Le lettere di Margherita Datini, imprenditrice tardomedioevale 

Tra le lettere conservate nell’archivio aziendale di Francesco di Marco Datini (1335-1410), noto mercante pratese, vi sono oltre duecentocinquanta missive indirizzate al marito da parte della moglie Margherita Bandini Datini. Qual era il contributo che una donna poteva dare all’amministrazione di una società mercantile del Tardo Medioevo? Le lettere di Margherita possono aiutarci a rispondere a questa domanda. 

Margherita di Domenico di Donato Bandini nacque nel 1360 a Firenze, discendente da parte materna e paterna da grandi lignaggi magnatizi. Poco dopo la sua nascita, però, la famiglia cadde in disgrazia: il padre Domenico fu giustiziato per aver preso parte ad un complotto antirepubblicano, e i suoi beni vennero confiscati. Nel complotto era coinvolta anche la famiglia della madre, Dianora Gherardini, che, rimasta senza un soldo, decise di trasferirsi ad Avignone portando la figlia con sé. Questa serie di eventi privò la piccola Margherita della convenzionale educazione riservata ad una nobildonna fiorentina dell’epoca. Avignone era in quel periodo uno snodo fondamentale dei traffici internazionali, anche a causa della presenza della curia papale che vi risiedette dal 1309 al 1377 e che richiedeva ingenti e costanti rifornimenti dei più svariati beni. La città aveva attratto moltissimi operatori mercantili e finanziari stranieri, in maggioranza italiani, tra cui Datini, che ad Avignone ebbe modo di incontrare Margherita. 

Nel 1376 i due si sposarono, lei di soli sedici anni e lui di quarantuno. Questa differenza di età era prassi comune per quei tempi. Da una moglie così giovane certamente il Datini si sarà aspettato una discendenza numerosa o almeno il figlio maschio che avrebbe perpetuato il suo nome e ereditato la sua impresa. Di certo rimase molto deluso quando, col passare degli anni, divenne chiaro che Margherita era sterile. Era consuetudine, e lo è stata a lungo, quella di attribuire alle donne l’incapacità di concepire. In quel caso però la colpa era certamente della sposa perché il marito poteva vantare diversi figli illegittimi. Nell’archivio datiniano scopriamo le lettere di Francesco agli amici da cui emergono la delusione e la tristezza di non potere avere un erede maschio. Molto interessanti le risposte di quanti consigliano alla coppia di recarsi ai bagni termali oppure di tornare in Toscana perché respirare l’aria di casa avrebbe aumentato la fertilità. Entrambe le esortazioni non ebbero evidentemente effetto. 

La società del tempo imponeva delle rigide regole di genere, per cui la donna doveva occuparsi delle mansioni tradizionalmente affidate alla componente femminile: la cura della casa e della famiglia. Le mogli tuttavia dovevano salvaguardare le proprietà del marito, avventurandosi il meno possibile fuori di casa. Per la famiglia Datini quest’ultimo comandamento era difficile da rispettare, perché l’azienda familiare aveva più di una sede. Nonostante l’intenzione iniziale della coppia fosse di rimanere sempre insieme, in linea con i dettami imposti dalla consuetudine, ben presto Francesco si rese conto dei vantaggi derivanti dalla possibilità di spostarsi rapidamente da una città all’altra, lasciando Margherita ad occuparsi degli affari della filiale pratese. Rassegnato alla sterilità della moglie, Francesco decise che ella avrebbe dovuto sfruttare il tempo che non doveva dedicare alla cura della prole per prendere parte alla gestione e al coordinamento dei loro affari da casa, durante i periodi in cui lui si trovava fuori sede. 

Le lettere di Margherita al marito coprono un lasso di tempo di ventisei anni, dal 1384 al 1410, anno della morte di Francesco. Per quanto all’inizio abbia dovuto avvalersi di uno scrivano perché, come accennato, non aveva avuto un’educazione alla scrittura, in seguito il suo stile fu sempre chiaro e ordinato in linea con quello delle scritture mercantili del tempo. La sua posizione di analfabeta in un mondo, come quello mercantile in cui molti uomini avevano frequentato la scuola d’abaco e di grammatica, era però difficile. Nel 1395, a trentatré anni, ella decise perciò di imparare a leggere e a scrivere. Determinante fu l’aiuto dell’amico ser Lapo Mazzei, che le fornì libri cosicché potesse esercitarsi nella lettura e che scrisse appositamente per lei alcune semplici lettere. Da quel momento in poi Margherita compilò le missive di suo pugno. 
Nel 1384, quando comincia la corrispondenza, i coniugi si erano trasferiti da Avignone a Prato. In questa fase Francesco era impegnato nell’espansione dell’azienda a Firenze e Pisa, e i periodi di separazione della coppia si fecero più lunghi e frequenti. Tali momenti rimangono ben documentati nell’archivio, in quanto, durante la lontananza, la corrispondenza si faceva più fitta. 

In una società mercantile del Tardo Medioevo la corrispondenza era fondamentale, non solo per le ragioni più prettamente pratiche, ma anche per rinforzare la fiducia tra i dipendenti di città lontane e per cementare i legami di collegialità che esistevano tra i soci. Le filiali dell’azienda datiniana erano separate da giorni o settimane di viaggio e il flusso di lettere era essenziale per mantenere vive le relazioni. Il fatto che una donna prendesse parte al carteggio di un’azienda era insolito per il tempo, ma Margherita sfruttò la sua abilità fuori dal comune per attrarre e cementare le amicizie che Francesco aveva con i suoi soci e alleati politici. Fu questo il compito principale che ella svolse, aiutando il marito a tenersi stretti i corrispondenti più importanti per l’attività familiare. 

Dalle lettere di Margherita emerge una donna dal carattere forte, capace di criticare l’operato del marito e dei suoi collaboratori; ad esempio in una lettera rimprovera Francesco per la sua riluttanza nel delegare agli impiegati dei compiti che invece si sobbarca egli stesso, portandolo a fare spesso le ore piccole. La corrispondenza all’inizio tratta soprattutto dell’invio di prodotti fra Firenze e Prato e dello scambio di servitori e domestici tra le due residenze. Da queste lettere possiamo dedurre quali cibi venivano consumati, quante eccedenze venivano vendute, la qualità del vino, gli indumenti mandati a lavare. Col passare del tempo però le lettere cominciano ad occuparsi delle attività imprenditoriali del marito. Nel 1390 Margherita intervenne nella riscossione del denaro da parte dei debitori recalcitranti e dal 1398 accompagnava personalmente gli addetti alla riscossione dei debiti per essere sicura che il denaro venisse restituito, annotando il tutto nel libro contabile. Si occupò anche della fornitura dei materiali per i lavori della residenza a Prato, ebbe un ruolo attivo nella supervisione dei progetti edilizi e controllò le consegne, non astenendosi dal criticare le spese eccessive del marito. 

Insomma, dalle lettere di Margherita Datini a Francesco emerge la figura di una donna acuta e intraprendente che, in un ambito dominato dagli uomini e in un tempo in cui le regole di genere imposte dalla religione e dalla società erano stringenti, giunse a ritagliarsi uno spazio rilevante. Ella riuscì più volte ad indirizzare nel verso giusto i rapporti che Francesco aveva con i suoi contatti più importanti. Oltre ai citati ruoli nella gestione dei debiti e dell’edilizia, la funzione essenziale svolta da Margherita fu proprio quella di rinsaldare i legami interpersonali del marito, legami di rispetto reciproco su cui si fondava l’attività mercantile. L’apporto dato dunque ai complessi e vasti traffici del marito fu da questi riconosciuto nel suo testamento. Il mercante lasciò infatti la sua eredità ai poveri sotto consiglio di Margherita che viene menzionata spesso nel testo in termini assolutamente favorevoli. In una parte Francesco evidenzia la «grande fidanza» che riponeva in lei. 

L’esempio di Margherita non è tuttavia isolato come potremmo pensare: la figura della contemporanea Monna Duccia di Deo Ambrogi, che rimasta vedova cominciò a gestire l’azienda mercantile familiare di Montpellier, è assai simile a quella di Margherita, per non parlare della quattrocentesca Catarina Lull, mercantessa catalana che ereditò dal marito la gestione di numerosi traffici commerciali. Gli studi sull’argomento meritano di essere allargati e approfonditi, per far luce su quali potessero essere gli spazi effettivi di azione di una donna in un tempo e in un ambito tradizionalmente dominati dagli uomini. Possiamo pensare che ne ricaveremo sorprese di grande interesse. 

***

Articolo di Lorenzo Bini

Laureato in Storia presso l’Università di Firenze, è iscritto al corso di laurea magistrale in Scienze Storiche presso lo stesso ateneo. I suoi campi di interesse riguardano il tardo Medioevo, la Storia Moderna, le esplorazioni geografiche e la storia religiosa.

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