Senza una visione un popolo perisce. Franklin Delano Roosevelt

Chi si sia trovata/o a visitare gli Stati Uniti d’America e abbia subito l’incanto dei parchi nazionali forse non sa che colui che li ha voluti e immaginati è stato il Presidente Democratico ricordato soprattutto per il New Deal, che nei suoi primi cento giorni finanziò il Civilian Conservation Corps, servizio civile ambientalista, facendo assumere 3 milioni di giovani dal 1933 al 1942. Questa generazione di uomini e donne nuove, come ricorda Federico Rampini, costruì le infrastrutture di quei grandi parchi, preparò i sentieri, si dedicò alla progettazione e costruzione dei musei di scienze naturali, degli osservatorî e delle barriere antincendio, “curò” e protesse l’assetto idrogeologico, i letti dei fiumi e i corsi dei torrenti, l’equilibrio di laghi e cascate. Esistono persone che hanno la dote di vedere prima delle altre ciò di cui ha bisogno l’umanità. Sono le persone visionarie e Franklin Delano Roosevelt, di seguito indicato con FDR, è stato una di queste. I democratici e i progressisti gli devono moltissimo, ma nella narrazione contemporanea, nonostante i richiami al Green New Deal, la figura di FDR e le sue politiche sono state quasi completamente dimenticate o rimosse. Eppure quello che FDR riuscì a fare ha dello straordinario.
Sull’uomo del New Deal è stato scritto moltissimo e per ricordarlo mi farò guidare da due libri: I cantieri della storia di Federico Rampini e Guardare al futuro, di Roosevelt, che fu pubblicato in pieno fascismo, con una traduzione discutibile, da cui erano state inspiegabilmente eliminati alcuni passaggi, con lo scopo di descrivere FDR come uno dei tanti imitatori del regime. Grazie alla casa editrice Castelvecchi, nel 2018, il libro è stato ripubblicato con un nuovo titolo, molto più adatto, Guardare al futuro. La politica contro l’inerzia della crisi, a cura di Giuseppe Amari e Maria Paola Del Rossi, con preziosi contributi dell’economista keynesiano Federico Caffè, scomparso in circostanze misteriose, e altri interessanti interventi, tra cui la prefazione di James Galbraith.

FDR nasce il 30 gennaio del 1882, sotto il segno dell’Acquario, ad Hyde Park, New York, da una delle più antiche e ricche famiglie dell’alta borghesia. Roosevelt è la forma anglicizzata del cognome olandese che significa “dal campo delle rose”. Il padre James è proprietario di miniere di zinco e la madre Sara Delano è figlia di un armatore. Il secondo nome, Delano, è scelto dalla madre, figura importantissima nella vita di FDR. Mi piace pensare che questa decisione sia stata un modo, l’unico consentito, per la seconda moglie, molto più giovane, di James Roosevelt, di attribuire al suo unico figlio il cognome materno, trasformandolo in nome. Se si può cogliere una cifra nella vita intensa di FDR è la predisposizione ad agire con tempestività nel mondo, come se presentisse che il tempo a lui concesso fosse troppo breve rispetto ai progetti che intendeva realizzare e che le sue gambe a un certo punto della sua esistenza non gli avrebbero più consentito quel passo di corsa che avrebbe caratterizzerà tutte le sue decisioni. «È buonsenso prendere un metodo e provarlo. Se fallisce, ammettetelo onestamente e provatene un altro. Ma, soprattutto, provate qualcosa» è una delle sue affermazioni più conosciute. Ma seguiamolo nelle tappe più importanti della sua vita, assaporata voracemente. A 14 anni, quando ha già compiuto molti viaggi in Europa (e il viaggio, come si sa, apre la mente) si iscrive alla prestigiosa e durissima Groton School in Massachussets. A 18 anni è ad Harvard, a 21 è laureato in Legge e a 22 è diventato avvocato.
Abbandona presto la carriera forense per dedicarsi alla sua vera vocazione: la politica, scegliendo il Partito Democratico. Fino a questo momento è descritto dai contemporanei soprattutto come un avvocato fallito ma, come il mese di gennaio in cui è nato, porta in serbo la primavera. A 23 anni sposa Eleanor Ann Roosevelt, una vera First lady, compagna di vita e di battaglie, cugina alla lontana, discendente di Theodore Roosevelt e preziosa consigliera, con la quale FDR avrà sei figli.

A 28 anni è eletto senatore per lo Stato di New York, nel 1913 è sottosegretario alla Marina con il Presidente Woodrow Wilson. Proverbiale la facilità delle sue relazioni con il personale, cui si rapporta con naturalezza e in modo colloquiale. Conosce bene il mare e questo gli gioverà a comprendere l’importanza di essere potenza marittima in guerra. Nel 1920 ecco la prima sconfitta: si candida alle elezioni come vicepresidente e perde. Di lì a poco, nel 1921, a soli 39 anni, un’altra esperienza lo mette a dura prova: una malattia, inizialmente identificata come poliomielite, sulla cui natura gli studiosi hanno espresso nel tempo opinioni differenti, gli provoca una paralisi quasi completa degli arti inferiori. FDR affronterà con coraggio la sua disabilità, ignorata dalla maggior parte del popolo americano, grazie a una serie di accorgimenti: nelle apparizioni pubbliche si farà spesso accompagnare da qualcuno che lo tiene sottobraccio. Per camminare userà dei tutori metallici sotto i vestiti, un bastone da passeggio e raramente le stampelle.

Nel 1928 il vento cambia e FDR è eletto Governatore di New York, carica a cui sarà riconfermato nel 1930. Appena ricevuta la nomination per la corsa alla Casa Bianca dal Partito Democratico, senza aspettare la comunicazione ufficiale al suo domicilio, noleggia a sue spese un aereo privato e vola, a Convenzione ancora aperta, a pronunciare il discorso del New Deal. FDR è convinto che stia per finire un’era e che la Grande Depressione del 1929 non sia un semplice incidente, ma piuttosto il segnale che non potrà più esserci una crescita illimitata come per il passato. Una capacità di visione che, alla luce della crisi attuale del capitalismo divoratore di risorse e distruttore del paesaggio, suona a noi profetica.
Nel 1932, in piena crisi di Wall Street, è eletto Presidente degli Stati Uniti d’America, inaugurando una stagione di quattro mandati presidenziali, caso che non si ripeterà più nella storia, anche perché nel 1951 sarà approvato il XXII emendamento che limiterà a due i possibili mandati consecutivi dei Presidenti statunitensi. Il suo linguaggio, come ricorda Mario Einaudi, è capace di adattarsi ai diversi interlocutori/trici, ma la sua trovata geniale saranno le famose «chiacchierate al caminetto» (fireside chats). «Together we cannot fail», («insieme noi non possiamo fallire») sarà la conclusione del suo discorso del 12 marzo 1933, in cui per la prima volta un Presidente americano usa il “Noi” al posto dell’Io, chiacchierata colloquiale pronunciata solo 8 giorni dopo il discorso di insediamento, in cui è contenuta la ormai nota frase: «L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura, quella paura indicibile, irragionevole e immotivata, che paralizza e non lascia compiere gli sforzi necessari a trasformare la ritirata in un’avanzata». Sembra che stia parlando della sua vita. I modelli a cui si ispira sono Thomas Jefferson, Benjamin Franklin, Theodore Roosevelt e Woodrow Wilson. I loro valori saranno comunicati in modo chiaro dalla sua voce baritonale rassicurante, che utilizzerà quello strumento multimediale, la radio, che si appresta a diventare il mezzo più potente dell’epoca, entrando nelle case delle famiglie e informandole sulla situazione reale del Paese e sui provvedimenti che si stanno adottando, motivandoli adeguatamente e con un linguaggio chiaro, frutto di un’accurata preparazione. Niente a che vedere con i proclami dall’altoparlante o dal balcone a noi tristemente noti ma neppure con i tweet e gli hashtag o le liti dei talk show televisivi di oggi. Quelle chiacchierate cementeranno un popolo spaventato e fortemente provato dalla crisi e consentiranno la formazione di un forte consenso per l’ambizioso programma del New Deal, permettendo a FDR di vincere le resistenze degli ambienti conservatori e anche della Corte Suprema, che in più occasioni cercherà di limitare il potere del governo nei confronti delle imprese. Alcuni dei suoi avversari, come il magnate Hearst, lo chiameranno Franklin Delano Stalin, altri, da fronti opposti, lo accuseranno di fascismo e di comunismo. Alcuni amici, simpaticamente, si rivolgeranno a lui con l’appellativo di Cesare. La bellissima e calda voce del Presidente, che si può riascoltare su molti siti Internet, è stata studiata da esperte/i di comunicazione sociale. La prima chiacchierata al caminetto è, secondo la convincente interpretazione che ne dà Giovanna Leone nel nostro libro guida, quello di un amico «che stima i suoi interlocutori, ma che ne conosce realisticamente le difficoltà, un amico in grado di spiegare con chiarezza sia la tecnicalità della situazione […] sia la dinamica delle emozioni che sono in gioco di fronte a una situazione di tale serietà».
Appena insediato, nel marzo 1933, FDR chiama a sé un gruppo di intellettuali ed esperti, il cosiddetto Brain Trust. La forza di FDR, come in precedenza quella di Theodore Roosevelt, e della stessa Eleanor, molto più radicale del marito, è l’appartenenza a una delle famiglie più ricche e potenti, talmente potenti da potersi permettere di essere veramente disinteressate.

Eleanor

I Roosevelt possono rivolgersi ai capitalisti del loro tempo, i Carnegie e i Rockfeller, dall’alto in basso, anche disprezzandoli un po’ e riuscendo a mobilitare le masse per limitare quello strapotere dei ricchi che tanto male ha fatto al sistema. Alla base della Grande Crisi del ’29, ci sono molte concause, non solo la speculazione finanziaria spregiudicata, concause messe in luce da John Kenneth Galbraith e da molte altre economiste/i, a cui rinvio. Fra le tante la grande concentrazione della ricchezza che ha favorito il formarsi di disuguaglianze sociali estreme, alla base dell’insufficiente domanda d’acquisto delle classi lavoratrici che ha soltanto aggravato la crisi da sovraproduzione. Il potere monopolistico di alcuni gruppi capitalistici è arrivato al punto di condizionare la politica alterando il gioco democratico. Gli imprenditori sono indifferenti alle sofferenze dei lavoratori e delle lavoratrici e ripiegati sulla loro avidità. Soprattutto questo colpisce FDR e ispira le principali politiche del primo New Deal, che coniuga le riforme economico-sociali (Reform) alla ripresa congiunturale (Recovery). Non tutte le misure saranno efficaci, ma grande sarà la capacità di correggerle, imparando dagli errori. FDR si mette all’opera e realizza il suo programma nei primi 100 giorni. Indispensabile per il Presidente che guidò ininterrottamente l’America dal 1933 al 1945, sempre liberamente eletto, sarà l’apporto di una donna, Lorena Hickock, la più brava reporter americana della sua generazione, in seguito diventata grande amica della First Lady.

Harry Hopkins, nel 1933, stretto collaboratore di FDR, come ricorda Rampini, la incarica di girare il Paese e di osservare quello che succede, parlando con gli/le insegnanti, i sacerdoti, gli imprenditori, i lavoratori, le lavoratrici e gli agricoltori, i/le disoccupate sussidiate e quelle/i senza sussidi. Così farà Hickock, abbandonando ogni altra occupazione, con i suoi reportage, riuscendo in tal modo ad avvicinare la Presidenza ai veri problemi delle persone e questo sarà un altro punto di forza delle politiche rooseveltiane, sulla scia dell’esperienza di Jefferson, che aveva attraversato a cavallo gli Stati Uniti per ascoltare i problemi delle persone, insegnando loro al contempo i principi dell’autogoverno: «Governare comprende l’arte di formulare politiche e di usare la tecnica politica […] per persuadere, comandare, sacrificare, insegnare sempre, perché il più grande dovere dell’arte di governare è educare». I reportage di Hickock sono destinati ai pochi intimi della Casa Bianca e solo dopo la sua morte saranno pubblicati, insieme a quelli della grande fotografa Dorothea Lange.

Eleanor e Lorena Hickock

Dopo il National bank holiday FDR farà approvare, il 9 marzo 1933, al Congresso, l’Emergency Banking Act, che regola il sistema bancario, sottoponendolo al controllo della Federal Reserve, la banca centrale. I provvedimenti saranno moltissimi, tutti reperibili in rete e riportati nella bella Appendice della nuova edizione di Guardare al futuro. Spazieranno dall’agricoltura, alla lotta alle frodi finanziarie, a un vasto programma di lavori pubblici e infrastrutture in tutto il territorio nazionale, a sussidi e incentivi per gli agricoltori, al finanziamento delle ipoteche per le famiglie sfrattate, alla protezione sociale, all’assunzione di artisti disoccupati impiegati nella creazione di opere d’arte in edifici pubblici e parchi. I provvedimenti contro la disoccupazione femminile arriveranno in un secondo tempo, probabilmente suggeriti da Eleanor Roosevelt. La legge più rivoluzionaria sarà il Glass Steagall Act, che separa le banche commerciali dalle banche di investimento, la cui commistione era stata una delle concause della grave crisi bancaria e finanziaria del ’29. Quella legge coraggiosa sarà poi abrogata nel 1999 dall’amministrazione Clinton, in piena epoca di cosiddetta “terza via” delle forze progressiste e aprirà la strada a quella speculazione finanziaria senza regole che è stata alla base delle numerose crisi del XXI secolo, tra cui quella dei mutui subprime del 2008/2009. Nel 1934 FDR fa istituire la Sec, con poteri disciplinari e regolativi sulla Borsa. Tutti questi provvedimenti saranno sperimentati senza un disegno preciso, come quelli di un «giocatore che tenta tutte le tattiche possibili fino a trovare quella giusta» (A.M.Schlesinger jr). Anche su questo punto, benché il suo nome sia spesso legato a quello dell’economista più visionario del XX secolo, John Maynard Keynes, le divergenze fra FDR e l’accademico inglese saranno più di quante si immagini, nonostante la stima reciproca che li unisce. Le due lettere che Keynes scrive a FDR lo dimostrano. Il secondo New Deal degli anni 1935/1936 sarà ancora più radicale. Da ricordare il Wagner Act, che si occupò della normativa a tutela dei lavoratori delle fabbriche e delle farmers dell’America e che riconobbe il ruolo fondamentale dei sindacati. Lo Stato rooseveltiano ha il compito di controllare, indirizzare e guidare le attività imprenditoriali e i diritti dei lavoratori ed è, per dirla con Franzini, il governo della non élite, difensore dei principi di un liberalismo che consente a tutti le stesse opportunità, lontano anni luce dagli esperimenti nazista e fascista. La seconda Grande depressione del 1938 segnerà la fine del New Deal e l’avvicinamento di Roosevelt alle politiche di deficit spending suggerite da Keynes, con iniezioni di liquidità che incrementeranno a dismisura la spesa pubblica, soprattutto quella militare. Con il New Deal gli Stati Uniti si erano avviati a diventare la potenza egemone che sono ancora oggi, anche grazie a quel grande arsenale della democrazia voluto da FDR nel 1940, illustrato in un memorabile discorso alla nazione che inizia con le parole «Amici miei», per aiutare l’alleato britannico nella difficilissima battaglia contro il nazifascismo e per provvedere alla sicurezza del popolo americano. Sarà Pearl Harbour, «il giorno che vivrà nell’infamia», a spingere Roosevelt a entrare in guerra, l’8 dicembre 1941, costruendo una potentissima forza bellica. Nel contempo il Presidente si impegnerà per uscire dall’isolazionismo che aveva caratterizzato l’America e per la nascita delle Nazioni Unite, stimolato dalla moglie Eleanor, appassionata attivista dei diritti umani.
Una foto memorabile ritrae FDR con Churchill e Stalin alla Conferenza di Yalta, in cui tutti e tre sono seduti, proprio per non evidenziare la disabilità di FDR.

Churchill, Roosevelt, Stalin a Yalta

A Yalta Roosevelt è arrivato stanco e malato e molti in seguito lo accuseranno di non aver saputo opporsi alla spartizione del mondo in zone di influenza e di avere lasciato troppo spazio a Stalin. Sono già nati, nel 1944, il Fondo Monetario internazionale, il Gatt e la Banca mondiale, a confermare il ruolo di guida degli Stati Uniti nel mondo. FDR muore prima di vedere la tragedia di Hiroshima e Nagasaki, con cui il Giappone è costretto ad arrendersi. Si spegne il 12 aprile del 1945 a Warm Spring, un luogo che Roosevelt aveva comprato e destinato alla cura delle persone con disabilità. FDR è definito da Rampini “una sequoia che domina la foresta”, per sottolineare che accanto a lui c’erano molti personaggi animati dalla sua stessa passione e impegnati a imporre una vera “questione morale” al capitalismo. Il merito di FDR fu di avere affermato il primato di una politica attenta all’equa distribuzione del reddito sul capitalismo selvaggio, una politica capace di mettere all’angolo la prepotenza delle élite finanziarie e imprenditoriali scorrette e voraci e di provare a garantire pari opportunità per tutte e tutti. FDR nel 1944 aveva pronta una Carta dei diritti, di cui abbiamo una testimonianza video riportata anche nel bel film di Michael Moore recensito qui Capitalismo una storia d’amore, che avrebbe dovuto assicurare: «il diritto a un lavoro, il diritto a cibo e vestiti adeguati, il diritto di svolgere ogni impresa in un’atmosfera di libertà, il diritto a un’abitazione decorosa, alle cure mediche, alla protezione dal timore del bisogno economico nella vecchiaia, in caso di malattia e disoccupazione, e infine il diritto a una buona istruzione», ma non fece in tempo a realizzarla. Di lì a poco gli Stati Uniti sarebbero stati travolti dalla Guerra Fredda e dal Maccartismo, profondamente antirooseveltiano. FDR e Keynes morirono prematuramente a pochi mesi uno dall’altro e c’è da chiedersi che cosa sarebbe stato averli al mondo ancora una decina d’anni. La storia recente è nota: dagli anni Ottanta si è affermato un neoliberismo che ha condizionato e ipnotizzato anche la sinistra progressista, ingrata e smemorata. A noi, abitanti di un Pianeta a cui si è rotto il condizionatore del clima, rimane in eredità almeno la lungimiranza e lo sguardo al futuro nei confronti della tutela del paesaggio e della cura del territorio, il suo vasto programma di pianificazione territoriale del New Deal. Non dimentichiamocelo mai e quando la politica politicante si riempie oggi la bocca con i termini ormai trendy Green New Deal, Transizione ecologica, Ripresa e resilienza vigiliamo, rileggendo le parole di quel magnifico utopista dell’azione che fu FDR. Raccontiamo, contro la narrazione imperante, ai e alle giovani, oggi tra le categorie più colpite, insieme alle donne, dalle disuguaglianze economiche e sociali, quello che a un Presidente disabile, amico delle donne, con cui ebbe relazioni profonde e da cui si faceva consigliare, empatico e diverso dai modelli maschili di stampo mussoliniano e hitleriano, riuscì di fare e proprio nel cosiddetto “regno del libero mercato”, gli Stati Uniti d’America. Leggiamo loro i suoi discorsi appassionati, insegnando agli uomini e alle donne del futuro qual è il compito della vera politica.

La foto di copertina e il titolo sono tratti dal discorso e dall’evento di insediamento alla Casa Bianca, 4 marzo 1933.

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Articolo di Sara Marsico

Ama definirsi un’escursionista con la e minuscola e una Camminatrice con la c maiuscola. Avvocata per caso, docente per passione da poco in pensione, è stata presidente dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano e referente di Toponomastica femminile nella sua scuola. Scrive di donne, Costituzione e cammini.

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