La civiltà etrusca, nel cuore della penisola italica 

La storia della civiltà etrusca, dall’antichità fino al mondo moderno, ha suscitato negli uomini e nelle donne di cultura grande interesse, per l’importanza creativa, per la durata, per la ricchezza dei monumenti e per le influenze esercitate sulle diverse popolazioni e comunità italiche, in particolare su Roma e nei rapporti tra l’area mediterranea e l’Europa continentale. Purtroppo mancando la testimonianza diretta di una tradizione letteraria originale perché perduta, e a causa della scomparsa dell’uso della lingua etrusca all’inizio dell’età imperiale romana, poco è stato conservato solo grazie alle informazioni indirette degli scrittori greci e latini. 

Per fortuna suppliscono alla perdita di testi scritti le scoperte archeologiche e il materiale epigrafico, cui si aggiunge unica ed eccezionale testimonianza il manoscritto su tela della mummia di Zagabria: tra 1848 e 1849 un funzionario della cancelleria croata acquistava in Egitto la mummia di una giovane donna sulle cui bende vennero riconosciuti caratteri in lingua etrusca che contribuirono ad approfondire aspetti della religione e dell’organizzazione sociale etrusca. 

Liber linteus o mummia di Zagabria 

Altra entità di materiali esistenti o venuti alla luce durante il recupero nei territori abitati dagli Etruschi è l’adeguata documentazione resa eloquente dalla classificazione topografica, cronologica, funzionale, dall’interpretazione e dalle conoscenze che costituiscono il più ingente quadro storico-culturale. Si fa riferimento alla distribuzione degli insediamenti, alle caratteristiche e allo sviluppo dei centri abitati, dei santuari, delle necropoli, all’architettura e alla sua decorazione e alla tipologia degli oggetti, in particolare ai prodotti figurati (scultura, plastica, terracotta, disegni, arredi metallici e oreficeria). I Greci li chiamavano Tirreni, originariamente Tyrsenoi e Thyrrenoi, per indicare la loro ascendenza di navigatori; i Romani Tusci o Tursci, in umbro Tursko e Etrusci, mentre secondo Dionisio d’Alicarnasso il loro nome indigeno sarebbe stato Rasenna (che significherebbe “uomini”), trovato nei testi etruschi nella forma Rasna

Il problema delle origini della popolazione risale agli antichi, Erodoto nel V secolo a.C. attribuiva la loro origine a un mitico fondatore, Tirreno, trasferitosi da una remota regione dell’Asia Minore, l’attuale Turchia, mentre Dionigi di Alicarnasso, nel I secolo a.C., sosteneva che gli Etruschi fossero un popolo autoctono di origine italica, infine lo storico Tito Livio, contemporaneo di Dionigi, affermava che sarebbero giunti dall’Europa centrale. Di queste tre tesi la più nota e accettata è quella dell’origine orientale, particolarmente cara a studiosi/e di archeologia, a cui appare evidente la coincidenza tra le notizie delle fonti e il fenomeno culturale orientalizzante a partire dalle coste tirreniche tra l’VIII e il VI secolo a.C.. 

Dalla documentazione si acquisisce un’organica e logica sequenza di fenomeni culturali, in cui è quasi impossibile fissare delle cesure, si passa ad una serie di culture areali dell’Età del ferro corrispondenti alle zone occupate dalle varie etnie d’epoca storica, fra le quali spicca con caratteri dominanti la cultura villanoviana degli abitanti della fascia costiera dell’Etruria tirrenica, da cui nacque la futura cultura etrusca. Da ciò emergono due conclusioni, in primo luogo le due teorie dell’autoctonia e dell’origine settentrionale vanno respinte sulla base di dati storico-culturali, linguistici e archeologici, si riconosce alla teoria orientale una generica attendibilità storica, in cui la grande maggioranza delle fonti letterarie antiche sostiene per gli Etruschi un’origine orientale e che i dati di parentela linguistica remota connettono l’etrusco con un ambito asiatico o comunque “tirrenico” (come dimostra l’iscrizione di Lemno). L’origine orientale non va intesa come una migrazione organizzata e consistente, ma come l’attestarsi di elementi di provenienza “tirrenica” in suolo italiano (sospinti da vari motivi, quali la ricerca dei metalli o per la difficile situazione del Mediterraneo alla fine del II millennio), seguito da una integrazione culturale e interazione linguistica con le genti indigene.  

Mappa dell’Etruria

 La società villanoviana più antica era organizzata su ampie basi agricole, con una notevole diffusione nelle zone della Toscana centromeridionale, del Lazio settentrionale e dell’Emilia padana. La struttura agricola era integrata da un intenso allevamento stanziale e da attività di artigianato (soprattutto del rame, del bronzo e poi del ferro), erano costituiti in centri abitati di modeste dimensioni con un’organizzazione sociale rappresentata dalla divisione del lavoro basata in prevalenza sulla differenza di sesso. La società si presenta guerriera in contrasto con la precedente cultura di transizione dell’Età del bronzo e del ferro e con le rimanenti culture coeve della penisola. Questo indica la supremazia culturale, l’ampia diffusione territoriale e la relativa omogeneità della cultura dell’estremo nord dell’Emilia fino all’estremo sud della Campania, influenzata fortemente dalle culture centroeuropee e dalla posizione tra il Mediterraneo e l’Europa continentale, ricca di bacini minerari. Agli inizi del secolo VIII a.C. si avverte, con le prime navigazioni greche in occidente e poi con le fondazioni coloniali, una rottura delle strutture villanoviane più antiche sul piano dell’omogeneità sia territoriale sia socioconomica. Nel sud dell’Etruria nascono le prime città: Tarquinia, Cerveteri e Veio, in Campania Capua; si forma una società aristocratica in zone culturalmente e tecnologicamente più avanzate (Etruria meridionale e Campania), in opposizione a zone (Etruria interna e settentrionale, Etruria padana) ove si evolvono autonomamente in forme più attardate le condizioni del secolo precedente. Le fonti greche mettono in risalto una pirateria etrusca in epoca arcaica connessa con le attività di scambio, mentre l’archeologia afferma una presenza sempre maggiore dell’elemento greco nella compagine sociale etrusca. Nel VII a.C. la potenza e il fasto delle aristocrazie etrusche raggiungono il culmine, ciò è testimoniato dall’enorme importazione di oggetti preziosi, in oro, argento, bronzo, avorio creati in Oriente o imitati da artigiani greci nello stile orientale, e da tombe a tumulo; nasce l’architettura in materiali durevoli e si diffondono prodotti ceramici greci, nonché i celebri bùccheri fabbricati in Etruria, a Cerveteri, a Tarquinia, a Vulci per la clientela locale. 

Buccheri

Il secolo successivo è caratterizzato da scontri tra le città e tra fazioni aristocratiche all’interno delle singole città, adombrate dall’emergere di figure di tiranni come Porsenna di Chiusi, Thefarie Velianas di Cerveteri o Servio Tullio a Roma che, estinguendo le precedenti monarchie, porranno le premesse per la nascita degli Stati aristocratici affermatisi per tutto il V secolo a.C.. In questa fase si ebbero i primi conflitti in campo aperto tra la Grecia e gli Etruschi: dalla battagli di Alalia (535 a.C.), che contro le mire focesi darà agli Etruschi il controllo della Corsica e ai Punici quello della Sardegna, alla battaglia di Ariccia (504 a.C.), primo colpo inferto al dominio esercitato dagli Etruschi ai popoli latini (essenziale per il rapporto con le colonie campane), allo scontro di Cuma (474 a.C.), che darà a Gerone di Siracusa la vittoria sulla possente marineria etrusca. Queste due sconfitte, l’emergere di tendenze autonomiste nelle popolazioni soggette e la discesa dalla metà del V a.C. di popoli di stirpe sabellica, assieme al cambiamento degli eventi in campo internazionale (rivolta ionica, reazione greca all’egemonia persiana, affermarsi di Siracusa), condussero gli Etruschi a un ripiegamento e una chiusura verso il mondo ellenico, accentuata nella seconda metà del V secolo con la guerra del Peloponneso e coerente con l’atteggiamento difensivo assunto con le aristocrazie locali e le difficoltà interne di cui parlano le fonti del conflitto a Roma tra patrizi e plebei. Questo declino interessò l’Etruria meridionale e quella campana (conquistata nel 424 a.C. dai Sanniti), mentre l’Etruria centrale acquistò maggiore importanza seguita dallo splendore della  dodecapoli padana a contatto diretto con la Grecia mediante l’emporio greco-etrusco della città di Spina, prima dell’espansione dei Galli che nel IV secolo annientarono la presenza degli Etruschi nella valle del Po. Dopo decenni di declino l’Etruria risorse: verso la metà del IV secolo ripresero le attività edilizie, risorsero le fabbriche di ceramica e bronzo e comparve una nuova serie di ipogei gentilizi che sostituirono le antiche tombe del VI secolo e, come avvenne a Roma con l’alleanza patrizio-plebea, si affermò un nuovo tipo di aristocrazia e prosperità economica permeata ancora una volta di ellenismo, non più proveniente dalla Grecia ma dalle sue colonie su suolo italico, Taranto e Siracusa con una probabile mediazione campana. Il corso degli eventi nella prima metà del secolo vedrà scontri con i Sanniti, mentre Roma batterà a Sentinum (295 a.C.) la grande coalizione di Etruschi, Umbri, Galli e Sanniti e con successive guerre contro Vulci (280 a.C.) e Volsini (265 a.C.) metterà in ginocchio la potenza etrusca destinata alla sottomissione fino alla guerra sociale del 90 a.C.. In questi due secoli il declino etrusco è stato costante, la progressiva silenziosa integrazione delle grandi famiglie nella società romana fu una rivolta soprattutto al centro-nord tra Chiusi, Arezzo, Perugia e Volterra, che vide l’alleanza con i pochi rimasti proprietari di terre, minacciati da Roma di espropriazione, e con la parte aristocratica etrusca esclusa dal potere vicino alla bancarotta e dalla concorrenza del latifondo romano favorito dall’immissione di schiavi razziati nelle guerre imperialistiche del II secolo a.C.. Solamente l’opera conservatrice di Augusto verso le classi aristocratiche etrusche permise la pax romana e la pacifica assimilazione (di fatto l’estinzione) del popolo etrusco. 

Come già detto, la perdita della letteratura ci ha privato di un mezzo prezioso per la ricostruzione della vita familiare e dei costumi nell’antica Etruria; grazie agli oggetti ritrovati nelle tombe, ai resti dei centri abitati e alle opere d’arte figurate che rappresentavano scene reali della loro vita quotidiana, studiosi e studiose hanno potuto tuttavia ricostruire lo svolgimento della storia e della civiltà di questo popolo.  

Necropoli di Tarquinia. La tomba dei giocolier

Centro della vita familiare era la casa, fonti dirette sono le fondazioni di edifici rinvenuti in più luoghi ma principalmente a Marzabotto, presso Bologna, dove si ha la visione di un intero centro abitato, a Vetulonia, Veio, Roselle e Acquarossa, vicino Viterbo, dall’abitazione preistorica a pianta tonda o ellittica, all’abitazione con le pareti rettilinee. Di questo rimane il ricordo per la fase più antica nelle urne cinerarie “a capanna” della cultura villanoviana. Importanti riscontri si hanno nelle necropoli, tra queste si devono ricordare le “città dei morti” di Tarquinia e di Cerveteri, dalla cui documentazione si evincono i tipi di interni, la disposizione degli ambienti, gli ornamenti delle porte, delle finestre, dei soffitti e persino la presenza dei mobili, come tavoli o cesti rotondi, letti, seggi.  

Cerveteri, necropoli della Banditaccia. Interno di una tomba

La vita che si svolgeva nella casa dei ricchi presentava molti agi, inoltre va segnalato che la donna partecipava ai conviti e alle feste con perfetta parità di fronte all’uomo. In età arcaica donne e uomini banchettavano distesi sul letto ed è a questa usanza che risale l’affermazione di Aristotele (in Ateneo, I, 23d) che «gli Etruschi mangiano insieme con le donne giacendo sotto lo stesso manto», anche se si pensa che Aristotele si riferisse a una errata interpretazione di alcuni sarcofagi sui quali i due coniugi giacenti appaiono sotto un manto, simbolo di nozze. Sembra che i Greci trovassero argomento di scandalo nella ricchezza e nel lusso che caratterizzavano il modo di vita delle classi più elevate e nella libertà che le etrusche avevano, partecipando alla vita sociale, attribuendo loro i caratteri e il comportamento delle etère, praticamente prostitute di lusso, le uniche donne che ad Atene fossero ammesse ai banchetti con gli uomini. Per tale motivo nascevano e si diffondevano dicerie sulla scostumatezza degli Etruschi, di cui fa eco perfino Plauto (Cistellaria, II, 3, 20 sgg); pare comunque che tra il V e il IV a.C. le donne etrusche non partecipassero più ai conviti distese sul letto con gli uomini ma sedute, usanza che rimarrà nel mondo romano. Altre rappresentazioni nelle tombe si riferiscono ai giochi e agli spettacoli, in cui era evidente l’influsso ellenico; il carattere agonistico e professionale dei giochi e delle gare nel mondo etrusco si trasformava in divertimenti spettacolari, compresi quelli mimici, musicali, acrobatici e farseschi attribuiti ad attori ricordati con il nome di histriones o ludiones.  

Le città erano rette da un re che fondava il suo potere su una classe aristocratica di ricchi proprietari terrieri, i quali facevano coltivare le terre da tantissimi servi privi di ogni diritto politico. Testimonianze dell’arte etrusca, come accennato sopra, derivano dagli scavi archeologici delle necropoli, i reperti rinvenuti fanno dunque ipotizzare che gli Etruschi prediligevano la terracotta alla pietra, infatti sia le statue sia la maggior parte dei sarcofagi rinvenuti sono in terracotta. La ritrattistica seguì l’evoluzione dalla fase arcaica a quella in cui le raffigurazioni erano influenzate dall’estetica greca, i visi passarono dalla poca espressività del famoso Sarcofago degli sposi rinvenuto a Cerveteri al grezzo realismo dei sarcofagi di età ellenistica rinvenuti a Tuscania, o ai dettagli umoristici in cui mettevano in risalto le imperfezioni e i difetti fisici delle persone defunte.  

Roma, Museo etrusco di Villa Giulia. Sarcofago degli sposi 

L’edilizia riservata alle abitazioni è sopravvissuta in modo sparso perché i materiali utilizzati erano di qualità scadente; anche gli edifici di culto sono andati persi. Gli edifici civili e i templi avevano in pietra solamente le fondazioni, mentre gli alzati erano in mattoni crudi in terracotta o in legno; i templi sorgevano su alti basamenti ed erano costituiti da una parte anteriore aperta e porticata e da una chiusa, divisa generalmente in tre celle tra loro comunicanti; il colonnato del portico era formato da colonne caratteristiche lisce dette tuscaniche; si sono salvate solo alcune parti decorative poste agli angoli dei tetti spioventi, per lo più in terracotta. Gli Etruschi, favoriti da una buona disponibilità di materiale ferroso, furono capaci di sviluppare una tecnica straordinaria nella lavorazione dei metalli: dall’oreficeria all’oggettistica, dalla costruzione di armi alle statue, fra cui ricordiamo La lupa in bronzo in omaggio alla leggenda di Romolo e Remo, alla quale successivamente furono aggiunti i due gemelli e oggi conservata nei Musei Capitolini, l’Arringatore, splendida statua di un uomo togato rappresentato con un braccio alzato, trovata in Umbria nei pressi del lago Trasimeno e conservata a Firenze, infine il cosiddetto Fegato di Piacenza, rappresentazione di un fegato di pecora rinvenuto con le indicazioni utili allo scopo di predire il futuro.   

Fegato di Piacenza

La pratica religiosa era infatti fondata sul futuro, per lo più dall’ osservazione delle viscere delle vittime sacrificate agli dei; i Romani la chiamavano Etrusca disciplina. I sacerdoti etruschi avevano un rapporto privilegiato con gli dei, ciò permetteva loro di riconoscere i segni premonitori per evitare eventi negativi: la capacità di indovinare il futuro che potevano essere gli eventi metereologici come fulmini, piogge e venti, il volo degli uccelli in una particolare zona del cielo e i segni riscontrati nelle viscere degli animali crebbe e si sviluppò in una vera e propria arte. Le concezioni religiose relative al mondo dei morti erano particolarmente sviluppate, il mistero del passaggio dalla vita alla morte è ben rappresentato dal famoso affresco in una tomba di Paestum, conosciuta come Tomba del tuffatore, in cui un giovane nudo e solitario dall’alto di un trampolino si tuffa in un mare tranquillo, oppure si può essere condotti da un demone infernale custode dell’aldilà: il “Caron dimonio, con occhi di bragia”, l’essere che nella Divina Commedia traghetta Dante e Virgilio nell’inferno, non è altro che Charun, nella religione etrusca svolgeva le stesse funzioni. 

Fra tutti i popoli dell’antichità che hanno abitato la penisola gli Etruschi occupano, ancora oggi, un posto di rilievo e la loro splendida civiltà continua a destare grande interesse storico-culturale. 

In copertina: Cerveteri, Necropoli della Banditaccia.

***

Articolo di Giovanna Martorana

PXFiheft

Vive a Palermo e lavora nell’ambito dell’arte contemporanea, collaborando con alcuni spazi espositivi della sua città e promuovendo progetti culturali. Le sue passioni sono la lettura, l’archeologia e il podismo.

Un commento

  1. Argomento molto interessante, Giovanna Martorana, riesce in modo semplice e chiaro, a trattare di argomenti storici. Avendo visitato Tarquinia e Cerveteri, mi ero interessata al popolo Etrusco. Con questo articolo ho avuto un quadro più completo, di questo popolo.

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