La donna nella civiltà precolombiana maya e inca

La spedizione spagnola di Hernán Cortés nel sec. XVI provoca la distruzione della società Maya, nata fin dal 250 d.C. «La prima persona che gli Spagnoli incontrarono fu una donna» afferma lo storico Patel. «La prima cosa che pensarono fu: “Quale tipo di società manderebbe una donna come ambasciatrice?” Si rifiutarono di parlarle e dovette essere inviato un uomo, come ambasciatore, nei colloqui con loro».
Presso i Maya le donne, oltre a occuparsi dei figli, della casa e della preparazione degli alimenti, tra cui il mais che è alla base dell’alimentazione, pagano le tasse, portano al mercato la loro merce, lavorano i campi, tessono e filano il cotone, e confezionano gli abiti.

Cynthia Robin, professoressa di antropologia alla Northwestern University, sostiene che «una delle cose che sappiamo sulla società Maya è che prima della conquista spagnola non c’era per le donne quel soffitto di cristallo che invece sembra esserci nella nostra società».
Dalle pitture, sculture e dalle iscrizioni nei geroglifici veniamo a conoscenza di oltre settanta donne aristocratiche Maya, ma di poche si hanno i dettagli biografici. Solitamente queste donne sono mogli o soprattutto madri di re e regnanti, i quali ne fanno menzione quando esse appartengano a una stirpe più nobile rispetto a quella del padre o quando la linea materna è più nobile e riconoscibile in generale.
Pakal il Grande, il più famoso re maya (monarca per ben 68 anni e 33 giorni), afferma di aver ereditato il trono dalla madre Zac Kuk (che chiama Colomba Bianca, una divinità zoomorfa) nel 615, dopo tre anni di reggenza materna. Ma non esistono monumenti che attestino con certezza un periodo di governo da parte di Zac Kuk. Sono davvero pochi i casi in cui figure femminili vengono nominate in quanto regine di grandi città e, comunque, sono reggenze provvisorie, successive alla morte del marito in attesa che il figlio maschio raggiunga un’età compatibile con il trono.

Figurina che rappresenta una donna aristocratica maya

I Maya sacrificano alle divinità le fanciulle, predestinate a morire fin dalla nascita, gettandole nel Cenote, una grotta carsica con un fiume sotterraneo. Appena nate, si schiaccia loro il cranio in modo da affusolarlo e appuntirlo, poi si fissa una pietra tra i due occhi e non viene tolta finché la bambina non diventa completamente strabica.
La tortura non finisce qui. I denti sono progressivamente levigati e resi aguzzi per incastonarvi pietre preziose.
Quando raggiungono i quattordici anni, vengono preparate e vestite con pesanti e fastosi abiti adorni di diamanti e portate su un carro, seguite da tutta la popolazione del villaggio, fino al Cenote dove vengono scaraventate e dove muoiono annegate perché non sanno nuotare e non hanno via di scampo. Le donne indossano solitamente l’huipil, una sorta di blusa lunga e larga che talora scende fino alle cosce, il quechquemitl, un lungo cappuccio che copre il capo e il petto, e la corte, un pezzo di tela avvolto sui fianchi come una gonna. Ai piedi calzano sandali di pelle intrecciata, tenuti assieme da fibre di canapa. Come gli uomini, portano i capelli lunghi, spesso raccolti in trecce o acconciati in varie fogge a seconda dello stato sociale e della propria condizione (nubili o sposate). Sono ampiamente praticati, soprattutto dalla vita in su, tatuaggi colorati, effettuati tramite aguzzi denti di animale. Le donne si tingono per lo più di rosso.

Contrariamente a quello che si pensa, presso gli Inca, la civiltà che ha la sua culla nel Perù, la donna ha un ruolo abbastanza rilevante. Chi onora la donna adora la Madre Terra. Nelle leggende della tradizione religiosa andina, che da sempre vengono tramandate oralmente, si narra che il primo essere umano apparso sulla terra fosse una donna. Nell’antico impero c’è una scuola di alto livello per le donne, l’akllawasi (“la scuola delle prescelte”), gestita dalle mamakuna, donne sagge che sono il fiore all’occhiello della società Inca. Esse insegnano alle donne arte, alimentazione, pedagogia, creatività, etica, religione, sviluppo dell’intuito, difesa della vita.
Fin dai tempi più antichi, le donne godono di una certa autonomia economica e libertà sessuale, praticano la medicina, l’agricoltura, modellano il vasellame e oggetti di uso religioso, e svolgono attività agricole. Il ruolo femminile è sì subordinato agli uomini, ma vi sono anche numerose eccezioni. La caratteristica guerriera di alcune donne è presente nelle leggende riferite a Pachacutec che citano un’eroina, Chañan Curi Coca come importante protagonista della vittoria sui Chanca.

Nell’elezione del governo le donne hanno il diritto di veto: basta il “no” di una sola donna per fermare una candidatura. Inoltre, partecipano attivamente all’esercizio del potere sacerdotale. L’eroe primordiale, Manco, attribuisce alla sorella Mama Ocllo la parte inferiore in cui si trova il tempio del Sole, appena fondato e in cui risiederanno, da allora in poi, sia i sacerdoti sia i futuri re. Alle sacerdotesse è riservato il culto di Mama Quilla, la Luna, considerata la sposa sorella di Inti, il Sole, e importante punto di riferimento della religione incaica.

Accanto al sovrano, il Qhapaq, siede sempre la coya, la regina, la prima delle donne del regno. Il matrimonio ufficiale del sovrano viene celebrato all’atto della sua incoronazione, ed è necessario per l’ascesa al trono regale. È inconcepibile per gli Inca un sovrano senza consorte, così come non può esistere il cielo senza la terra o il Sole senza la Luna. La scelta della Coya coinvolge tutte le famiglie più importanti del Cuzco. Dal tempo di Tupac Yupanqui, forse anche per evitare ogni rivalità, il sovrano sposa una propria sorella instaurando una sorta di incesto regale vietato al resto dei sudditi. Presso i suoi predecessori veniva, invece, scelta una sorella soltanto per parte di padre o una nobile appartenente a una delle famiglie più insigni.

L’Inca supremo e la sua consorte
in viaggio

La sovrana gode della maestà propria del suo consorte e vive con la stessa magnificenza. Ha un seguito numeroso di fanciulle nobili e si sposta soltanto in lettiga, mai a piedi. Presenzia alle funzioni religiose e riceve l’omaggio di tutti i sudditi, anche dei più nobili. Non meno importanti sono i compiti di natura politica. Come riferiscono le antiche cronache spagnole, consiglia il consorte nella conduzione del regno, e spesso prende insieme a lui le decisioni più importanti. Durante le numerose assenze del sovrano, perennemente impegnato in campagne militari, assume lei le funzioni di capo dello Stato. Alla morte del re, è impegnata a difendere il diritto di un figlio alla successione al trono. Le altre nobili, dette Palla, esercitano, seppure in tono minore, le stesse prerogative presso le loro famiglie, ma molte di loro sono scelte come mogli di secondo grado dall’Inca supremo, e in questo caso godono di privilegi quasi uguali a quelli della Coya, soprattutto se partoriscono dei figli di sangue reale. Le figlie del sovrano, le principesse reali, chiamate ñusta, sposano i personaggi più importanti dell’impero, ma una sola di esse è prescelta per divenire Coya, sposando il fratello erede al trono che, peraltro, può eleggerne anche altre a seconde mogli.

La monogamia non è obbligatoria, ma per motivi economici gli uomini possono mantenere solo una moglie. Ecco perché solo tra i nobili vi è l’usanza di avere più mogli. Le donne comuni, una volta sposate, si prendono cura dei figli e della casa, aiutano gli uomini a coltivare i campi e a custodire gli animali, confezionano gli abiti e portano al mercato l’eventuale merce da vendere.
Solitamente le donne Inca si sposano a sedici anni. Sono comuni le prove di matrimonio, simili alle attuali convivenze. L’uomo e la donna stanno sotto lo stesso tetto per qualche anno prima di sposarsi. Dopo il periodo di prova, la donna è libera di tornare dai genitori, e il marito la può mandare via se dall’una e dall’altra parte si nota incompatibilità di caratteri, e quindi la convivenza ha dato esito negativo. Il matrimonio non è una festa, ma un contratto stipulato tra due famiglie. Una volta che il vincolo coniugale diventa definitivo, i coniugi possono divorziare solo se non hanno avuto figli. Quasi sempre le donne sposano uomini della stessa classe sociale. Raramente una donna giovane sposa un uomo più anziano ma di ceto superiore. L’unico modo per una donna di elevare il proprio grado sociale è quello di farsi notare da un uomo di potere. Nel momento in cui scopre di aspettare un bambino prega facendo offerte al dio della gravidanza, Kanopa.
Pare che in alcune parti dell’impero inca, come nelle regioni costiere, ci siano donne curaca (cioè governatrici di un territorio), simbolo evidente di un antico matriarcato. Francisco Pizarro, nella sua prima spedizione in Perù, conosce una di queste nobili amministratrici che lo riceve con tutti gli onori, manifestando chiaramente la dignità di cui è investita.

Ci sono poi quelle chiamate dai cronisti spagnoli “vergini del Sole”, le acllas, che in quechua vuol dire “prescelte”, donne che fin da bambine vivono in speciali monasteri, appositamente costruiti per loro. Sono in numero limitato e si occupano esclusivamente del servizio dei templi e del culto delle divinità. Tutte devono mantenersi caste e vergini vita natural durante, se infrangono il voto di castità perpetua sono sepolte vive.

Le Vergini del Sole
(Guaman Poma de Ayala)

Accanto a loro esiste un altro corpo di donne selezionate per la loro bellezza ed educate per divenire concubine dell’Inca o per essere concesse ai nobili o ai più meritevoli curaca, gli alti funzionari nelle varie province. Le altre, che sono la maggior parte, vengono impiegate per servire le prescelte e per tessere abiti per l’Inca o per la sua Corte e per preparare la chicha, la bevanda fermentata a base di mais che funge da liquore e da offerta per le divinità. Le donne, selezionate nelle varie regioni dell’impero, rimangono per alcuni anni in questi conventi e poi possono fare ritorno, colme di onori, ai paesi di origine e sposarsi, tranne le vere “vergini del Sole” che si consacrano alla divinità per tutta la vita. Anche le donne nobili di Cuzco frequentano questi conventi, ma per un periodo limitato e solo per ricevere un’educazione adeguata. Tra le fanciulle scelte in ogni provincia per essere le “elette”, una parte è destinata a essere sacrificata alle divinità.

Maschera funeraria di una regina maya di Palenque, VII secolo

L’archeologo tedesco Max Uhle, agli inizi del secolo, ha ritrovato molti cadaveri di donne sepolte nei pressi del tempio del dio sole, Inti, nella costa del Perù, e tutte con evidenti tracce di strangolamento. Dopo questa prima importante scoperta sono state rivenute un gran numero di vittime sacrificali dislocate in vari punti della catena delle Ande: nella quasi totalità dei ritrovamenti, i corpi sono apparsi mummificati e perfettamente conservati a causa del clima e, soprattutto, del tipo di terreno tipico di quelle latitudini e altitudini.

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Articolo di Florindo Di Monaco

Florindo foto 200x200

Docente di Lettere nei licei, poeta, storico, conferenziere, incentra tutta la sua opera sulla Donna, esplorando l’universo femminile nei suoi molteplici aspetti con saggi e raccolte di poesie. Tra i suoi ultimi lavori, il libro La storia è donna e le collane audiovisive di Storia universale dell’arte al femminile e di Storia universale della musica al femminile.

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