Un’ambigua utopia

Già la testata della rivista appare intrigante e disorientante: Un’ambigua utopia. Altrettanto si può dire della connotazione “Rivista di Critica Marx/z/iana” del sottotitolo. Si entra in un’altra dimensione che scalza la banalità dell’ovvio, per andare alla ricerca di ciò che non appare semplicemente chiaro a prima vista, ma forse è più autentico e ombrosamente vero, come suggerisce anche il colore della cover di questo numero della rivista, dedicata al tema Distopie, continuamente sfuggente fra luce e oscurità. 
L’editoriale si intitola A volte ritornano… Incontriamo due componenti della redazione, Laura Coci e Roberto Del Piano, che conosciamo bene per i loro interessanti e originali articoli sulla nostra rivista online Vitamine vaganti

Ci raccontate che cosa significa questo ritornare? 
Roberto: «Nel 1977 un manipolo di appassionati e appassionate di fantascienza decise di riappropriarsi di un genere narrativo troppo spesso collegato al conservatorismo, se non peggio. Ne nacque dapprima una fanzine ciclostilata e pinzata manualmente, poi una rivista ambiziosa, al punto da ospitare sulle sue pagine testi inediti del filosofo Jean Baudrillard. Un’ambigua utopia (UAU) visse lo spazio di nove numeri, pubblicati con cadenza irregolare fino al 1982. Un numero 10 è stampato lo scorso anno, sostanzialmente per iniziativa di un solo componente dell’antica redazione. Questo ha stimolato alcune e alcuni degli altri fondatori a riprendere il sogno, pubblicando il n. 11 nell’ottobre 2021: la società contemporanea ha più che mai bisogno di fantascienza». 

A sinistra componenti della redazione di «UAU» nel 1978; a destra, la redazione quasi al completo nel 2021 

Quali sono i punti di forza del n. 11?  
Roberto: «Si tratta di un numero prevalentemente monografico, come nella tradizione della rivista, sulle Distopie, tema che riteniamo di grande attualità (la pandemia ci ha portato in uno scenario distopico, che per altro diversi autori e autrici di fantascienza avevano immaginato). Al di là di alcune rubriche, il contenuto è equilibrato tra saggistica e narrativa, inedita o di ardua reperibilità. Siamo da sempre “in direzione ostinata e contraria”: UAU è soltanto cartacea e tutte le cento pagine sono illustrate a colori, anche con bellissime tavole di un maestro del genere qual è Michelangelo Miani». 
Laura: «Nella redazione siamo due donne e sei uomini, ma sulla rivista il numero dei contributi femminili, una volta tanto, è a vantaggio delle donne, che hanno giusta visibilità: penso in particolare al racconto della dantista Bianca Garavelli e al saggio sul solarpunk di Romina Braggion». 

L’ambigua utopia fa anche riferimento alla duplice visione di una realtà anticapitalistica e di una fantascientifica? 
Laura: «La testata si riferisce al sottotitolo di un famoso e importante romanzo di Ursula Le Guin, The dispossessed. An ambiguous utopia (I diseredati. Un’ambigua utopia) che data al 1974. «L’ultimo grande romanzo della fantascienza classica» (come fu definito dal collettivo di UAU) è costruito sull’opposizione tra utopia e distopia, capitalismo e anarchia, opulenza e povertà. A sottolineare che «un altro mondo è possibile». D’altra parte, come affermò un insospettabile Primo Levi nel 1965, la science fiction consente di raccontare in altri termini «l’esperienza di una smagliatura, di un vizio di forma che vanifica uno od un altro aspetto della nostra civiltà o del nostro universo morale»; gli fece eco la grande Alice Sheldon, nel 1977: «Fin da quando la situazione si è fatta seria, fin da quando ci siamo resi conto che corriamo veramente il pericolo di auto-distruggerci, di bombardare, o avvelenare, o ingolfare, o soffocare a morte il pianeta, oppure – ed è la cosa peggiore – di uccidere la nostra stessa umanità con la tirannia fascista o semplicemente con la sovrappopolazione, la fantascienza è diventata il solo luogo in cui è possibile parlare di tutto questo». Ecco le ragioni dell’attualità della fantascienza». 

Tre madri della science fiction che hanno spazio sul n. 11 di «UAU»: Katharine Burdekin, Alice Sheldon e Ursula Le Guin 

C’è differenza fra una ambigua utopia e una distopia? 
Roberto: «Sì, certo. Una distopia è sempre negativa, ipotizza e rende esplicite le disfunzionalità del presente. Nel Novecento, per esempio, il mondo ha vissuto realmente e storicamente scenari fino a pochi anni prima impensabili, se non da intellettuali che, proprio per il fatto di essere tali, “sapevano” e prevedevano lucidamente possibili sviluppi nefasti delle vicende umane: per esempio il russo Evgenij Zamjatin (My [Noi], 1919-20), l’inglese Katharine Burdekin (Swastica Night, 1937), e ancora l’inglese George Orwell (Nineteen Eighty-Four, 1949). L’utopia, invece, dovrebbe prevedere orizzonti positivi, ma troppo spesso in nome del “bene comune” è facile scivolare in un’ambiguità per certi versi peggiore del male, come è avvenuto per i totalitarismi, che proclamavano di voler realizzare la pubblica felicità». 

Il genere fantascientifico, nei romanzi, nei fumetti e nelle fiction televisive, è sempre più presente: siete d’accordo? 
Laura: «Sì, anche se troppo spesso la fantascienza diviene spettacolarizzazione di effetti speciali senza sostanza e senza il portato di riflessione e innovazione che dovrebbe connotarla». 
Roberto: «La presenza di un’abbondante produzione di scarsa qualità – come tuttavia avviene per altri generi – favorisce una diffusione ampia ma anche un consumo superficiale, di mero intrattenimento, che porta a consolidare il pregiudizio negativo nei confronti della fantascienza». 

È più apprezzato da un pubblico adulto o giovanile? D’élite o popolare? Maschile o femminile? 
Roberto: «Il pubblico giovanile appare legato a espressioni di fruizione più immediata (pellicole cinematografiche, serie televisive, graphic novel) rispetto alle pagine stampate o virtuali. A mio avviso, la narrativa di qualità è oggi maggiormente apprezzata da un pubblico di cultura mediamente elevata; dagli anni Cinquanta fino a metà degli anni Settanta la fantascienza pubblicata era però in gran parte un prodotto di consumo immediato (si pensi ai Romanzi di Urania), cosiddetta “lettura da treno” al pari del giallo, di cui ha condiviso la parabola». 
Laura: «La science fiction è nata come genere maschile, scritto da uomini per uomini, tant’è che nel primo Novecento e oltre le autrici hanno spesso preferito celarsi sotto pseudonimi maschili (come la citata Alice Sheldon, a lungo nota come James Tiptree jr.). Poi le cose hanno iniziato a cambiare: le donne hanno rivendicato i propri spazi nella scrittura, affidando alla fantascienza contenuti femministi, di pari opportunità e valorizzazione delle differenze di genere e non solo; e anche riguardo alla lettura, il pubblico femminile ha conquistato il proprio spazio e la propria visibilità. All’ultima convention di StraniMondi − Milano, 11-12 settembre 2021, cui ho partecipato con un panel sulla serie Fantascienza, un genere (femminile) in corso di pubblicazione proprio su Vitamine Vaganti − donne e uomini sono stati presenti rispettivamente nella misura del 41% e del 59%». 

Perché, secondo voi, dovrebbe essere più valorizzato nella scuola, in cui, si sa, è poco presente nei programmi e considerato non “vera” letteratura?

Laura Coci e Romina Braggion in dialogo durante il panel Fantascienza, un genere (femminile), a StraniMondi il 12 settembre 2021 

Laura: «Perché la fantascienza, come genere che appartiene alla scrittura dell’immaginazione, offre la possibilità di aprire nuovi mondi e di affrontare da punti di vista inediti i cambiamenti sociali e tecnologici, le questioni cosiddette razziali e di genere, di trattare temi familiari e universali in ambientazioni futuribili e inconsuete; come afferma Vandana Singh – autrice science fiction invitata in questi giorni al Cop26 di Glasgow per contribuire con una nuova narrazione al futuro dell’umanità − se coltivata, l’immaginazione «può essere grande quanto l’universo, o forse anche più». 
Ringraziamo per queste “illuminanti” suggestioni e il nostro invito è di acquistare, leggere e conservare il n. 11 della rivista di Critica Marx/z/iana Un’ambigua utopia, per volare in altre realtà capaci di fondersi con la nostra quotidiana e migliorarla. 
www.unambiguautopia.it 

***

Articolo di Danila Baldo

Laureata in filosofia teoretica e perfezionata in epistemologia, tiene corsi di aggiornamento per docenti, in particolare sui temi delle politiche di genere. È referente provinciale per Lodi e vicepresidente dell’associazione Toponomastica femminile. Collabora con con Se non ora quando? SNOQ Lodi e con IFE Iniziativa femminista europea. È stata Consigliera di Parità provinciale dal 2001 al 2009 e docente di filosofia e scienze umane fino al settembre 2020.

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