Lo stupro come arma di guerra. Il caso della Bosnia

Quando Croazia e Slovenia dichiarano unilateralmente la propria indipendenza dalla Jugoslavia nel 1991, è nell’aria che la guerra sarebbe stata imminente. Da mesi esperte/i di relazioni internazionali e opinioniste/i parlano di come il mosaico etnico che forma lo stato balcanico sia una polveriera pronta a esplodere alla minima scossa. Tuttavia, raramente, fuori dalla Jugoslavia, si prende sul serio la folla acclamante che loda Slobodan Milošević, presidente della Serbia, quando parla della Serbia come vittima del destino, alla mercé degli interessi economici di Croazia e Slovenia, o di come identifichi nella Bosnia musulmana l’antico oppressore ottomano. Il portare in trionfo le reliquie dei santi ortodossi nel territorio del Kosovo, regione a maggioranza albanese e musulmana, viene considerato una mera carnevalata.

L’Europa è in pace ormai da poco più di cinquant’anni, intere generazioni sono cresciute vedendo la guerra dallo schermo di un televisore, che trasmetteva immagini di paesi lontani. Gli eventi della Seconda guerra mondiale non sono più una ferita aperta, gli sforzi per non dimenticare quanto accaduto nulla possono contro lo scorrere del tempo. Non ci si crede che possa scoppiare una guerra “vera” in Jugoslavia.
Ed è quindi con sgomento che l’Europa guarda, il 2 maggio del 1991, a pochi giorni dal referendum sull’indipendenza della Croazia, tre razzi anticarro colpire delle palazzine abitate da civili a Borovo Selo. I media serbi intervistano gli esecutori della strage, dando modo loro di vantarsi delle proprie azioni in mondovisione. E mentre la Croazia si dichiara indipendente, i territori a maggioranza serba chiedono di essere annessi alla Serbia.
Milošević muove le truppe per tutto il paese e arma le minoranze serbe presenti nei territori delle altre repubbliche jugoslave, fomentandole con discorsi sui sacrifici serbi e l’ingratitudine degli altri. Parla di una Grande Serbia, Milošević, che includa tutti i territori dove «ci sono tombe serbe». Uniti ai discorsi del presidente croato Franjo Tudjman sul volere una «Croazia per i croati», l’Europa pare tornare indietro agli anni Trenta.
Il furore nazionalistico non risparmia neanche la regione che più si identificava con la nazionalità jugoslava: la Bosnia, la repubblica con più matrimoni misti del paese, dove le diverse etnie convivono da secoli come buoni vicini, un giorno si scopre troppo musulmana per i gusti di Milošević, Tudjman, e della sua stessa minoranza serba.

Il mondo discute sulla moralità di un intervento in Jugoslavia, e intanto la situazione precipita in una spirale di violenza mai vista dai tempi del nazismo. Tutti i giorni le televisioni riportano immagini di corpi straziati e edifici sventrati, le voci monotone dei reporter sovrastano le grida di donne e uomini che stanno perdendo tutto sotto i colpi di una guerra che sta velocemente sfuggendo di mano a chi l’ha ideata e voluta.
Il mondo si raduna in fiaccolate e cortei contro la guerra, si supplica l’intervento di forze esterne per fermare il conflitto. Con molta reticenza, l’Onu approva missioni di pace, seguita dalla Nato, usata per aggirare i veti del Consiglio di sicurezza. Ma si teme una escalation che coinvolga tutto il continente, e quindi si fa molto poco per fermare i massacri.
E intanto si scoprono i campi di concentramento, episodi di foul play da tutte le parti del conflitto per attirare simpatia e supporto; si inizia a parlare di genocidio quando a Srebrenica, nel territorio a maggioranza serbo della Bosnia, muoiono più di 8000 musulmani, uomini soprattutto, per mano dei separatisti, sotto gli occhi indifferenti dei soldati dell’Onu.

Con enorme sforzo diplomatico e umano, uno stato di non-guerra viene raggiunto in Bosnia nel 1995 con gli accordi di Dayton. La guerra armata si sposta allora in Kosovo, dove Milošević cerca di sterminare le popolazioni albanesi. L’intervento Nato pone fine alla guerra nel 1999, quando Milošević è costretto a firmare gli accordi di Kumanovo. La dissoluzione della Jugoslavia avviene in poco meno di un decennio, lasciando dietro di sé una scia di sangue e rancori profondi.

Quando mi approccio alla laurea magistrale, dall’ultimo atto della guerra sono passati quasi vent’anni. Non ne ho alcun ricordo. La maggior parte della mia conoscenza sull’argomento arriva da qualche articolo letto su riviste storiche, dai racconti della famiglia che quella guerra l’hanno vista dal vivo dietro lo schermo della televisione, e da qualche paragrafo sui testi di scuola e università. È una ricerca per l’esame di relazioni internazionali che mi avvicina, per la prima volta, alla Jugoslavia. Avevo scelto di parlare del Kosovo e del processo che l’ha portato a dichiararsi indipendente nel 2008. Studio soprattutto online e, link dopo link, arrivo alle narrazioni delle violenze sulla popolazione civile. Non mi serve per l’esame, ma continuo a leggere. Passo l’esame col massivo dei voti, ma la tormentata storia della Jugoslavia non lascia i miei pensieri.
Quando arriva il momento di scegliere il tema di tesi, so che voglio parlare del fenomeno della violenza sulle donne nei conflitti. Non scelgo subito la Jugoslavia: è un conflitto recente, ancora vivo nella memoria di molti, come molti sono i dissapori che ancora provoca il parlarne.

Mia madre ha abitato in Serbia per diverso tempo ed è stata testimone di prima mano dell’odio che ancora serpeggia nei Balcani. È l’imbattermi nel movimento delle Donne in nero di Belgrado che mi convince. Sono un gruppo di studiose femministe serbe che hanno combattuto la propaganda di Milošević fin dall’inizio del conflitto. Nonostante le minacce degli ultranazionalisti e l’ostracismo della popolazione, le Donne in nero di Belgrado furono le prime a denunciare gli stupri compiuti dall’esercito serbo, combatterono il revisionismo storico e si impegnarono per aiutare le donne bosniache e croate a far sentire le loro voci. Un impegno che raggiunse il suo culmine nell’iniziativa del Tribunale delle donne di Sarajevo, nel maggio del 2015: nella città assediata per più di 1400 giorni durante la guerra, donne serbe, croate, bosniache, macedoni, kosovare, ascoltarono l’una la storia delle altre, del prima, durante e dopo la guerra; pronunciarono verdetti simbolici contro l’inefficienza dell’Onu e degli apparati internazionali, l’omertà dello Stato e delle istituzioni religiose, i media e la società tutta.

Quando comincio la ricerca, sono convinta di sapere a cosa vado incontro, di poter essere pronta a leggere degli orrori della guerra, della violenza sulle donne. Non ho motivo di pensare il contrario: la televisione riporta tutti i giorni notizie di donne abusate e/o uccise; sono consapevole che il fatto di essere nata donna può essere un fattore ulteriore di pericolo anche nel quotidiano; so che la guerra non è clemente con nessuno, ancora meno se sei donna. E so che la guerra di Jugoslavia è stata particolarmente brutale, specie con le donne. Non dovrei avere particolari sorprese: la Jugoslavia implose sotto il peso di odi etnici secolari, di avidità di potere, e le donne furono coloro che pagarono il prezzo più alto, come in ogni guerra.
È mentre leggo i racconti delle sopravvissute, e l’inchiesta giornalistica di Giuseppe Zaccaria Noi, criminali di guerra, che mi rendo conto di aver peccato di ingenuità e superbia. Non c’è nulla di ovvio nelle guerre jugoslave. Il senso di inevitabilità con cui in genere si narra il conflitto non ha motivo di esistere. Ci fu una volontà politica di fare la guerra, che si autosostenne con revisionismo storico e vere e proprie menzogne. Non ci fu volontà popolare, inizialmente, questa venne dopo con una martellante propaganda per diffondere paranoia e sospetto.

Nulla può giustificare o sminuire le sofferenze di una delle fazioni ma, carte alla mano, la verità è innegabile: lo stupro fu usato dall’esercito serbo come arma di genocidio e pulizia etnica contro il popolo bosniaco, che prese di mira le donne proprio perché donne. È il piano Brana, una delle ramificazioni del ben più ampio piano Ram, il progetto di pulizia etnica delle etnie non serbe dai territori a maggioranza serba. Redatto con l’aiuto di gruppi di medici e professori di antropologia, il piano Brana mirava alla distruzione della società bosniaca musulmana attraverso lo stupro di massa delle donne, con il chiaro proposito di metterne incinte il più possibile e costringerle a portare a termine la gravidanza. La logica dietro questo piano appare semplice solo se si parte da un punto di vista profondamente misogino e xenofobo: stuprare una donna musulmana vuol dire disonorarne la famiglia attraverso il suo stesso corpo, portandola all’isolamento dai familiari e dalla società; metterla incinta vuol dire aver contaminato il suo utero col seme di un serbo, e siccome nella società musulmana è dal padre che viene tramandata l’appartenenza religiosa, il bambino nato dallo stupro era da considerarsi serbo, e quindi non integrabile nella società musulmana bosniaca. Inoltre, qualora la vittima di questo folle piano fosse riuscita a fuggire, i ricordi legati al trauma le avrebbero impedito di tornare a casa, lasciando spazio ad altri serbi.

Sembra una teoria del complotto, forse una invenzione dei bosniaci musulmani per far passare i serbi come i cattivi. Ma quando si confrontano le carte con i fatti, i dubbi scompaiono: lo dimostrano i campi bordello, i rapimenti di migliaia di donne stuprate e rilasciate solo dopo essere certi che fossero rimaste incinte, le fila di donne gravide presenti nei campi di concentramento. Perfino gli aguzzini serbi, quei pochi che confessano i propri crimini, confermano che le violenze sessuali non erano sfoghi di soldati, ma precisi ordini dei loro superiori. Lo stupro usato col preciso intendo di sterminare un popolo: non era mai successo prima.

La mia tesi si occupa di capire perché nella Jugoslavia di fine millennio, e non in altri conflitti e altre epoche, lo stupro venne usato come arma di guerra.
Il primo capitolo fa un veloce quanto doveroso riassunto della travagliata storia della Jugoslavia, dall’unificazione sotto una famiglia regnante serba dopo la Prima guerra mondiale fino alla sua disintegrazione, passando per il regime di Tito. Senza aver chiara la storia della Jugoslavia, non si può comprendere come si sia arrivati a quei livelli di violenza.
Il secondo capitolo tratta più nello specifico i casi degli stupri sulle donne bosniache e gli eventi che portarono all’elaborazione del piano Brana. Viene discussa la contraddizione fra l’ideale di donna socialista e la realtà ultraconservatrice del paese, con la demonizzazione della donna musulmana.
Il terzo capitolo è dedicato ai media e al ruolo che ebbero prima e durante il conflitto. Particolarmente rilevante è notare come la pulizia etnica ebbe inizio negli uffici di radio e televisioni, e nelle redazioni giornalistiche, con la lenta ma inesorabile esclusione di chiunque non fosse serbo.
Porto, infine, le mie conclusioni su un fenomeno che, a detta di molte analisi, non ha mai trovato una vera giustizia nonostante le condanne dei tribunali internazionali. Una opinione che mi sento di condividere appieno.
Alla fine, in appendice, si potrà prendere visione delle risoluzioni Onu più rilevanti legate alla guerra in Bosnia, in particolare la più recente risoluzione 2467 del 23 aprile 2019, che impegna le Nazioni unite nella lotta alla violenza di genere nei conflitti. In ultimo, è disponibile l’ultimo capitolo dell’inchiesta di Giuseppe Zaccaria Noi, criminali di guerra, che parla delle carte del piano Brana e di come sia stato applicato nei campi di prigionia.

Qui la tesi integrale.

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Articolo di Maria Chiara Pulcini

Ha vissuto la maggior parte dei suoi primi anni fuori dall’Italia, entrando in contatto con culture diverse. Consegue la laurea triennale in Scienze storiche del territorio e della cooperazione internazionale e la laurea magistrale in Storia e società, presso l’Università degli Studi Roma Tre. Si è specializzata in Relazioni internazionali e studi di genere. Attualmente frequenta il Master in Comunicazione storica.

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