Io, Felicia

La storia, il coraggio e il dolore di Felicia Bartolotta, madre di Peppino Impastato barbaramente ucciso dalla mafia a Cinisi il 9 maggio 1978, emergono con forza nel libro di Mari Albanese ed Angelo Sicilia Io, Felicia, edito da Navarra Editore per la collana “Passi della Memoria”.

La pubblicazione è il frutto di interviste realizzate ben diciannove anni fa.

Parole che sono rimaste imprigionate nei nastri per tanto, tanto tempo, perché il forte legame tra Mari ed Angelo con Mamma Felicia era una sorta di barriera dolorosa che aveva bisogno di tempo per essere sgretolata. Un legame così profondo che è difficile da ricostruire nel contemporaneo.

Il libro inizia con la testimonianza della nipote Luisa Impastato: «mia nonna è stata la prima custode della memoria di suo figlio, una memoria che ha deciso di condividere… ricordo tutto di nonna: le sue parole, i suoi gesti, i suoi movimenti lenti, come quello con cui trascinava per casa la sedia su cui si poggiava per camminare dopo la rottura del femore, la stessa sulla quale poi si sedeva per iniziare a raccontare… ha lottato con le unghia e con i denti per la giustizia, ma era soprattutto una donna con un animo forte e ribelle, una vera forza della natura, fiera, arguta e tremendamente ironica».

E leggendo queste parole accostiamo istintivamente il suo carattere a quello del figlio Peppino. Felicia gli aveva donato, oltre alla vita, quelle caratteristiche che lo contraddistinsero nella lotta alla mafia. Una lotta senza se e senza ma, ferma, dura, intransigente, coraggiosa e spesso ironica. La sua voce che si propagava da Radio Out scherniva e ridicolizzava i boss mafiosi locali mettendone in risalto collusioni con la politica, nefandezze ma soprattutto aridità di virtù e ristrettezza mentale, incapacità di cogliere il vero senso della vita ed i valori per cui valeva la pena esistere al mondo.

Mari Albanese continua il racconto del suo incontro con Mamma Felicia: «Quando l’ho conosciuta era un giorno di fine ottobre del lontano 2001, avevo ventidue anni… mi è apparsa una donna vestita di nero con un sorriso più grande del suo viso e con quegli occhi che non hanno mai smesso di brillare… ho sentito tutto il suo dolore di madre, intimo, personalissimo. Di fronte a me non c’era soltanto la donna coraggio… ma Felicia in tutta la sua purezza. Un disvelamento del volto più intimo del dolore, quello che non puoi concedere che a te stessa, in silenzio e che solo in rari casi puoi donare agli altri».

Ed è quel dono che Mari Albanese ed Angelo Sicilia hanno ora deciso di condividere dopo averlo custodito gelosamente.

Il 7 dicembre del 2020, nella ricorrenza dell’anniversario della morte di Felicia, avvenuta nel 2004, i due autori comprendono che era necessario divulgare quel patrimonio personale: «era giunto il momento di riparlarne, perché le cose accadono quando è il tempo che le fa accadere ed essere. E in punta di piedi, come chi ha paura di togliere il catenaccio allo scrigno dei ricordi, abbiamo riaperto quaderni, documenti, appunti, registrazioni».

E tutto è stato riversato nelle pagine di Io, Felicia, con sensibilità straordinaria. Un libro che ripercorre un periodo difficile della lotta contro la mafia, un “affannarsi” alla ricerca della Giustizia.

Un libro che attraverso la voce di questa donna ci racconta il dramma di vivere onestamente il quotidiano circondati da sciacalli e uomini di malaffare. E ci racconta anche il dramma e la tenacia di una madre che ha continuato a lottare per rendere giustizia a quel figlio stritolato, ridotto ad un grumo di sangue e di cui si volevano infangare l’onore e la memoria.

Leggendo ci vengono restituite le immagini di quegli anni e al lettore e alla lettrice viene consegnato un mondo composto da persiane chiuse e da persone spaventate che pian piano diventa un mondo di finestre spalancate e persone, in maggior parte giovani, che non hanno paura di contrastare la mafia.

Sì, perché Felicia non ha partorito solo “Peppino” ma è stata madre di migliaia di ragazzi e ragazze che, grazie alle sue parole, hanno acquisito una vera coscienza antimafia. 

Con la fotografia di suo figlio tra le mani ha ripetuto migliaia di volte: «Dovete camminare con la testa alta, sempre! Ci facciamo colpevoli ogni volta che giriamo la testa per non vedere».

Riga dopo riga, pagina dopo pagina, quel monito ci accompagna insieme alla meravigliosa espressività delle sue rughe.

Mari Albanese e Angelo Sicilia
Io, Felicia
Navarra editore, Palermo, 2021
pp. 164

***

Articolo di Ester Rizzo

Laureata in Giurisprudenza e specializzata presso l’Istituto Superiore di Giornalismo di Palermo, è docente al CUSCA (Centro Universitario Socio Culturale Adulti) di Licata per il corso di Letteratura al femminile. Collabora con testate on line, tra cui Malgradotutto e Dol’s. Per Navarra edit. ha curato il volume Le Mille: i primati delle donne ed è autrice di Camicette bianche. Oltre l’otto marzoLe Ricamatrici e Donne disobbedienti.

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