Gabriella Mercadini, fotografa militante

Il 18 febbraio del 2012 è venuta a mancare Gabriella Mercadini, una delle più impegnate e apprezzate fotografe italiane. Abitava a Roma, a Campo dei Fiori, dove era possibile incontrarla, ma era nata a Venezia e, come lei stessa ha affermato in una breve autobiografia pubblicata sul quotidiano l’Unità, aveva ereditato dal padre marinaio la passione per i viaggi. Spagna, Portogallo, Stati Uniti, Sudamerica, Russia, India, Iran, Afghanistan sono solo alcune delle tappe da cui ha realizzato intensi reportage, focalizzandosi dapprima sull’interesse antropologico, passando poi a quello sociologico, man mano che aumentava la sua presa di coscienza politica. Nei suoi scatti, esposti in moltissime mostre, rigorosamente in bianco e nero, ha ripreso il volto dell’Afghanistan di trent’anni fa, gli occhi di bambine e bambini rom nei campi-ghetto, la fatica del lavoro che abbrutisce, il mondo delle prime immigrazioni, l’emarginazione dei “diversi”.

Donne di Isfahan (a sinistra) – Minatori delle Asturie (a destra)

Del mezzo fotografico ha fatto un uso sociale, uno strumento di emancipazione personale e di indagine politica. In Italia ha documentato dall’interno scioperi, cortei e manifestazioni, i mutamenti della società verificatisi dopo il 1968, le lotte operaie, le rivolte sindacali, la contestazione studentesca, i leader della politica del tempo (Luciano Lama, Enrico Berlinguer…). Soprattutto ha vissuto, come protagonista e spettatrice insieme, le rivendicazioni femministe, le loro manifestazioni dopo secoli di silenzio, a cui i fotografi maschi non avevano accesso. E ancora il disagio delle classi più povere, le speranze di lavoratori e lavoratrici in lotta nelle loro fabbriche e quelle delle donne immigrate, la loro fatica quotidiana: sono solo alcuni dei racconti che il lavoro di Gabriella ha offerto alla cultura italiana.

Braccianti di Ravenna

Sempre sulla strada a seguire dal vivo, tra la folla manifestante, con cui solidarizzava.

Di fronte all’opera d’arte

Oltre all’ambito sociale e politico, il suo lavoro era interessato pure a tematiche ambientaliste: sue foto hanno documentato il degrado ambientale, gli sfregi alla natura, il disastro di Seveso. Anche il campo dell’arte e degli spazi museali è stato oggetto della sua attenzione, soprattutto la incuriosiva il rapporto tra spettatore o spettatrice e opera.
E il mondo del cinema, la sua Venezia, con la serie di ritratti di registi, attori e attrici, realizzati alla Biennale cinematografica, visti nell’intimo della loro autenticità.
Innamorata del bianco e nero, ha sempre rifiutato di convertirsi al digitale.

Manifestazione femminista (a sinistra)
La casa delle donne a Roma in via del Governo Vecchio (a destra)

Nel 1976 Gabriella scatta un’immagine emblematica del disagio che ha portato le donne a ribellarsi. Nel centro della fotografia, che rappresenta una manifestazione con donne e bambini, vediamo un cartello con la frase «Ci ammazziamo di lavoro, ma siamo tutte disoccupate». Sul marciapiede sudicio siede una ragazza con lo sguardo fisso nel vuoto: stanca, tiene tra le braccia un bambino che dorme. Nello stesso anno Gabriella testimoniò l’occupazione da parte del Movimento di liberazione della donna di Palazzo Nardini in via del Governo Vecchio a Roma, che fu adibito a Casa delle donne fino al 1983, quando il comune di Roma concesse il complesso del Buon Pastore in via della Lungara, a Trastevere.

Il ritorno in Italia per le votazioni-treno Dortmund-Reggio Calabria

E sempre nel 1976 Gabriella fotografa il ritorno delle persone emigrate per partecipare alle votazioni: anche le bambine e i bambini, che si affacciano dal finestrino di un treno che dalla Germania li porta a Reggio Calabria, inneggiano al Partito comunista!

A Firenze manifestazione sotto la pioggia (a sinistra)
Donne in difesa dell’aborto (a destra)

Marzo 1979: tantissime in tutta Italia le manifestazioni femminili in difesa dell’aborto. Piazza Santa Croce, Firenze: un gruppo di donne manifesta sotto la pioggia riparandosi con gli ombrelli.

Freelance e orgogliosa della sua libertà e indipendenza, non è stata legata a nessuna agenzia, volendo gestire in prima persona la distribuzione delle sue foto; storica collaboratrice di Noi Donne e del quotidiano Il Manifesto, ha lavorato spesso per testate di sinistra: l’Unità, Paese sera, e per molti altri giornali italiani come Il Corriere della Sera, la Repubblica, Il Messaggero, l’Espresso, e Rai Tre.

Tante le mostre in cui è stato possibile ammirare i suoi scatti, a cominciare da quella che negli anni Novanta le dedicò Le Mois de la Photo, importante manifestazione artistica consacrata alla fotografia, nata a Parigi nel 1980, che si svolge ogni due anni nel mese di novembre.

Alcune sue foto sono state esposte nel 2016 alla Triennale di Milano nella mostra collettiva L’altro sguardo. Fotografe italiane 1965-2015. La rassegna per la prima volta ha messo a confronto tre generazioni di fotografe con opere documentarie, dagli anni Sessanta ai giorni d’oggi. Le pioniere al confronto sono risultate commoventi per il loro coraggio, la loro radicalità e le loro sperimentazioni. Nel 2019, promossa da Assolei, le è stata dedicata alla Casa Internazionale delle Donne di Roma una mostra, in cui la sua vita e il suo percorso artistico sono stati rivissuti attraverso il ricordo dell’amico fraterno e collega Tano D’Amico.

Ultima, una rassegna a Todi in occasione del Festival di fotografia contemporanea, dal 24 settembre al 3 ottobre 2021, Bianco, nero e rosso, ha ripercorso gli anni dell’intenso impegno della fotografa, divisa fra reportage e sguardi dell’arte e del cinema, con cento immagini dall’archivio storico del Manifesto.

Manifestazione studentesca

Gabriella ha fatto della fotografia e dell’impegno politico lo scopo della sua vita, riuscendo a cogliere quello che gli altri guardano, ma non riescono a vedere, spingendo il suo obiettivo all’interno per cercare la verità. «Perché non smettere di documentare la realtà che circonda è doveroso oggi come lo fu tanti anni fa. E ancora di più».

***

Articolo di Livia Capasso

foto livia

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte nei licei fino al pensionamento. Accostatasi a tematiche femministe, è tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile.

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