Fanny Blankers-Koen, campionessa senza tempo

La storia dell’esercizio atletico sembra essere quasi legata alle origini dell’umanità per la necessità che ebbe sin dai tempi più lontani di ricorrere ad attitudini di difesa o di offesa che includevano correre, saltare, lanciare; questi gesti coincidono con le più semplici e volontarie espressioni dell’essere umano che è volto a scoprire le proprie risorse e potenzialità fisiche, a tali esigenze fisiche poi si legarono quelle ludiche.  
La parola atletica, dal greco athlos, “lotta, combattimento”, è l’insieme di prove sportive individuali o a squadre e comprende la corsa, la marcia, la lotta, il pugilato, le gare ippiche, il salto, il lancio. L’attività atletica era diffusa in molti Paesi dell’Oriente e in molte civiltà fiorite nel Mediterraneo; riscontri archeologici attestano che tali manifestazioni erano già in voga presso le civiltà più antiche; se ne hanno testimonianze in Mesopotamia ad Ashumak, nei pressi di Bagdad, dove alcuni reperti testimoniano l’esistenza di pratiche atletiche: si tratta di raffigurazioni su tavolette di terracotta dove due pugili si affrontano piede contro piede, l’atteggiamento di difesa e attacco è simile allo stile dei primi dell’Ottocento.  
Gli Ittiti, popolazione indoeuropea dell’Asia Minore, ottimi cavalieri, furono i primi a utilizzare i carri sia per combattere sia a scopo agonistico; in alcuni testi in caratteri cuneiformi scoperti nel 1970 a Bogazkoy (Turchia) sono descritte le gare equestri nelle quali il vincitore riceveva in premio l’onore di essere nominato auriga (guidatore) del carro reale.  
Le pratiche atletiche più diffuse in Egitto erano: scherma con il bastone, sollevamento pesi, gare equestri; interessanti attestazioni sono state rinvenute nella necropoli di Saqqara e nelle mastaba di Beni Hassan. Tra i rinvenimenti di Saqqara è un rilievo su cui viene documentata la corsa rituale di Zoser, faraone della III dinastia, mentre su una pittografia emergono movimenti di ginnastica a corpo libero. Un’altra attività esercitata dagli Egizi era la voga. Il Nilo era considerato una sorgente di vita e coloro che regavano sul fiume ricevevano benefici e influssi divini; raffigurazioni del genere, provenienti dal tempio di Hatshepsut, si trovano nel Museo di arte egizia a Berlino. Inoltre erano diffusi giochi ricreativi e popolari: la corsa con il cerchio spinto da un bastone, il tiro con la fune, i giochi con la palla di cui Erodoto e Strabone ci hanno trasmesso moltissime descrizioni rimarcando l’importanza che questo popolo attribuiva alla pratica atletica per temprare non solo il fisico, ma anche il carattere dei giovani e dello stesso faraone Isesi della V dinastia 2675 a.C. 
Nell’isola di Creta, culla della civiltà minoica, sono state rinvenute numerose scene di taurokathapsìa, gioco e rito religioso, una sorta di caccia al toro con lo scopo finale di legare l’animale. Su un vaso di steatite, ritrovato ad Haghia Triada e risalente al XVII sec a.C., sono dipinti due pugili in posizione di guardia con i pugni avvolti in strisce di cuoio per proteggere le mani e per recare maggiore offesa all’avversario, questo espediente diede origine agli speciali guanti adottati nove secoli dopo durante gli incontri di pugilato nei giochi panellenici che si svolgevano durante le quattro feste nazionali.  

Sconosciuto, Affresco della taurocaptasia, Candia, Museo archeologico di Candia, 1700-1400 a.C. ca.

Ulteriori testimonianze su attività agonistiche fanno riferimento alla prima civiltà greca e provengono da Micene e Tirinto.  
Innegabilmente, molti secoli prima dei giochi dell’antica Grecia, esisteva già un’attività agonistica assai praticata anche se solo a carattere episodico, nessun popolo dunque ha coltivato l’ideale atletico in maniera così profonda: è unanime che il merito vada riconosciuto al popolo greco che fu il primo ad aver istituito i giochi con cadenza periodica, con grande imponenza e un insieme di aspetti cerimoniali, tecnici e organizzativi.  
I Giochi Olimpici erano delle competizioni e pure dei riti religiosi: da una parte gare, dall’altra processioni, sacrifici, offerte votive e preghiere; si svolgevano nel Peloponneso nord-occidentale, nella città di Olimpia, da cui presero il nome. Il gioco più antico era la corsa a piedi, poi il programma si arricchì di altre discipline ed ebbe inizio il Pentathlon (cinque giochi) che comprendeva cinque specialità: il salto, la corsa, il lancio del disco, il lancio del giavellotto, la lotta. Gli atleti greci erano dilettanti, ma via via si diffuse il professionismo e anche allora come oggi al loro rientro in patria chi avesse vinto in gara era atteso da celebrazioni solenni. Il primo olimpionico vincitore della corsa veloce di cui sia stato tramandato il nome è Koroibos di Elide nel 776 a.C., data che gli studi storici identificano con l’edizione inaugurale dei Giochi Olimpici. Le gare si svolsero per più di mille anni, fino alla fine del mondo antico nel III sec. d.C. A nessuna donna fu concesso di partecipare nemmeno come spettatrice, le uniche presenti erano le sacerdotesse, tanto che, per continuità con la tradizione classica, nella prima Olimpiade moderna le donne non furono ammesse come atlete.  
Presso la popolazione di Roma inizialmente l’atletica non incontrò grande favore, solamente dopo Nerone, e per il particolare interesse di alcuni altri imperatori, fu apprezzata e coltivata. Alla fine del IV sec., Teodosio I sospese i Giochi, ritenendoli incompatibili con la trionfante civiltà cristiana, così la pratica dell’atletica decadde e nel Medioevo, a parte la lotta, solo i lanci nei Paesi germanici e scandinavi mantennero un certo rilievo. 
L’atletica moderna ha origine nei primi decenni dell’Ottocento, presso i college inglesi, dove si ristabilirono le gare dell’antichità e le norme tecniche che ne regolavano lo svolgimento; nel 1887 si svolse in Gran Bretagna e Irlanda il primo incontro internazionale di atletica. Il progresso sociale favorì la pratica delle prove sportive e nacquero così i cultori in tutto il mondo. Il francese Pierre de Coubertin per ridare vivacità ai Giochi convocò a Parigi un congresso internazionale nel 1894, il cui scopo fu quello di ripristinare le antiche Olimpiadi, un invito alla concordia internazionale tra i popoli; il progetto incontrò il favore generale e l’antico spirito di pace di Olimpia ritornò a vivere nelle moderne Olimpiadi, la cui prima edizione si svolse nel 1896 ad Atene e che da allora continuano a mantenere l’antico valore.  
Le prime presenze ufficiali delle donne si ebbero a Parigi nel 1900 con 600 uomini e due donne, e la prima campionessa olimpica fu Charlotte Cooper, tennista, vincitrice di cinque titoli individuali a Wimbledon.  

Charlotte Cooper  

Per considerare la donna come un’atleta si dovette attendere il 1936, complice di questo cambiamento fu il film Olympia della regista tedesca Leni Riefenstahl. Le Olimpiadi di Berlino furono un evento determinante nella storia dello sport perché testimoniarono la diffusione di una nuova concezione dell’attività agonistica; un altro avvenimento storico, di molto successivo, fu l’Olimpiade di Atlanta del 1996 in cui per la prima volta parteciparono ai Giochi le donne musulmane dopo la rivoluzione islamica del 1979.  
Nel corso degli anni fra le tante atlete che si sono distinte si ricorda una vera pioniera, una leggenda dell’atletica e di tutto lo sport femminile: Francina Elsje Blankers-Koen, soprannominata “olandese volante”. 
Nacque il 26 aprile del 1918 da una famiglia di agricoltori, in un paesino dell’Olanda vicino a Baarn, dove la sua giovinezza trascorse normalmente. Sportiva polivalente come poche e campionessa esemplare per longevità, ebbe per allenatore Jan Blankers che poi sposerà nel 1940. Il suo primo successo da adolescente l’ottenne vincendo un campionato nazionale negli 800 metri nel 1935; l’anno successivo arrivò sesta nel salto in alto; a soli 18 anni nel 1936 riuscì a partecipare ai Giochi di Berlino e gareggiò in due discipline: il salto in alto e la staffetta 4×100. Le due finali purtroppo vennero disputate lo stesso giorno a distanza di poche ore, così riuscì a conquistare solo il quinto e il sesto posto. La giovane olandese non aveva grande sprint, ma gli allenamenti con la squadra nazionale la cambiarono in poco tempo in una campionessa di velocità: ad Amsterdam nel 1938 riuscì a stabilire un record mondiale di 11,9″. Intanto nacquero i due figli, ma Fanny Blankers-Koen non rinunciò allo sport agonistico, questa sua decisione fece molto discutere: una madre di famiglia dedita all’atletica sollevò scalpore e contrarietà nell’opinione pubblica dell’epoca, ma lei si ribellò e continuò per la sua strada, tanto che nel 1946 vinse i 100 metri a ostacoli e la staffetta.  

Francina Elsje Blankers-Koen

Durante i conflitti mondiali le Olimpiadi della XII e XIII edizione furono annullate, ma Fanny continuò ad allenarsi nei boschi vicino ad Amsterdam al riparo dai bombardamenti, due volte a settimana solo per due ore; la tenacia le diede ragione e così partecipò ai giochi di Londra nel 1948. D’accordo con il marito allenatore scelse quattro discipline, però le regole olimpiche limitarono Blankers-Koen a partecipare a sole tre competizioni individuali. Alcuni esperti sostenevano che fosse impensabile per una donna già trentenne, quindi troppo vecchia, vincere una gara olimpica, altri la additavano affermando che non aveva svolto i suoi doveri di moglie e madre di due bimbi. Nonostante tutto, questa olandese dalla grande versatilità vinse diverse gare, in particolare nella velocità: 100 m., 200 m., 80 m. a ostacoli e 4×100 m.: la prima medaglia arrivò proprio con i 100 m. di cui deteneva già il record mondiale chiudendo in 11,9″; la seconda arriva con gli 80 m. appaiata con la rivale Maureen Gardner, in 11,2″. Dopo i due ori voleva ritirarsi ma il marito la convinse e, sotto la pioggia, vinse la terza medaglia staccando la britannica Audrey Williamson nei 200 m. con il tempo di 24,4″. L’ultimo successo fu la staffetta 4×100 in cui ricevette il testimone in terza posizione e fu protagonista di una clamorosa rimonta che le fece vincere la quarta medaglia d’oro; fu la prima donna a vincere quattro medaglie nella stessa edizione. Proprio grazie a queste specialità ottenne grandi successi e venne soprannominata «la mammina volante», lasciando stupefatti tutti gli uomini che ritenevano inconcepibile che una donna non giovanissima gareggiasse. Anni dopo raccontò che «un giornalista scrisse che ero troppo vecchia per correre, che avrei dovuto restare a casa e pensare ai miei figli. Quando arrivai a Londra gli puntai il dito contro e gli promisi che gliel’avrei fatta vedere».

Statua dedicata a Francina Elsje Blankers-Koen, Rotterdam (NL)

Al suo rientro ad Amsterdam la folla l’accolse festante, fu ricevuta dalla regina e proclamata Cavaliera dell’ordine Orange-Nassau; durante il giro d’onore per le vie della città su un carro condotto da quattro cavalli, si rese conto dell’impresa compiuta; sorpresa e compiaciuta pare abbia detto a chi le sedeva accanto: «Non sapevo che gli olandesi fossero tanto appassionati di corsa». Ai Campionati europei nel 1950 ripeté la tripletta nelle gare individuali, fu ancora primatista mondiale dei 100 m. in 11,5″, degli 80 m. a ostacoli, del salto in alto, del salto in lungo e del pentathlon, e pure della staffetta 4×110 m. Anche se nella sua ultima apparizione olimpica a Helsinki nel 1952 non riuscì a vincere alcuna medaglia, si ritirò avendo stabilito sedici record mondiali in otto diverse specialità tra cui il pentathlon moderno l’anno precedente; aveva vinto ben cinque titoli europei e 58 titoli di campionati nazionali olandesi.  
Nel 1999 è stata nominata migliore atleta femminile del XX secolo dalla International Association of Athletics Federation (Iaaf). A Rotterdam le è stata dedicata una statua. 

La Carta dei Diritti delle Donne nello Sport, approvata dal Parlamento Europeo, già nel 1985 evidenziava il gran numero di disuguaglianze tra donne e uomini nel campo dello sport e l’importanza di rimuovere le barriere culturali che impediscono il reale coinvolgimento femminile. Nonostante il progresso e l’incremento della pratica sportiva delle donne, in alcune specialità permangono delle differenze in termini di pari opportunità. L’Unione Europea ha oggi richiesto una revisione e un aggiornamento della Carta di allora. Dai pari diritti dipende infatti la qualità della società composta da ragazzi e ragazze, donne e uomini di tutte le età, persone con disabilità e di ogni etnia e nazionalità. 

***

Articolo di Giovanna Martorana

PXFiheft

Vive a Palermo e lavora nell’ambito dell’arte contemporanea, collaborando con alcuni spazi espositivi della sua città e promuovendo progetti culturali. Le sue passioni sono la lettura, l’archeologia e il podismo.

Un commento

  1. Articolo, molto interessante. Sempre grandi scoperte, con Giovanna Martorana. Dopo excursus storico per inquadrare l’argomento, cenni storici supportati da immagini, alla fine exploit finale sulla prima donna atleta. Molto gradevole la lettura.

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