Uno sguardo femminile sul Festival della Fotografia Etica di Lodi

Dal 25 settembre al 24 ottobre a Lodi si tiene la dodicesima edizione del Festival della Fotografia Etica. Organizzata dal Gruppo Fotografico Progetto Immagine, la manifestazione si propone di approfondire tematiche di rilevanza etica attraverso il linguaggio della fotografia, dando spazio a fotoreporter provenienti da tutto il mondo. Collegato al Festival dal 2011, inoltre, vi è il World Report Award che si propone di dare un contributo concreto a coloro che realizzano fotoreportage sociali e che implementano un fotogiornalismo più vicino alle esigenze della società e meno a quelle del mercato.

Quest’anno le mostre sono più di venti e, oltre a quelle che richiedono l’ingresso a pagamento, ce ne sono alcune gratuite. Queste ultime sono poste in luoghi all’aperto sia nel centro cittadino sia, novità dell’edizione attuale, presso una piazza di Montanaso Lombardo, località alle porte di Lodi. Gli ambienti scelti sono dislocati nel perimetro urbano e interessano sedi istituzionali come il Palazzo della Provincia oppure palazzi storici come Modignani e Barni, l’ex Chiesa dell’Angelo, la sede della Banca Centropadana nonché il suggestivo Chiostro della Farmacia dove trova sede il Museo Paolo Gorini. Raggiungere le varie sedi delle mostre a piedi o in biciletta, per chi la predilige, è un modo per assaporare la brulicante vita lodigiana del fine settimana e immergersi un po’ di più nel territorio circostante.

Quindi in sella alla mia bicicletta, il secondo fine settimana del Festival ho iniziato con la visita presso il Palazzo della Provincia. Qui, come all’ingresso di ciascuna mostra, ho incontrato ragazze/i che controllavano il Green Pass e fornivano informazioni a visitatori e visitatrici, tutte/i impegnate/i in attività di Pcto. Nello spazio che un tempo era occupato da due conventi, quello di S. Cristoforo e quello di S. Domenico, si possono visitare le mostre di Afp Photographer, fotografi dell’Agence France Presse, e si è subito immersi in due mondi lontani dal nostro: gli Stati Uniti d’America e la Siria. Nel primo caso gli scatti riguardano gli ultimi dodici mesi della storia americana e, in particolare, le intense e a volte violente proteste che hanno interessato il Paese coinvolgendo milizie di destra; attivisti del movimento Black Lives Matter e sostenitrici/tori di Trump che assaltano il Campidoglio. Mi ha colpito il fatto che, nonostante la dichiarata misoginia dei gruppi di estrema destra, nei raduni sia rilevabile la presenza femminile così come tra chi sostiene il Presidente. Tra i movimenti solidali con la causa del Black Lives Matter, da segnalare quello delle Moms’ wall, un gruppo di donne che ogni sera si dà appuntamento nella zona della corte federale di Portland, in Oregon, per chiedere la fine del razzismo sistemico; questo movimento si è ispirato alle ultime parole di George Floyd che invoca la madre prima di morire. La presenza continua e costante di armi da fuoco; l’uso di spray al peperoncino e gas lacrimogeni da parte della polizia per disperdere le manifestazioni pacifiche; i volti terrorizzati delle guardie in Campidoglio durante l’assalto delle/dei sostenitrici/tori di Trump mentre tentano di barricarsi in un ufficio mostrano la fragilità e i costanti pericoli a cui è sottoposta la democrazia.

Il secondo percorso sulla Siria è un reportage sui dieci anni del conflitto che hanno sconvolto la regione. Tra i fotoreporter sono presenti i nomi di una generazione di siriani che ha utilizzato la fotografia come forma di racconto e per documentare ciò che la Siria è diventata. Chi di loro ha dovuto poi necessariamente intraprendere la strada dell’esilio, si dedica ora ai traumi e al segno profondo che dover abbandonare la propria terra ha lasciato.

Gli occhi delle donne velate, quelli dell’infanzia nei campi profughi e la foto di Ameer al Halbi che ritrae due uomini che si fanno strada fra le macerie di edifici distrutti ad Aleppo con in braccio due neonati sono fra le immagini che forse mi hanno lasciato il segno più profondo in questa edizione del Festival.

Uscendo sulla destra del complesso di San Domenico, si accede a quella conosciuta a Lodi come Cavallerizza dove si trova una delle sezioni del World Report Award in cui espongono 30 autrici/tori che si pongono come obiettivo quello di dare attenzione ai valori e alla speranza. Tra gli scatti più significativi quelli di Callie Eh che fotografa una donna del Rajasthan con un bellissimo sari rosso china su una macchina da cucire. Lei, come altre, si è recata al Sambhali Trust Center per imparare a cucire perché farlo può veramente cambiarne la vita. Questi centri contribuiscono, infatti, ad aiutare le donne ad aumentare la stima in sé stesse e ad ottenere quell’indipendenza economica fondamentale per la loro emancipazione insegnando l’arte del cucito. La fotografa Monica Pittaluga invece propone uno degli scatti che fanno parte del suo progetto Il tempo che resta presso l’Antea Hospice di Roma: un’intensa immagine di fine vita di Lucia. Shabana Zahir è afghana, è fuggita dal suo Paese e, in un campo profughi in Grecia, scopre la fotografia e capisce che attraverso questo strumento, proibito nella sua terra, può salvarsi la vita. Grazie ad una Ong italiana, “Una mano per un sorriso – For Children”, segue un corso, comincia a fotografare e quello diventa la sua ragione di vita. Nel suo scatto si intravede il volto di una bambina afgana, coperto dai libri che tiene stretti fra le mani intrecciate con il filo spinato: un’immagine emblematica del sogno spezzato di una generazione di donne in un Paese in cui qualcuno ha utilizzato il termine Olocausto femminile per indicare ciò che sta accadendo. Tra le altre foto esposte, ci sono le Mamme “solari” di Nuria López Torres, che ritrae Sita, una delle indiane formatesi presso la Ong Barefoot College che ha l’obiettivo di insegnare e responsabilizzare le donne povere delle zone rurali di tutto il mondo per permettere loro di diventare ingegnere solari e imparare a produrre pannelli solari. Questo apprendimento guidato e intensivo consente loro di diventare a loro volta formatrici nei Paesi d’origine risolvendo il problema della mancanza di energia elettrica in un’ottica di sostenibilità ambientale. Sono molte le altre foto esposte in questo spazio che cattura l’attenzione per i forti messaggi che veicola: dall’inclusione alla lotta al razzismo, dalla transizione ecologica alle marce forzate per raggiungere un ospedale sicuro in cui partorire in un Camerun devastato dalle guerre tra separatisti ed esercito.

La tappa successiva del mio viaggio nel Festival della Fotografia Etica lodigiana conduce in una ex Chiesa, quella dell’Angelo, dove si può visitare lo Spazio Approfondimento con gli scatti di Eugene Richards incentrati sulla vita nella zona del delta dell’Arkansas, un territorio estremamente povero e connotato dalla segregazione razziale. Il percorso ha inizio negli anni Settanta, si conclude con gli ultimi scatti del 2019 ed è caratterizzato dalle storie di sei residenti; essi fanno riflettere su quanto ancora sia lunga la strada da percorrere per l’affermazione del principio di uguaglianza. L’ultima tappa della mia mattinata è Palazzo Barni che ospita le altre sezioni del World Report Award fra cui quelle vinte da Nicolò Filippo Rosso, i cui lavori esposti affrontano il tema delle migrazioni: in Exodus le rotte dei migranti che dal Venezuela raggiungono la Colombia e poi dal Messico gli Stati Uniti; mentre in Consumed by grief il viaggio al contrario dei corpi di tredici migranti che avrebbero voluto raggiungere gli Stati Uniti, ma sono stati uccisi e rimpatriati in Guatemala da dove erano partiti. Si continua poi con The Descendant of The Wolves di Jana Mai che sceglie di raccontare la comunità residente nella regione meridionale autonoma della Repubblica Moldova, quella dei gagauzi noti come discendenti dei lupi: la leggenda locale narra che, a seguito di un pesante attacco da parte di forze nemiche, l’unico bambino sopravvissuto, un po’ come i nostri Romolo e Remo, venne sfamato e accudito da una lupa. Il tentativo delle vecchie generazioni di preservare l’identità di questa minoranza turca di fede cristiana ortodossa è spesso disatteso da coloro che non vogliono lavorare nel settore primario e si spostano verso la Russia o verso l’Europa occidentale alla ricerca di migliori prospettive mettendo a rischio il futuro della comunità.

Tra tante proposte di approfondimento offerte dal Festival vi è anche quella di poter dialogare con chi ha vinto la sezione. È il caso Daniele Vita, che mentre visitavo le sale, presentava i suoi scatti che fanno parte del progetto Bathers, un gruppo di adolescenti di Catania chiamati anche “mammoriani”, da “mammoriri mo mà” (“che mia madre possa morire”), formula utilizzata come giuramento ed espressione della sacralità della figura materna nel loro immaginario così come del legame indissolubile di devozione e di rispetto nei confronti della famiglia considerata il nucleo fondamentale. Una società complessa fondata sul culto del “rispetto” e un percorso di vita difficile portano queste/i giovani ad essere spesso alle prese con attività criminali a cui vengono iniziati ancora bambini e che culminano poi con periodi in carcere, in casa-famiglia, per poi concludersi con una libertà di solito senza prospettive. In estate ragazzi e ragazze vanno a San Giovanni Licuti e lì trascorrono le giornate: in questa situazione Daniele Vita ha realizzato i suoi scatti, tenendosi in disparte e decidendo consapevolmente di non intervenire nelle dinamiche dei suoi soggetti. Mi sono concessa di chiedergli, nella spontanea e informale chiacchierata seguita alla sua presentazione, cosa poteva dirmi circa i rapporti di parità o disparità tra ragazzi e ragazze e lui mi ha raccontato di aver riscontrato una situazione di sostanziale parità, spiccata è però la tendenza alla protezione del maschio nei confronti della femmina. Mi ha colpito quando il fotografo ha detto che alcune/i di loro avevano fatto una semi fuitina, ma poi erano tornati dalle loro famiglie e in seguito si erano, per lui fortunatamente, lasciati: un’unione così precoce da cui consegue spesso una gravidanza preclude le già scarse possibilità di riscatto sociale di una gioventù che, nonostante tutte le difficoltà a cui già viene chiamata a rispondere, viene resa da Daniele Vita attraverso attimi di libertà, energia e spensieratezza.

Le ultime due mostre dello spazio di Palazzo Barni affrontano altre due tematiche forti: la protesta antigovernativa dell’estate 2020 in Bielorussia in The Scars di Jędrzej Nowicki e il contribuito relativo alla sezione Uno sguardo sul mondo, The New Name of Death, di Farshid Tighehsaz in cui si analizzano le conseguenze della pandemia in società complesse e chiuse come quella iraniana.

Riesco a continuare il mio percorso nel tardo pomeriggio nel Chiostro dell’Ospedale Vecchio di Lodi: qui sono immortalate da Silvia Amodio donne avvolte in un velo utilizzato appositamente come simbolo di femminilità per connotare una situazione in cui la femminilità viene colpita dal tumore al seno. Tante le storie e gli approcci alla malattia, ma in tutte è presente, specie negli sguardi penetranti che ciascuna di queste donne e un uomo lanciano a chi le osserva attentamente, un grande bisogno di essere ascoltate per sentirsi meno sole. Al primo piano della stessa struttura abbiamo lo Spazio No Profit dove ci si immerge nel mondo di Emergency per permettere al Festival, che fin dalla nascita ha stretto una forte intesa con questa organizzazione, di congedarsi da Gino Strada attraverso un estratto della mostra di Giulio Piscitelli In ricordo di Gino con scatti provenienti principalmente dalle strutture situate in Afghanistan.

Nella sede della Banca Centropadana lo Spazio Premio Voglino ospita Alfredo Bosco che dedica i suoi scatti allo stato messicano di Guerrero che registra la più alta percentuale di campi seminati a papavero nel Paese, questo rende la situazione sociale molto precaria e soggetta alla legge della violenza per il controllo della produzione e della vendita della droga. Tra gli scatti più intensi, a mio giudizio, quello di una donna con il fucile in spalla e una bimba nella fascia: armarsi è ritenuta ormai l’unica soluzione per poter fronteggiare il gruppo criminale dei Los Ardillos che, da quando ha preso il potere nell’area di Chilapa, ha provocato la morte di 1200 persone mentre 500 sono sparite e i loro corpi cercati disperatamente dai parenti anche attraverso il ricorso a santoni.

L’ultimo Palazzo della giornata è il Modignani che raggiungo ormai in chiusura, ma riesco comunque a concedermi tre mostre di giovani fotografi e una fotografa italiani sull’Italia di oggi. Si entra subito nella Terra dei buchi di Mattia Marzorati, a Brescia, così soprannominata per lo sviluppo di cave di ghiaia, sabbia e marmo. A partire dagli anni Ottanta, questi buchi da riempire sono stati una risorsa eccezionale per il proliferare dello smaltimento illecito dei rifiuti con il coinvolgimento di ecomafie. Ciò ha determinato danni ambientali catastrofici tali da non escludere un’interconnessione tra la devastante diffusione della pandemia di Covid-19 e la qualità dell’aria, la più letale in Europa per la concentrazione di polveri fini PM 2.5.

Collegato proprio alla pandemia è il percorso di Francesco Andreoli dal titolo [UN]Vaxxed che vuole approfondire le diverse sfumature di verità che ruotano intorno alle due contrapposte posizioni sostenute da novax e sìvax. Penso che il percorso fotografico offerto sia ben riuscito a mantenere le aspettative dell’autore che vuole guardare la realtà dall’alto senza prendere una posizione e senza giudicare, lasciando a chiunque la libertà di farsi un’idea attraverso il racconto di alcune storie. A concludere l’itinerario, il lavoro di Jean-Marc Caimi e Valentina Piccini dal titolo Questa terra è la mia cioè la penisola salentina dove da sette anni un patogeno batterico sta causando la rovina di un territorio ricchissimo di piante d’ulivo colpite dall’epidemia vegetale. Le piante muoiono perché vengono attaccate quando il loro sistema immunitario è già indebolito dal cambiamento climatico e dall’uso dei pesticidi. Sono migliaia le persone coinvolte in questa tragedia naturale che riguarda un patrimonio umano e culturale unico in Italia con famiglie che da generazioni coltivano l’ulivo. Per uscire dalla situazione, gli agronomi a stretto contatto con le/gli addetti all’agricoltura stanno tentando di creare un albero immune all’agente patogeno, questo però potrebbe comportare il sacrificio di tutte le specificità locali e della biodiversità.

Delle mostre gratuite, non sono riuscita a visitare lo spazio outdoor e Freedom, ma solo quello No Profit che si trova presso la Bipielle Center e che è dedicato a Baba Yao detto The Father of All, un ex giocatore di calcio che si dedica ad allenare le bambine e i bambini di Mathare, una delle più grandi baraccopoli di Nairobi. Il degrado e la povertà sono ricorrenti nelle fotografie scattate da Sebastian Gil Miranda, ma quello che colpisce sono i colori dei palloni e i sorrisi delle bambine che insieme ai loro coetanei si dedicano con devozione ad uno sport che diventa riscatto e speranza di un futuro migliore.

Pedalando verso casa alla fine di una giornata intensa e ricca, mi sono sentita appagata di potermi essere affacciata alla finestra di un mondo in molti casi lontano e dai contorni sfocati, spesso indefinibili, ma che gli scatti di una macchina permettono di sentire un po’ più vicini e mi è piaciuto farlo soprattutto con uno sguardo femminile.

***

Articolo di Alice Vergnaghi

Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

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