Afghanistan. Bacha Poch: «Tu sarai un maschio, figlia mia»

Quando Allah creò il mondo raccolse le pietre avanzate e le scaraventò sulla Terra, fu allora che prese forma l’Afghanistan, inserito nel cuore dell’Asia, accogliendo nel corso dei secoli guerriglieri forgiati dalle avversità naturali e insofferenti per cui eserciti potenti spesso l’hanno attaccato ma nessuno ha avuto vita facile, tanto da guadagnarsi il soprannome di “tomba degli imperi”. Privo di sbocchi sul mare è attraversato dalla catena montuosa dell’Hindu Kush,circondato da vette che superano i settemila metri; gli esseri umani si sono stanziati nelle vallate fertili, dove le principali risorse economiche sono la pastorizia e l’agricoltura. L’Afghanistan è un territorio di frontiera e crocevia tra Oriente e Occidente, snodo delle rotte carovaniere, qui passava infatti la “Via della Seta”; esposto agli influssi culturali di popolazioni diverse che si sono insediate in regioni spesso inaccessibili, conservando caratteri somatici e generi di vita peculiari. Attualmente nel Paese vivono le etnie di Pashtūn, Uzbeki e Turkmeni, Tagiki, Hazari, tutte sono di fede musulmana sunnita, tranne quella Hazara che è sciita.

L’Afghanistan, nato come regno indipendente nel 1747, ha sempre avuto una vita travagliata per i contrasti sorti all’interno della sua stessa popolazione, per le tante guerre che l’hanno coinvolto e per la posizione strategica che nell’Ottocento suscitò l’interesse degli imperi russo e inglese. Nel 1920 si liberò della tutela britannica che si era protratta per tutto il XIX secolo, avviando una politica equidistante da Urss, Cina e Stati Uniti. Nel 1973 un colpo di Stato abbatté la monarchia, nel 1978 un ulteriore colpo di Stato portò al potere il Partito comunista, l’anno successivo l’Unione Sovietica invase il Paese con la scusa di riportare l’ordine e per ricostruire l’esercito di Kabul, affrontando un sanguinoso conflitto con i guerriglieri islamici; gli Usa reagirono promuovendo un embargo contro l’Urss e boicottando le Olimpiadi di Mosca del 1980. Tra il 1980 e il 1985 i combattenti islamici accentrarono gli attacchi nell’area del Passo del Salang, l’arteria di maggior rilievo per i rifornimenti che giungevano dall’Unione Sovietica, infliggendo perdite ingenti alle truppe d’occupazione; dal 1986 gli attacchi aumentarono grazie all’afflusso continuo di armi attraverso i valichi di Pakistan e Cina (molti provenienti dagli arsenali statunitensi come i temuti missili FIM-92 Stinger); il governo sovietico, visto l’intensificarsi della guerriglia, rispose con numerose offensive nella valle del Panjshir per difendere le linee di rifornimento, strategia del tutto inutile, tanto da costringere l’Alto Comando a rivedere le tattiche prediligendo l’impiego di piccole unità ben addestrate. Con questa mossa le forze russe riuscirono a ottenere vittorie, ma i risultati avuti in campo giunsero troppo tardi e nel 1987 il nuovo segretario del Partito comunista sovietico, Michail Gorbačëv, autorizzò il ritiro delle truppe per normalizzare i rapporti con gli Usa. In seguito, fu nominato Presidente della Repubblica Mohammad Najibullah (1947-1996), seguirono diversi tentativi per raggiungere accordi con i vari capi tribù. Il percorso della Repubblica si concluse nell’aprile del 1992 dilaniata dalla guerra tra i gruppi di guerriglieri;nel 1996 prevalsero i taliban, instaurando un regime fondamentalista. Questo comportò dei profondi cambiamenti sociali nel Paese, colpendo soprattutto le donne che dovettero smettere di studiare e lavorare, ma anche gli uomini hanno subito gravi conseguenze, infatti furono obbligati a frequentare le moschee; per le punizioni si faceva ricorso persino alla lapidazione pubblica.

Tra le varie azioni attribuite ai talebani ci fu l’apertura e l’appoggio all’organizzazione terroristica al Qaeda e al suo capo, Osama Bin Laden; proprio il continuo rifiuto di consegnarlo alle autorità internazionali determinò nel 1990 le sanzioni da parte dell’Onu; dopo gli attentati dell’11 settembre che hanno colpito gli Stati Uniti, una coalizione guidata dagli Usa rovesciò il regime talebano alleato di Osama Bin Laden ritenuto il responsabile. Nel 2004 si svolsero le prime elezioni democratiche della storia afghana in cui venne eletto Presidente della Repubblica Hamid Karzai.

Purtroppo la situazione afghana è notevolmente peggiorata dall’estate del 2021, quando i talebani hanno preso nuovamente il potere: dal 15 agosto il Paese si chiama Emirato Islamico dell’Afghanistan, presidente de facto è il mullah Abdul Ghani Baradar. Le immagini indelebili di quel giorno rimarranno sempre nella nostra memoria: uomini e donne che si lanciano nel vuoto dopo essersi aggrappate ai carrelli di aerei che decollavano dall’aeroporto di Kabul, bambine e bambini abbandonati nelle braccia di soldati sconosciuti a cui era tacitamente chiesto di portarli via, la scelta più straziante che un genitore possa fare per aiutare i propri figli e figlie. Tutto questo ha comportato un fortissimo cambiamento, il Paese ha raggiunto livelli di povertà incredibili, è stato calcolato che un milione di bambini e bambine afghane rischiano di morire di fame; non è possibile accedere ai servizi fondamentali, come quelli sanitari e, ancora una volta, le donne hanno visto limitare la propria libertà, non hanno più accesso all’istruzione, al lavoro e alla pratica sportiva; quante avevano ricoperto importanti ruoli all’interno della società e sono apertamente contro questo governo, sono costrette a nascondersi o fuggire, perché rischiano la vita; le normali attività necessitano del permesso, della supervisione e della presenza degli uomini; famiglie con numerosi figli hanno iniziato a venderli, mentre le bambine sono vestite, fin quando possibile, con abiti maschili, così possono uscire da casa liberamente e contribuire al sostentamento familiare, per esempio raccogliendo la plastica dalla strada. Nel libro Le bambine non esistono di Ukmina Manoor scritto con Stéphanie Lebrun, edito da Libreria Pienogiorno, l’autrice, nata al confine con il Pakistan, racconta che è stata cresciuta comeuna bacha posh ovvero un bambino e riferisce la sua storia personale, dando voce alle condizioni di prigionia cui sono costrette milioni di donne divenute invisibili nell’Afghanistan dominato dai talebani.

La consuetudine del bacha posh pare si sia evoluta durante il regno di Habibullah Khan, quando, tra il 1901 e il 1919, furono fatte diverse riforme, tra le altre introdusse la medicina occidentale, abrogò le sanzioni penali più dure e apportò delle modifiche nella gestione dell’harem, fino ad allora sorvegliato dagli eunuchi, sostituiti con delle donne: per il proprio harem scelse la figlia più piccola, vestendola con abiti maschili, così da permetterle di apparire più autorevole agli occhi delle sue favorite! In un Paese colmo di contrasti, questa antica tradizione continua ancora oggi, permettendo alle famiglie che non hanno avuto figli maschi di attuare la pratica del bacha posh che consiste appunto nel crescere le bambine, fino alla fine della pubertà, come maschi, non curandosi se questa condizione le renda felici o meno. Gli estranei sono a conoscenza che il bambino è, in verità, una bambina e rispettano i nuovi diritti consentiti nell’assumere il ruolo maschile; travestite da ragazzo hanno tutte le responsabilità dell’essere maschi, ma non possono avvicinarsi a loro perché di sesso femminile, possono però fare acquisti da sole e lavorare, possono accompagnare le loro sorelle o le loro madri che altrimenti non potrebbero uscire per frequentare la scuola o per svolgere delle mansioni. Tutto ciò dura finché la sorella minore sarà abbastanza grande da prendere il posto della sorella più grande, poi torneranno ai ruoli femminili e a rispettare le numerose restrizioni inflitte alle donne, infatti non devono affezionarsi al ruolo ricoperto, perché rischiano la punizione di Allah per mano dei mullah. La loro disperazione è tale che alcune ragazze in questo travestimento trovano il lato positivo e sono disposte a tutto pur di conservare l’unico diritto intangibile cui ciascun essere umano ambisce: la libertà! E non hanno alcuna intenzione di abbandonarla perché in un regime che non permette nulla a chi nasce femmina, l’unico modo per compiere alcune funzioni sociali, fare dei lavori retribuiti o fuggire è quello di nascondersi dietro un’identità maschile, affrontando mille sfide e pagando un prezzo molto alto: la loro vera identità. Tutto ciò dovrebbe farci riflettere e comprendere il motivo per cui ancora oggi si verificano uno squilibrio di potere e una distinzione profonda nei destini delle donne e degli uomini; nonostante i processi di emancipazione, persiste alla base un problema culturale e strutturale, una discriminazione a partire dal linguaggio e dalla permanenza di stereotipi e pregiudizi. Occorre che la democrazia, ideale etico, riscriva i rapporti tra i generi nel pieno rispetto delle differenze garantendo la libertà e l’uguaglianza di tutti i cittadini, donne e uomini, anche nel travagliato Afghanistan.

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Articolo di Giovanna Martorana

PXFiheft

Vive a Palermo e lavora nell’ambito dell’arte contemporanea, collaborando con alcuni spazi espositivi della sua città e promuovendo progetti culturali. Le sue passioni sono la lettura, l’archeologia e il podismo.

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