La donna nell’India antica. Auto-immolazione di massa, prostituzione sacra e costumi

Durante il Medioevo, quando l’India è in guerra contro il sultano di Delhi, le mogli dei soldati morti dei governanti Rajput si gettano in massa nel fuoco allo scopo di conservare intatto il proprio onore senza farsi catturare e molto verosimilmente stuprare dal nemico quando ormai questo è vicino al loro villaggio o città. È il principio del jauhar, l’autoimmolazione di massa delle donne per sfuggire alla cattura e alla schiavitù da parte degli invasori islamici, quando la sconfitta è alle porte, per evitare la cattura, la riduzione in schiavitù e stupri da parte di invasori stranieri. Non di rado le donne commettono l’auto-immolazione insieme ai loro figli. Questa pratica è stata storicamente osservata nelle regioni nord-occidentali dell’India, con i jauhar più famosi nella storia che si sono verificati durante le guerre tra i regni indù Rajput nel Rajasthan e gli eserciti musulmani turco-mongoli. Il jauhar viene eseguito durante la guerra, di solito quando non c’è più nessuna possibilità di vittoria e la disfatta è certa e vicina. Mentre gli uomini avanzano sul campo di battaglia sapendo di andare incontro a morte sicura, le loro donne si immolano in un enorme incendio insieme ai loro figli e agli oggetti di maggior valore.

La cerimonia Rajput di Jauhar, 1567, raffigurata da Ambrose Dudley in Hutchinsons History of the Nations, 1910 circa

Nel 712, il generale arabo Muhammed bin Qasim con il suo esercito attacca i regni delle regioni occidentali del subcontinente indiano. Egli assedia la città del re indù Dahir, in una parte del Sind. Dopo l’assassinio di Dahir, la regina guida la difesa della città per diversi mesi. Quando le scorte di cibo stanno per esaurirsi, lei e le donne della capitale si rifiutano di arrendersi, accendono le pire e si danno fuoco.
Nel 1232, le donne Rajput si lasciano ridurre in cenere dentro un immenso rogo invece di sottomettersi all’esercito del sultano di Delhi, Iltutmish.
Nel 1294, 24mila donne si trasformano in un’enorme torcia ardente quando il forte cade nelle mani dell’esercito di Alauddin Khilji dopo un assedio di otto anni.

Tra gli esempi più famosi di jauhar c’è il falò di massa a cui danno vita nel 1303 d.C. le donne della fortezza di Chittaur nel Rajasthan, di fronte all’esercito invasore della dinastia Khalji del Sultanato di Delhi. Un altro episodio avviene nel regno di Kampili, nel nord del Karnataka, quando cade nel 1327 combattendo contro le truppe del Sultanato di Delhi.

Jauhar durante l’assedio di Chittorgarh, 1568.

Alla fine del XIV secolo, un sovrano turco di Delhi assedia Jaisalmer dopo che un principe ha fatto irruzione nel suo accampamento. L’assedio porta a un colossale jauhar di 16.000 donne.
Il sultano Hoshang Shah di Mandu, nel 1423, attacca la fortezza nemica con 30mila cavalieri, decine di elefanti e un enorme esercito. Quando il re sa che non c’è più scampo di fronte a un battaglione molto più grande e meglio armato, invece di arrendersi, combatte strenuamente fino a cadere in battaglia. Migliaia di donne si sacrificano tra le fiamme per proteggere la loro virtù dai nemici. Altri casi famosi di jauhar si verificano a Chittor Fort nel Rajasthan. Nel 1535, durante l’assedio del sultano del Gujarat, 13mila donne Rajput seguono nella morte 32mila guerrieri; e ancora un altro immane sacrificio di massa ha luogo nel 1568, durante l’assedio di Akbar.
È impressionante il numero di donne che hanno perso volontariamente la vita gettandosi in massa in mezzo al fuoco, un caso più unico che raro nella storia dell’umanità: decine e decine di migliaia di cui danno testimonianza storica i documenti più autorevoli, il più delle volte l’intera popolazione femminile di una città. Al giorno d’oggi esistono ancora dei canti popolari che esaltano l’eroico sacrificio di quelle donne, custodi fino alla morte della loro pudicizia.

A partire dal III secolo è ben documentato un altro rito chiamato Devadasi, una pratica religiosa parzialmente ancora presente in alcune parti del Sud dell’India, secondo la quale alcune fanciulle in età prepuberale vengono consacrate a un Dio o a una divinità locale di un tempio indù, con un rito di iniziazione durante il plenilunio. Si tratta, in sostanza, di un simbolico matrimonio tra le ragazze e la divinità di un tempio. Quando poi entrano nell’età puberale, si svolge una seconda cerimonia che prevede la loro iniziazione sessuale a opera di un importante personaggio, sacerdote, re o patrono del santuario. A queste fanciulle viene dato l’appellativo di “devadasi”, parola composta che, in sanscrito, significa letteralmente “serva di Dio”: esse si dedicano al piacere e al divertimento della divinità (soprattutto Yellamma, dea della fertilità, venerata nel cuore dell’India antica), della quale sono le “cortigiane”. Non si sposano perché già sposate alla divinità (Nitya-Sumangali, “sposate per sempre”), non diventeranno mai vedove e questo è considerato di buon augurio.

Illustrazione di devadasi

Oltre a servire il dio del tempio e ad assistere i sacerdoti, svolgono un complesso di atti rituali e di intrattenimento della comunità e della corte del re, patrono del luogo di culto, accompagnano i riti religiosi con musica, canti e danze liturgiche (come il Bharata natyam, la più antica delle danze tradizionali indiane), durante le quali assumono pose e movenze quanto mai delicate e leggiadre. Le devadasi, sacerdotesse-danzatrici, sono prostitute sacre, e infatti la prostituzione religiosa viene praticata in India fin dal III sec. d.C.
Un riferimento si trova in Kalidasa, poeta classico e scrittore dell’Impero Gupta. Un’altra citazione si ha durante la dinastia Keshari nel VI secolo d.C. nel sud dell’India. I primi riferimenti espliciti alle devadasi compaiono in un’iscrizione Tamil nel tempio di Tanjor (oggi Thanjavur) che risale al 1004 d.C.: essa riporta in 400 il numero delle devadasi del tempio. È attestata la presenza di ben 500 Devadasi nel santuario Someshwer del Gujarat.

John Gleich, Due notti con un musicista

Inizialmente i rapporti delle devadasi sono con la casta sacerdotale dei Brahamani e con il re (râja), ma, in seguito, anche con i signori, patroni e mecenati del tempio dove esse dimorano. Il Medioevo indiano (600-1500 d.C.) è il periodo di maggiore diffusione di questa tradizione che affonda le sue solide radici nella cultura del Paese.
La pratica prende piede quando una delle grandi regine della dinastia Somavamshi decide che per onorare gli dei alcune donne esperte di danza classica si uniscano in matrimonio con le divinità. Oltre a impegnarsi in una vita senza matrimonio (con un mortale, nel senso comune), si prendono cura del tempio e durante le cerimonie eseguono le danze classiche indiane.

La prima menzione conosciuta di una Devadasi è una ragazza di nome Amrapali, dichiarata nagarvadhu dal re durante il periodo del Buddha.
Le devadasi provengono da famiglie nobili, ricevono un’accurata educazione e possiedono una cultura raffinata e umanistica: sono le uniche donne, oltre alla regina, a saper leggere e scrivere, e ad avere il diritto di possedere beni oltre che la facoltà di benedire le persone e di scacciare il malocchio. Sono selezionate con cura e, con il sostegno di sovrani e uomini potenti che fanno loro donativi di beni, terreni e palazzi, vengono addestrate alla preghiera e allo studio della danza e della musica.

Lakshmi, dea dell’abbondanza, della luce,
bellezza e fertilità

La loro è considerata una vera e propria casta, godono di una libertà di molto superiore a quella delle altre donne nonché di un alto prestigio in società, essendo riverite e rispettate da tutti. Si devono loro gli onori che meritano poiché sono letteralmente sposate con la divinità, e quindi vanno trattate come se fossero la dea Lakshmi stessa, e, proprio in virtù di questa sacra unione e della loro totale sottomissione alla divinità, sono ritenute donne eccezionali in grado di controllare gli impulsi umani naturali e i cinque sensi. Essendo sposate con un nume immortale, sono considerate di buon auspicio. Quanto maggiore è il numero delle devadasi nel tempio tanto più il sacrario che le ospita è ricco e importante.

Quando inizia la decadenza dei templi e dei regni indù con le prime invasioni degli Arabi nel nord dell’India che li saccheggiano e sottomettono le giovani più belle delle caste inferiori, anche lo status delle devadasi decade e la pratica continua soprattutto nel sud del subcontinente. Le devadasi, scelte anche tra le classi più umili della popolazione e non più sostenute dai loro mecenati divenuti meno potenti e ricchi, s’impoveriscono e la loro professione conosce un inevitabile declino: per sopravvivere, queste ragazze, ormai provenienti dalle caste inferiori, costrette a vivere da recluse, cominciano a prostituirsi con i pellegrini e i visitatori del tempio.
Fino al X sec. d.C. le devadasi sono vergini consacrate alla divinità, più tardi sono, invece, destinate al piacere sessuale di sacerdoti e pellegrini indù.

Fiorisce tra il II e il XII secolo d.C., un vasto movimento letterario, la poesia “in forma breve” (laghukāvya), che annovera al suo interno figure femminili di notevole valore (nāyikā, “protagonista”), che indossano poeticamente i panni non di sposine fedeli, sottomesse e inginocchiate ai piedi dei mariti, madri sublimi e straordinariamente prolifiche, bensì di donne incredibilmente femminili e audaci che cercano il vero amore soprattutto fuori (o prima) del matrimonio. Seduttive e sfacciate, un po’ come le trovatrici medievali di Provenza, sentono bruciare nel loro petto il fuoco d’amore, quello che è loro negato nella prassi quotidiana, e non ci sono limiti alle astuzie e agli stratagemmi che mettono in atto pur di raggiungere l’uomo amato: la poesia indiana non conosce amori casti, donne angelicate, passioni tenere e soffuse o affetti che si consumano nell’intimo più profondo quasi paurosi di venire alla luce. Tutt’altro. Per essere felice, l’amore deve giungere al compimento fisico: altrimenti, senza vie di mezzo, è sofferenza atroce che può portare alla consunzione e alla morte. Ed ecco spudorate giovinette che sgattaiolano fra le viuzze di un villaggio; mogli che impunemente s’incontrano con il loro amante segreto dopo avere ingannato marito, suocere e cognate; ragazzine, che in apparenza sembrano monache di clausura e invece nel cuore della notte gioiose e scanzonate accorrono nei templi a incontrare l’amante.

Draupadi e i suoi cinque mariti

Restando nel terreno della poesia, non si può tacere Draupadi, il personaggio femminile più noto del Mahabharata, che insieme al Ramayana è uno dei più grandi poemi epici indiani. Draupadi è la bellissima figlia del re Drupada, moglie dei cinque fratelli Pandava. Si tramanda che Dusshasana è preso dall’insano desiderio di spogliare Draupadi davanti a tutti strappandole con violenza il sari. Lei prova a difendersi con tutte le sue forze, ma quando si vede impotente invoca Krishna, che ascolta la sua preghiera e fa in modo che più Dusshasana tira la stoffa del suo sari, più il vestito continua magicamente ad avvolgersi intorno al corpo di Draupadi, finché l’uomo, stremato e coperto da decine di metri di tessuto, è costretto a lasciare l’agognata presa.

Simbolicamente Draupadi rappresenta la Kundalini, l’energia latente, e ognuno dei fratelli una diversa qualità positiva dell’Anima. Il simbolismo dei cinque fratelli sposati con un’unica donna significa che l’energia ha bisogno di essere “sposata” con le qualità positive dello spirito, per poter raggiungere l’Assoluto.

Statua di Rudrama Devi

Non si possono passare sotto silenzio due nomi femminili di grande importanza nella storia di un Paese che pure mortifica al massimo le donne.
Nell’XI secolo la principessa Akkadevi (1010-1064), valente generale e coraggiosa in guerra, guida l’assedio del forte di Gokage per reprimere una ribellione locale.
Nel XIII secolo, caso abbastanza raro nella storia indiana, una donna diventa regina e resta sul trono per oltre cinque lustri, dal 1262 al 1289.
Si chiama Rudrama Devi e, oltre che accorta governante, è anche esperta di arte militare, una delle più grandi guerriere del suo tempo tanto che conduce sempre le proprie truppe in battaglia e pare (ma le fonti sono contrastanti) che perda la vita combattendo nel 1289.
Conserva il titolo che le è stato conferito e governa come un re.
Indossa abiti maschili e mantiene un contegno decisamente virile.

Radiya Begum è sultana di Delhi dal 1236 al 1240, una delle pochissime donne di fede islamica a regnare, in prima persona, nella storia della civiltà islamica. Raḍiya viene educata all’amministrazione dello Stato e all’uso delle armi al pari dei suoi fratelli. Distinguendosi nettamente dalle donne del tempo, durante il regno paterno, Raḍiya partecipa attivamente agli affari di Stato e, contrariamente alle consuetudini, mostra scoperto il suo volto in pubblico, si veste da uomo indossando qaba e kulah, due capi tipicamente maschili, va a cavallo e ancor più cavalca elefanti in battaglia. Nel corso del suo breve regno, emana leggi più giuste, migliora le infrastrutture del paese, favorisce il commercio, fonda diverse madrasa (scuole) e biblioteche pubbliche, in cui si studiano, oltre al Corano, la calligrafia, le scienze, la matematica, l’astrologia, e le letterature di altre culture. Patrona delle arti, fa tradurre molti testi dal sanscrito in arabo. Suscita grande scandalo la storia d’amore con lo schiavo Jamāl al-Dīn Yāqūt, poi il matrimonio, nel 1240, con il governatore del Bengala Altunia. Nello stesso anno, però, un fratello di Radiya usurpa il trono, la manda in prigione e poco dopo la fa assassinare.

La documentazione figurativa, fin verso il III secolo prima di Cristo, è molto scarna e non ci fornisce un’idea sufficientemente chiara delle fogge maggiormente in voga. La ricostruzione è, invece, più precisa quando l’India, con la dinastia Sunga, sul trono dal 185 a.C., entra nella fase più matura della sua civiltà. Le donne nobili, elegantemente avvolte nelle pieghe del sari, vivacemente colorato e trasparente, arricchiscono la loro sensuale bellezza con ornamenti di ogni genere: grossi anelli in tutte le falangi delle dita e attorno alle caviglie, ampie collane, monili e alte cinture, profumi e unguenti a profusione. Gli occhi sono languidi, il collo pieno, i seni e i fianchi assai pronunciati, la vita esile come giunco.
«Coi capelli penduli fin sopra i fianchi, facendosi orecchini di fiori profumati, adorni di collane i seni e odorose di essenze le bocche, le belle eccitano la passione degli amanti», scrive un poeta dell’epoca.
«Le donne indiane coltivavano la loro capigliatura raccogliendola tutta liscia alla nuca e lasciandola cadere in due o tre larghe trecce lungo le spalle. A questi capelli naturali aggiungevano una parrucca di nastri o fettucce di varia grandezza e colore, disposte a staffa e fermate alla nuca all’origine delle trecce oppure aggruppate sopra la fronte a guisa di diadema. Le varie età e condizioni della donna erano determinate dall’acconciatura: le ragazze portavano un nodo nel mezzo della fronte fatto con le ciocche naturali; le maritate avevano la treccia, e le donne di liberi costumi tiravano i capelli alla fronte fin sopra le ciglia e qualcuna quelli dei lati fino alle gote, fermandoli con una benda». Così Alessandro Manoni nel suo libro Il costume e l’arte delle acconciature nell’antichità.

La sposa si copre con un velo giallo. Con l’impero Gupta, nel 320 dopo Cristo, inizia uno dei periodi di massimo splendore per l’arte e la civiltà dell’India. Immagini di dame di corte ci sfilano davanti in abiti fastosi, ricchissimi per la preziosità delle stoffe e l’eleganza dei motivi ornamentali. I loro capelli appaiono sciolti sulle spalle in pesanti riccioli oppure sono coperti da un velo trattenuto da un diadema. Si vedono anche capigliature divise in file simmetriche di boccoli: chatrakara è il nome di questa singolare moda. Piacciono moltissimo i fiori tra i capelli, variopinti e profumatissimi. Kalidasa, eminente poeta di corte vissuto probabilmente tra la fine del IV e quella del VI secolo dopo Cristo, nel poema lirico La nuvola messaggera, così scrive: «Nella mano della donna scherza il loto e nella chioma abbondano i freschi gelsomini, nel volto lo splendore è attenuato dalla polvere dei boccioli di Lodhra; nella treccia stanno floridi amaranti, all’orecchio l’acacia, nella discriminatura il Nîpa, che fiorisce al tuo arrivo…», e decanta poi «i fiori di Mandara caduti dalla chioma e gli aurei loti venuti via dall’orecchio». Sotto il re Kumaragupta I, sul trono dal 415 al 455 circa, le donne sfoggiano la caratteristica pettinatura “a trifoglio” con due grosse ciocche che ricadono ai lati del viso e una compatta crocchia sul vertice.

In India rivestono grande importanza, come in tutte le civiltà antiche, la cura del corpo e l’amore per unguenti e belletti. Nel Kamasutra, in un apposito capitolo, pozioni afrodisiache si alternano a ricette estetiche. Piante esotiche, dai nomi più o meno rari, vengono chiamate in causa per ricavarne miracolose pomate e unguenti da applicare su tutto il viso e il corpo. La polvere di alcuni fiori, mescolata a burro di latte di bufala e a miele, masticata lentamente, rende bella anche la donna meno dotata. Lo stesso potere viene attribuito alle ossa di cammello bruciate e poi stese sulle palpebre, miste ad antimonio, con un pennello ricavato anch’esso da ossa di cammello.
«Le ancelle le hanno dipinto il volto con vaghe tinte allo spuntar del giorno, ma il sudore bagna le guance alla mia bella, e sulla faccia dello zafferano non resta traccia, e stilla dal suo piede il rosso della lacca che lo tinge». Quanti secoli di arte cosmetica si nascondono tra le righe di questo antico testo!

In copertina. Raja Ravi Varma, Galaxy of musicians, 1889.

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Articolo di Florindo Di Monaco

Florindo foto 200x200

Docente di Lettere nei licei, poeta, storico, conferenziere, incentra tutta la sua opera sulla Donna, esplorando l’universo femminile nei suoi molteplici aspetti con saggi e raccolte di poesie. Tra i suoi ultimi lavori, il libro La storia è donna e le collane audiovisive di Storia universale dell’arte al femminile e di Storia universale della musica al femminile.

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