LE FONTI NOTARILI PER LO STUDIO DELLE COMUNITA’ MERCANTILI: L’ARCHIVIO DI STATO DI VENEZIA

Sul canale youtube dell’Escuela Española de Historia y Arqueología en Roma (EEHAR-CSIC) è andato in onda, lo scorso 21 maggio, il secondo attesissimo appuntamento del ciclo di seminari El archivo de mi “historia” (un resoconto del primo incontro sull’Archivio della Cancelleria Reale di Valladolid lo potete trovare qui).

Questa volta ci siamo spostati/e dal Medioevo all’Età moderna e dalla Spagna alla nostra Italia, più precisamente all’Archivio di Stato di Venezia, per ripercorrere le tappe di un’altra avventurosa ricerca storica: lo studio delle fonti notarili per la ricostruzione delle dinamiche mercantili della comunità portoghese a Venezia, tra la fine del XVI secolo e la prima metà del XVII.

Ad affrontare l’intricato argomento, Federica Ruspio, storica e archivista – autrice del volume La nazione portoghese. Ebrei ponentini e nuovi cristiani a Venezia, 2007 – e Alessandra Schiavon, Archivista di Stato a Venezia e docente di Diplomatica nell’annessa Scuola di Archivistica, Paleografia e Diplomatica.

La dott.a Ruspio ha subito introdotto gli ascoltatori e le ascoltatrici nel vivo nella sua complessa e impegnativa indagine universitaria, relativa alla presenza di mercanti ebrei e cristiani di origine portoghese nella Venezia del Cinque-Seicento.
In particolar modo, ha sottolineato la storica, le origini del radicamento iberico a Venezia vanno ricercate a partire dal 1497, quando fu imposta la conversione forzata agli ebrei portoghesi e ne conseguì la diaspora per l’Europa dei cristãos novos (ebrei convertiti). Moltissimi arrivarono nel Nord Italia e alcuni si stabilirono nell’attuale capoluogo veneto, andando ad abitare, dal 1516, nel Ghetto della città.

Il Ghetto di Venezia, istituito nel 1516, è il più antico d’Italia
Jaume Huguet, Pala di San Bernardino e l’angelo custode, XV sec. Dettaglio che raffigura l’esodo
degli ebrei iberici.

Dopo anni di repressione, nel 1589 il Santo Uffizio di Venezia concesse la condotta agli ebrei “ponentini” – quelli cacciati o fuggiti dalla penisola iberica – ma gli atti dei processi per marranesimo dei decenni precedenti hanno costituito per Ruspio un punto di partenza fondamentale per rintracciare i primi nomi e incrociare i primi dati. In questo delicato contesto storico, l’oggetto di studio della storica si è rivolto al momento in cui alla popolosa collettività ebraica veneziana si affiancò la presenza di mercanti portoghesi: dentro e fuori le mura del Ghetto presero vita rapporti personali e commerciali, talmente indissolubili da portare all’identificazione di entrambi i gruppi con la “Nazione Portoghese”: una comunità nata in virtù della vicinanza linguistica, professionale e, spesso, religiosa.

A questo punto della ricerca è entrato in ballo il fondo notarile dell’Archivio di Stato di Venezia, che si è rivelato un prezioso strumento d’indagine storica: tra l’infinità di documenti conservati, ha costituito un perno centrale l’archivio del notaio Giovanni Piccini, che ebbe una vasta clientela mercantile sia cristiana che ebraica e da cui furono emessi 3600 dei 5700 atti presi in esame da Ruspio.

Proponendo una sintesi – senza alcuna pretesa di esaustività – possiamo concludere che, incrociando i dati delle migliaia di atti rinvenuti nell’Archivio veneziano, la ricercatrice è riuscita a ricostruire un quadro dinamico della presenza portoghese a Venezia tra la fine del Cinquecento e la prima metà del Seicento, fornendo un unico e innovativo panorama sui rapporti familiari e socioeconomici intrapresi dalla “Nazione Portoghese”.

Proprio per approfondire l’aspetto archivistico dell’indagine, Alessandra Schiavon è intervenuta per fornire qualche indicazione in più sull’Archivio di Stato di Venezia, da lei definito «un biglietto d’ingresso in tutti gli Archivi di Stato, per lo meno in quelli italiani».
La studiosa, citando il grande Francesco Bonaini, ci ha tenuto a sottolineare che «entrando in un grande Archivio, l’uomo che già sa non tutto quello che v’è, ma quanto può esservi, comincia a ricercare non le materie ma le istituzioni»: il lavoro dell’archivista deve partire, in primis, da una profonda conoscenza delle istituzioni del passato e sulla base di queste sedimentare e conservare il materiale. Questo sta alla base del «metodo storico» e questo ha consentito all’Italia di ottenere un importante primato europeo: la stesura di una Guida Generale degli Archivi di Stato Italiani (scaricabile qui), in cui troviamo descritti nella loro denominazione e nelle loro competenze (per quanto mutevoli) i “soggetti produttori” che hanno generato documentazione in un determinato periodo storico e in uno specifico territorio di pertinenza.
Un risultato che ci rende orgogliosi/e, che è stato frutto del faticosissimo impegno – non privo di scontri – a trovare dei criteri descrittivi unici per tutto il territorio nazionale. In questo senso, è stata centrale, seppur estremamente riduttiva, l’imposizione di suddividere l’arco cronologico di circa un millennio in quattro sezioni: gli antichi regimi, il periodo napoleonico, la Restaurazione, l’Unità d’Italia.

La prof.a Schiavon ha percorso virtualmente con noi parte delle sale del meraviglioso Archivio di Stato di Venezia, istituito dal Governo austriaco nel 1815, con il nome di Archivio generale veneto, nella sede dei Frari, ex convento francescano dei Minori conventuali, poi ampliata nel 1875 con l’aggiunta del convento adiacente di San Nicolò della Lattuga (detto San Nicoletto).

La sede dell’Archivio di Stato di Venezia

Dopo l’immersione digitale nella meravigliosa architettura dell’Archivio, si è poi ricollegata alla magistrale ricerca di Ruspio, ripercorrendone le tappe nel fondo Savi all’eresia, fondamentale per la ricerca degli ebrei portoghesi inquisiti dal Sant’Uffizio nel XVI secolo, e nel fondo notarile, bacino di procure, compravendite, matrimoni e doti, riscossioni di crediti, scambi commerciali e testamenti.
In particolar modo quest’ultima sezione si distingue per la sua ampiezza e organizzazione, ospitando la documentazione emessa da 650 notai della città – raccolta in 3000 buste testamentarie e 15000 buste di atti – ed essendo suddivisa secondo l’ordine alfabetico dei nomi italianizzati dei notai e la data d’inizio dell’attività notarile.

Foto d’epoca dell’Archivio

L’incontro si è concluso lasciandoci con la curiosità di salire sul primo treno per Venezia e andare a toccare con mano quest’incredibile testimonianza della quotidianità del passato. Il viaggio che ci hanno regalato Federica Ruspio e Alessandra Schiavon, per quanto non possa sostituire un’esperienza dal vivo, ci ha quantomeno fatto sognare di tornare il prima possibile a curiosare tra le impressionanti carte della nostra storia.
In questo caso, la breve presentazione dell’Archivio di Stato di Venezia ha indubbiamente messo in evidenza quanto all’interno di un fondo archivistico respirino insieme storie individuali, familiari, cittadine e internazionali: alla ricercatrice/al ricercatore il duro compito di districare e riordinare i fili!

Il prossimo appuntamento è stato lanciato per il 17 giugno e tratterà dell’Archivio di Stato di Milano, soprattutto nei termini del rapporto della città con il trono asburgico.

***

Articolo di Emma de Pasquale

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Emma de Pasquale è nata a Roma nel 1997 ed è laureata in Lettere Moderne all’Università La Sapienza di Roma. Attualmente frequenta la magistrale in Italianistica all’Università Roma Tre. Ha interesse per il giornalismo e l’editoria, soprattutto se volti a mettere in evidenza le criticità dei nostri tempi in un’ottica di genere.

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