Maria della Rovere designato erede del Ducato di Urbino, era una donna di potere, «dignissima, doctissima nelle scienze, liberale, prudente et honesta, bella di corpo, ma più bella di fede et d’animo» e raffinata mecenate. Nella lettera la “prefettessa” ‒ così era chiamata ‒ raccomandava Raffaello al gonfaloniere Soderini pregandolo «che in ogni sua occorrenza le piaccia prestargli ogni aiuto, e favore». La raccomandazione non sortì grandi effetti, Raffaello non ottenne committenze dalla Repubblica fiorentina perché, per una straordinaria congiunzione astrale, il panorama artistico era dominato da due stelle eccezionali, Leonardo e Michelangelo, rientrati da un po’ di tempo in città e al servizio della Repubblica con opere importanti. Il clima culturale di Firenze fu però fondamentale per il giovane Raffaello che, come una morbida spugna, assorbì la grande maniera dei due maestri toscani trasformandola in un’altissima e personale forma espressiva. Per Raffaello il soggiorno a Firenze fu utile non soltanto per l’ampliamento degli orizzonti artistici, ma anche per la rete di relazioni che seppe creare con altri artisti e con importanti mecenati. Fra questi Agnolo Doni, ricco mercante e produttore di stoffe, e sua moglie Maddalena Strozzi che commissionarono i due celebri ritratti conservati nella Galleria degli Uffizi.

Raffaello, Ritratto di Agnolo Doni, 1506 circa, Firenze, Galleria degli Uffizi (a sinistra).
Raffaello, Ritratto di Maddalena Strozzi, 1506 circa, Firenze, Galleria degli Uffizi (a destra)

Agnolo e Maddalena si erano sposati il 31 gennaio 1504, andando a vivere nella casa che lo sposo, ricorda Vasari nelle Vite scelte, aveva fatto costruire «in Firenze nel corso de’ Tintori, appresso al canto degli Alberti». Agnolo, trentenne, già iscritto da tempo all’Arte della lana, esercitava l’attività di lanaiolo nella bottega di famiglia nei pressi del convento di San Martino. Se era, scrive ancora Vasari, «assegnato [economo, n.d.r.] nelle altre cose, tanto spendeva volentieri, ma con più risparmio che poteva, nelle cose di pittura e di scultura, delle quali si dilettava molto». Inseguendo la passione per l’arte, in quegli stessi anni il facoltoso lanaiolo aveva voluto affidare a Michelangelo la realizzazione di una Sacra Famiglia, nota con il nome di Tondo Doni, per celebrare il suo matrimonio con Maddalena e probabilmente l’arrivo della primogenita Maria.

Michelangelo, Sacra Famiglia, detta Tondo Doni, 1506-1508, Firenze, Galleria degli Uffizi

Maddalena al momento delle nozze aveva solo quattordici anni. Le trattative si erano concluse l’anno precedente e le due famiglie si erano accordate per una dote di 1400 scudi, fonte di successive discordie perché mai incamerata dallo sposo. La giovane era una figura molto in vista nella Firenze del primo Cinquecento, apparteneva a uno dei rami del potente casato di finanzieri fiorentini, suo padre e suo fratello avevano ricoperto importanti cariche pubbliche. Per Agnolo si trattava di un matrimonio di prestigio e di un avanzamento negli ambienti cittadini.
Su Maddalena sono giunte pochissime notizie e quasi tutte legate al celebre ritratto eseguito da Raffaello. Nel dipinto la giovane sposa, seduta e leggermente appoggiata a un bracciolo, dà le spalle a un vasto panorama collinare, un ripensamento dell’artista che, in un primo momento, aveva concepito il ritratto all’interno di un ambiente domestico. Molti studi hanno voluto accostare il Ritratto di Maddalena Strozzi a La Gioconda ‒ l’impianto complessivo dell’opera lo consente ‒ e, in parte, anche al Ritratto di Ginevra Benci di Leonardo.

Leonardo, La Gioconda, 1503-1504, Parigi, Museo del Louvre
Leonardo, Ritratto di Ginevra Benci, 1474 circa, Washington, National Gallery of Art

Le due opere sono certamente nella mente di Raffaello che opera, tuttavia, in maniera autonoma. Maddalena non ha nulla dell’aria enigmatica della misteriosa Gioconda, né il paesaggio circostante si avvicina al nebbioso ambiente roccioso leonardesco. La giovane Strozzi si staglia netta fra terra e cielo, le sue spalle nascondono il punto di fuga della scena che appare piuttosto basso e non a volo d’uccello come nel quadro del Louvre. Lo sguardo, dritto verso il pittore, conferma l’atteggiamento sicuro e anche compiaciuto, quasi volesse sottolineare il suo ruolo di donna influente. L’insieme del ritratto, la scelta dell’abbigliamento e degli accessori, la cura nella resa dei dettagli dichiarano molte cose ‒ una vera e propria narrazione figurata ‒ e si trasformano in un’articolata presentazione di sé stessa. L’unica nota di semplicità è nell’acconciatura: un sottile nastro in fronte, derivato dalla “lenza” quattrocentesca, e forse un “coazzone” dietro la schiena, una lunga treccia molto di moda fra le dame del tempo. Il resto è un’esibizione crescente del proprio status sociale.

Raffaello, Ritratto di Maddalena Strozzi, particolare della veste, 1506 circa

L’abbigliamento deriva dalla moda quattrocentesca, ma più “solida” e “monumentale” rispetto alle forme allungate precedenti. Mescolando buon gusto e un pizzico di ostentazione, Maddalena Strozzi indossa un abito di un caldo rosso dalle sfumature aranciate realizzato in raso di seta marezzata, una stoffa molto costosa usata negli ambienti sociali più benestanti, indizio della sua condizione agiata e contemporaneamente dell’attività mercantile del marito. Divisa in tre parti ‒ corpetto, gonna e sottana ‒ la veste è segnata alla vita da una catena d’oro e ha una un’ampia scollatura, in parte attenuata dal sottile velo che copre le spalle arrotondate. Sul corpetto una bordura scura e quattordici bottoni ad asole d’oro; le maniche, accessorio intercambiabile nella moda del Rinascimento, citate spesso negli inventari personali come complementi fondamentali del guardaroba di donne e uomini, sono realizzate in damasco di seta azzurra e, separate dal corpetto, lasciano vedere la camicia sottostante.

Se l’abbigliamento e la preziosità delle stoffe narrano il ruolo sociale e la ricchezza familiare, lo sfoggio dei gioielli nasconde un preciso codice simbolico legato alle virtù e ai corretti comportamenti matrimoniali femminili. Al collo Maddalena Stozzi ha un cordoncino che trattiene un pregevole pendente, forse un dono nuziale di Agnolo Doni che, oltre ad amare le opere d’arte, era anche un appassionato collezionista di pietre preziose e gioielli. La montatura in oro appare piuttosto complessa.

Raffaello, Ritratto di Maddalena Strozzi, particolare dei gioielli, 1506 circa

Nella parte superiore del gioiello un piccolo liocorno incastona uno smeraldo, entrambi simboli di castità e purezza; sotto a essi si trovano affiancati un rubino e uno zaffiro, il primo ritenuto capace di infondere forza al corpo e portare prosperità e fecondità, il secondo legato al valore della purezza e della fedeltà. Alla legatura d’oro, infine, è appesa una perla dalla forma a goccia, simbolo di verginità e, ancora oggi, un dono proprio delle novelle spose. Al di là della preziosità del monile, tutte le parti del gioiello comunicano un messaggio preciso: esaltare le qualità morali della donna e i requisiti necessari per la riuscita di un matrimonio degno e nobile. Alle mani, definite «rotondette e pienotte» e riunite ben in vista in grembo, Maddalena esibisce tre anelli: a una falange destra un rubino, alla mano sinistra un rubino all’anulare e forse uno smeraldo all’indice, di nuovo messaggi simbolici di purezza, fedeltà, fecondità e forza.

Raffaello, Ritratto di Maddalena Strozzi, particolare delle mani, 1506 circa

In barba a ogni legge suntuaria che disciplinava l’uso di abiti e ornamenti, Maddalena Strozzi decise di presentarsi elegante e fiera sulla scena pittorica, un atto unico recitato da vera protagonista. Il prestigio del suo ritratto e di quello del marito Agnolo Doni dovette velocemente propagarsi in tutta la città di Firenze, riuscendo a mantenere la fama inalterata fino ai giorni nostri. A distanza di cinquecento anni sono infatti gli unici ritratti privati fiorentini del primo XVI secolo a tramandare i nomi e la memoria dei personaggi.

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Articolo di Barbara Belotti

Già docente di Storia dell’arte, si occupa ora di toponomastica femminile, storia, cultura e didattica di genere e scrive per diverse testate e pubblicazioni. Fa parte del Comitato scientifico della Rete per la parità e della Commissione Toponomastica del Comune di Roma.

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