Movimenti, cittadinanza e rappresentanza politica delle donne in Italia sullo sfondo dello sviluppo economico

Una delle sessioni parallele di venerdì 11 giugno 2021 dell’VIII Congresso della SIS ha affrontato un tema chiave degli studi di genere e cioè il rapporto tra rappresentanza politica femminile, democratizzazione, associazionismo e sviluppo economico italiano. A fare da moderatrice è stata la prof.a Giovanna D’Amico del Dipartimento di Civiltà antiche e moderne dell’Università di Messina, che ha anche aperto i lavori della sessione con un intervento riccamente correlato di grafici e dati che hanno permesso un confronto tra la rappresentanza delle donne all’interno delle amministrazioni comunali in Sicilia, nel palermitano per l’esattezza, e in Piemonte, specificatamente nel novarese, a partire da quello che è stato definito lungo Quarantasei e fino al lungo Sessantotto. In entrambe le realtà analizzate, la relatrice ha messo in luce il trend positivo sia nel palermitano che nel novarese delle elette nel decennio 1946/1956. Nel caso di Palermo il numero più elevato di elette risale al 1952 con 4 donne in Consiglio Comunale di cui una socialista e una comunista, poi lentamente si assiste a una regressione che culmina nel 1960 quando le elette sono pari a 0 unità. Questo accade nonostante le significative candidature di donne, come Antonietta Marino Renda, Lucia Mezzasalma e Anna Maria Nicolosi di cui è stato presentato un breve ritratto sottolineando il loro impegno politico, sindacale e legato all’emancipazione femminile.

Antonietta Marino Renda (a sinistra). Lucia Mezzasalma (a destra)

La tesi sostenuta da D’Amico è che l’esperienza resistenziale di alcune elette abbia rappresentato per loro un sigillo politico e un’icona rappresentativa molto significativa. A dimostrazione di ciò ha portato l’esempio di Amelia Maccarinelli, eletta assessora a Verbania fino al 1968 e diventata un’icona a seguito della morte del figlio durante la lotta di liberazione oppure di Marcella Balconi, figlia di un socialista antifascista condannato al confino e cugina per parte di madre dei fratelli Pajetta, attiva nella Resistenza piemontese e poi eletta per il PCI consigliera, deputata e sindaca del Comune di Grignasco; la sua può essere considerata quindi un’esperienza-cerniera tra l’antifascismo, l’attività resistenziale e il lungo 1968.
Un altro aspetto messo in luce dalla relatrice, e poi da lei approfondito durante la discussione finale ,è stato il ruolo della crisi economica del 1973 come inizio dell’inversione di tendenza nell’elezione delle donne.

Il secondo intervento è stato tenuto da Maria Teresa Silvestrini, docente e ricercatrice, che si è occupata della rappresentanza politica femminile nell’area torinese a partire da 1946 e fino al 1985. L’esperienza resistenziale insieme con la partecipazione ai movimenti ha avuto per lei un’incidenza fondamentale nella pratica politica femminile, basti citare personalità come Ada Marchesini Gobetti, Frida Malan e Bianca Guidetti Serra per comprenderlo.

Frida Malan (a sinistra). Bianca Guidetti Serra (a destra)

Silvestrini però non manca di specificare che le donne in Piemonte hanno elaborato un programma politico finalizzato alla rivendicazione dei diritti alla parità salariale, all’assistenza delle donne e delle bambine/i, all’istruzione pubblica per tutte/i. L’agenda politica finalizzata all’uguaglianza femminile viene però rimandata a partire dal 1947 con l’inasprirsi anche della competizione internazionale tra le superpotenze, però le donne continuano a impegnarsi nei movimenti, nel sindacato e nelle amministrazioni locali per portare avanti le loro battaglie di parità.
Per quanto concerne l’esperienza resistenziale, Silvestrini la ritiene un importante elemento di riconoscimento e di legittimazione a essere presenti nelle istituzioni e ha riportato il caso significativo di Bianca Guidetti Serra, avvocata e attivista che nella sua autobiografia, Bianca la Rossa, ricorda che durante un processo le venne chiesto dal giudice istruttore: «A che titolo voi siete qui, signorina?» e nella sua risposta enucleò anche il suo contributo alla lotta di liberazione di un Paese che in quanto democratico doveva essere paritario e inclusivo, proprio perché, come sostenuto da Carla Nespolo, «senza le donne non sarebbe stato possibile fare la Resistenza». L’esperienza resistenziale è però meno incisiva per la carriera politica delle democristiane dove gioca un ruolo determinante invece l’impegno e lo spirito religioso nonché l’associazionismo, a eccezione di Maria Cesaro Tettamanzi.
Un aspetto che Silvestri inserisce nella sua indagine è il ruolo dell’associazionismo femminile e la costruzione di reti di donne come tema poco indagato dalla storiografia, ma significativo perché ha consentito loro di imparare a legittimare il proprio ruolo.

L’ultimo intervento è stato tenuto da Carlo Verri, storico contemporaneista presso l’Università di Palermo, e si è strutturato attraverso un confronto tra due esperienze politiche, quella di Tina Anselmi, storica esponente della DC che ha ricoperto ruoli centrali nella politica nazionale italiana; e Simona Mafai, esponente del PCI, impegnata nella Resistenza nel territorio laziale, poi nell’attività politica siciliana fino ad approdare alla commissione sanità tra il 1976 e il 1979. Oltre alle diverse provenienze politiche, a differenziare le due donne ci sono le scelte di vita: il matrimonio per Simona Mafai con un militante comunista siciliano e la scelta del nubilato per Anselmi interpretando alla lettera quel principio molto radicato nelle democristiane dell’inconciliabilità tra impegno pubblico e familiare.

Tina Anselmi (a sinistra). Simona Mafai (a destra)

Entrambe però hanno partecipato alla Resistenza che si riconferma anche in questo caso un importante elemento di legittimazione politica; si sono impegnate in ambito sindacale e hanno contribuito alla lotta per la partecipazione femminile. Verri ci tiene comunque a sottolineare che durante la loro carriera politica entrambe inseriscono la battaglia per il miglioramento della vita delle donne nella cornice dei loro partiti, non c’è una specificità femminile e neppure una politica femminista pur conducendo entrambe importanti campagne come quella di Anselmi per la parità di trattamento in ambito lavorativo e di Mafai per l’aborto. Per tutte e due risulta evidente che la maggioranza degli uomini non le hanno mai considerate pronte per i ruoli politici e istituzionali a cui ambivano e che spesso sono state sottoposte a forme di paternalismo nei confronti delle quali esprimono un forte disappunto. Sia Mafai che Anselmi si avvicinano alle tematiche femminili alla fine della loro carriera, in particolare la prima nel 1999 si definisce femminista mentre la seconda si impegna diventando presidente di un’associazione che si occupa della conservazione e promozione della storia delle donne.

La sessione si è chiusa con la discussione guidata da Alessandra Pescarolo, che è stata docente di Sociologia e storia della famiglia e di Sociologia e storia del lavoro all’Università di Firenze nonché direttrice dell’area “Società” dell’Istituto di Ricerche Socioeconomiche della Regione Toscana. Il primo punto su cui ha invitato le relatrici e il relatore a riflettere è stato: il ruolo della modernizzazione e dello sviluppo economico da considerarsi non in chiave esclusiva nei processi di partecipazione politica femminile, ma da inserire in un quadro più ampio in grado di tenere in considerazione anche il sistema dei partiti in Italia e le sue chiusure nei periodi di crisi.
In merito a ciò Silvestrini ha sottolineato come nel caso torinese sia stato fondamentale l’impatto dello sviluppo economico eccezionale degli anni del boom e quelli successivi nella promozione delle politiche di welfare di cui le donne piemontesi sono state protagoniste, trasferendo poi le competenze acquisite in ambito nazionale e facendo l’esempio di Livia Turco.
Un secondo aspetto su cui Pescarolo ha invitato alla riflessione è stata la continuità del ruolo familiare nell’esperienza politica femminile e cioè come la presenza di un esponente della propria famiglia in politica abbia veicolato le scelte femminili con esempi che si possono ricondurre alla già citata Marcella Baroni.

Un ultimo argomento di riflessione su cui si è conclusa poi la discussione è stato relativo all’azione femminile all’interno dei propri partiti e la capacità delle donne o delle reti da loro costituite di influenzarne la linea di condotta politica dei propri schieramenti.

***

Articolo di Alice Vergnaghi

Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...