La più antica comunità italofona in Turchia

Tra il 1300 e il 1922 un impero ha caratterizzato la storia dell’Europa Sud-orientale: quello Ottomano nell’attuale Turchia, discendente per lo più dalle comunità mercantili. “Ottomano” deriva dal turco Osmanlï ovvero appartente a Osman I Ghazi, fondatore e quindi eponimo dello Stato e della dinastia che costituì in Bitinia (regione dell’Asia Minore, limitata dai mari Nero e di Marmara, dal Bosforo e da alcuni corsi d’acqua) un principato che si espanse tra l’Europa Sud-orientale, l’Asia Occidentale e il Nord Africa. La fase di massima ascesa fu raggiunta con Maometto II (1451-1481) che, conquistando Costantinopoli nel 1453, pose fine all’Impero romano d’Oriente. L’espansione continuò nei Balcani e in Grecia e fece dell’impero una delle più grandi potenze del Mediterraneo, divenendo il punto di riferimento politico del mondo islamico.

La posizione geografica della Turchia tra il Vicino Oriente e l’Europa mediterranea contribuì ad accrescere la distribuzione regionale e lo sviluppo produttivo, in cui ebbero giovamento gli scambi fra le culture, favorendo una grande tolleranza tra le diversità culturali, sociali e religiose. Alle sorti dell’Impero ottomano si legano quelle della popolazione detta Italo-levantina, così erano definiti infatti quanti vivevano in Turchia ma erano di origine italiana. Insediatisi nel Mediterraneo orientale fin dai tempi delle Crociate e delle Repubbliche Marinare, soprattutto nella capitale dell’Impero bizantino sulle rive del Bosforo, fondarono importanti colonie commerciali. Provenienti dalle più importanti città portuali come Bari e Otranto, le diverse comunità ebbero colonie commerciali a Costantinopoli, Smirne e in altri porti dell’Impero d’Oriente; Genova e Venezia costituirono popolosi quartieri che furono oggetto di massacro nel 1182 da parte dell’esercito bizantino. La presenza latina si ricostituì dopo la Quarta crociata (1204), sostenuta dalla città di Venezia che condusse alla conquista di Costantinopoli.
Tra i luoghi turchi legati alla presenza italo-levantina c’è l’antico insediamento realizzato dalla repubblica di Genova nel 1348; all’interno nell’omonimo distretto del centro storico di Beyoğlu a Istanbul è collocata la torre di Galata (in turco Galata Kulesi), un torrione in pietra di epoca medievale costruita dai Genovesi; a nord del Corno d’Oro, luogo di grande importanza strategica, già in epoca bizantina si avvistavano le navi straniere anticipando l’inizio delle procedure di difesa contro il fuoco nemico. A ricordarci la storia della costruzione, una targa commemorativa rievoca la riconsegna dell’avamposto dei “Ceneviz” (Genovesi), nel luogo in cui il 29 maggio 1453, sotto la guida di Giorgio Gennadio Scolario II di Costantinopoli, furono consegnate a Maometto II (Mehmet II Fātih, Il Conquistatore) le chiavi di Bisanzio, l’attuale Istanbul, nuova capitale. Pur essendo di religione islamica Maometto II permise di ristabilire il patriarcato ortodosso e assicurò la libertà di culto ai cristiani di Galata, concedendo loro di continuare le attività commerciali e assumere il ruolo di custodi del commercio internazionale all’interno dell’impero.

La maggior parte della popolazione di origine latina si rifugiò nell’isola di Chio nell’Egeo nord-orientale, chiamata anticamente Scio e dominata ancora dai Genovesi che parlavano un dialetto coloniale, il Chiotico. In seguito, quanti erano fuggiti decisero di rientrare a Istanbul, ma le leggi che disciplinavano la permanenza degli stranieri erano state cambiate per cui  non era più permesso di rimanere nella città oltre un anno; chi prolungava la permanenza perdeva lo status giuridico di straniero e non poteva più lasciare il Paese, divenendo suddito dell’Impero ottomano come coloro che erano rimasti. Nel 1566, con la conquista turca del più importante possedimento genovese dell’isola di Chio, il sultano concesse i privilegi previsti da particolari accordi internazionali alla cittadinanza degli Stati occidentali all’intera “nazione latina” esistente nell’impero.
Successivamente le capitolazioni furono estese ai sudditi del Regno di Sardegna, del Regno delle due Sicilie e del Regno d’Italia facendo arricchire commercialmente la comunità italo-levantina nei secoli successivi; a sua tutela sul territorio vi erano i propri rappresentanti consolari e diplomatici che si esprimevano in base ai relativi ordinamenti e non alla legge islamica. Il rientro del popolo latino creò una situazione singolare: membri della stessa famiglia spesso si ritrovarono con status giuridici diversi; Maometto II, per motivi legati allo sviluppo economico prevalentemente gestito da tale comunità, decise di prolungare da uno a dieci anni la dimora, una sorta di allungamento dei diritti e benefici di cui avevano goduto durante l’Impero bizantino dopo la presa di Costantinopoli, prima Genova, poi Venezia, in seguito Firenze e Ancona; fu stabilito così un accordo che favoriva entrambe le parti.

Per fermare il lento declino internazionale e contrastare le mire indipendentiste delle varie etnie, il sultano Abdülmecid I, con le nuove riforme politiche che presero il nome di Tanzîmât nel 1839, proclamò l’uguaglianza di tutti i sudditi senza distinzione di religione e nazionalità, la garanzia del rispetto alla loro vita e al patrimonio, un modo per regolare e stabilire il pagamento delle tasse. Dalla metà del XIX secolo ai primi del XX secolo, grazie a queste riforme e al clima favorevole che si era costituito, un considerevole numero di persone raggiunse la Turchia in cerca di lavoro e di una vita migliore.
La comunità italiana era suddivisa in tre gruppi: il primo era composto da chi era già presente a Costantinopoli, il secondo quello più numeroso era composto dai nuovi arrivati e il terzo era formato dagli operai in cerca di lavoro nei grandi cantieri come per la rete ferroviaria Damasco-Medina dove la manodopera straniera era molto ricercata. Si stabilirono per lo più a Smirne e Costantinopoli; col passar del tempo questo gruppo divenne una vera e propria casta, definita “Magnifica comunità di Pera”. Vivevano tra Pera e Galata oggi Beyoğlu, un elegante quartiere dove sono edifici in stile neoclassico e Art Nouveau, detto Pancaldi; pare che il nome “pani caldi” derivi secondo alcune fonti dalla presenza nella zona di panetterie, mentre per altre il nome proviene da un italiano di Bologna che trasferitosi a Costantinopoli aprì un caffè, luogo di ritrovo per parecchi compatrioti.
Nel territorio ottomano le società industriali italiane erano all’incirca una cinquantina, fra queste ricordiamo: la Casa Ansaldo che costruì due torpediniere e trasformò la flotta ottomana, le fonderie Dapei già presenti dal 1835, la fabbrica di mattoni Camondo dal 1874, oltre a distillerie, industrie alimentari e sartorie, mentre nella capitale prosperavano varie attività di assicurazioni, banche, case editrici, negozi di ottica. La presenza italiana in campo economico e culturale ebbe molto rilevanza, da ciò la diffusione di istituzioni civili e religiose come chiese, conventi, scuole, ospedali e orfanotrofi nati dopo la legge del 1867 che autorizzava il diritto di proprietà.

La vita della comunità italiana si svolgeva intorno ad alcune associazioni fra cui l’Associazione Artigiana di Pietà fondata nel 1838 per aiutare le persone più povere; nel 1863 nacque la prima filiale dell’Alleanza Israelitica Universale, la Rispettabile Loggia Italia all’Oriente di Costantinopoli, sorta con i favori del Grande Oriente di Torino e sostenuta dall’ambasciatore del Regno d’Italia. La società Dante Alighieri era un centro sociale e culturale che operava attraverso iniziative per l’istituzione di scuole, l’organizzazione di pubbliche conferenze e la promozione della lingua italiana.
Nella società Operaia italiana di mutuo soccorso, oltre a condividere gli ideali e la nostalgia, ogni socio facoltoso faceva delle donazioni mensili destinate ai membri bisognosi. Tra i documenti negli archivi di “Casa Garibaldi” è ancora conservata la corrispondenza tra i due Presidenti: Giuseppe Garibaldi, effettivo, e Giuseppe Mazzini, onorario. Tra le personalità italiane più in vista ricordiamo: Giuseppe Donizetti (Bergamo 1788-Isranbul 1856), fratello del famoso Gaetano, musicista, compositore e autore del primo inno nazionale ottomano in onore del sultano Mahmud, il cui titolo era Marcia Mahmudiye; Fausto Zonaro, nominato pittore di corte, autore di opere come Il reggimento di Ertuğrul sul ponte di Galata; Leonardo Di Mango, ritrattista, le cui spoglie sono oggi conservate in stato di abbandono nel cimitero latino di Feriköy; Raimondo D’Aronco, uno dei più grandi architetti del periodo Liberty.
Il loro successo diplomatico derivò grazie alla carica trasmessa da padre in figlio di “dragomanno”, ovvero quegli interpreti europei e del Vicino Oriente che svolgevano la loro funzione nelle ambasciate e nei consolati (vedi Vitamine vaganti n.122). Attorno a questa comunità antica ruotavano la condivisione della fede cattolica e la predisposizione commerciale verso le terre d’origine e il continente africano. Nei primi anni del XX secolo la visione cosmopolita ebbe una repentina fine, infatti le sollecitazioni nazionalistiche sia italiana che ottomano-turca allontanarono le due comunità spingendole ad una definitiva rottura. Le famiglie italiane durante la guerra del Dodecaneso non ebbero conseguenze, anzi, ottennero la massima protezione, ma nel corso della guerra in Libia del 1911-12, il governo ottomano rispose all’invasione italiana di Tripoli decretando l’espulsione delle persone di origine italiana, soprattutto quelle residenti a Costantinopoli, eccetto gli operai incaricati alle costruzioni ferroviarie, gli ecclesiastici e le vedove. Molti per evitare il rimpatrio preferirono optare per la cittadinanza ottomana; il maggior numero degli espulsi furono rimpatriati nei porti di Ancona, Napoli e Bari, da ciò dipese quindi la fine di quella comunità italiana.

Levantine e levantini, anche se giuridicamente opposti, erano una sola famiglia con la stessa cultura, lo stesso spirito, le stesse abitudini, lo stesso modo di pensare e di parlare. Dovevano saper parlare il greco, la lingua parlata degli europei in Oriente, ma anche il francese, l’italiano e il turco; la popolazione di origine italiana, per pareggiare le lacune della propria conoscenza del greco, grecizzava i vocaboli secondo l’etimologia delle parole greche derivanti dall’italiano, arricchendo la koinè (la lingua comune greca). Una ricca famiglia di mercanti e banchieri di Venezia assieme ai levantini francesi aprì la prima banca dell’impero, la Banque de Constantinople; la “Sublime Porta”, espressione che denominava il governo ottomano, in particolare l’ufficio del Gran visir e quello delle relazioni con l’estero, aveva infatti bisogno di molti crediti e questa Banca, grazie alla capacità di finanziare il Sultano, aveva ottenuto molti privilegi e l’unicità di alcuni porti, ma tutto ciò finì con la nascita della repubblica, compresa la figura del dragomanno.
La Grande Assemblea Nazionale, tramite alcuni emendamenti, il 29 ottobre del 1923 proclamò la nascita della Repubblica Turca e ne elesse il presidente Kemal Ataturk, modificando molte cose sia dal punto di vista dei privilegi sia sul piano religioso, strutturando la società turca in una Nazione emancipata e progredita. La nascita della repubblica determinò dunque il disfacimento causato dai disordini tra Turchia e Grecia che erano iniziati dalla fine della Prima guerra mondiale; l’instabilità e la paura sollecitarono migliaia di individui tra cui i levantini a lasciare definitivamente il Paese.

Oggi gli italo-levantini di Smirne contano 1500-2000 unità, a causa del calo demografico e dell’apertura verso la società turca con i matrimoni misti, un tempo vietati; ultimi testimoni di questa comunità rimasti a vivere nella città cosmopolita nonostante il crollo dell’Impero Ottomano e la nascita della Turchia moderna. Il cimitero cattolico di Feriköy realizzato nel 1853 nel quartiere Pancaldi che prende il nome di Pangalti Fransiz Latin Katolik Mezarlığı, oggi, è il luogo in cui si denota maggiormente il declino e dove sono disposti sepolcri in stile architettonico diverso, separati da sei piazze e vicoli che portano i nomi dei santi. Qui si trovano i mausolei delle grandi famiglie levantine e i numerosi monumenti eretti in onore dei soldati italiani e francesi morti durante la guerra di Crimea (1853-56) e della Prima guerra mondiale (1914-18); i resti dei soldati italiani di fede cattolica sono custoditi in un ossario a forma di piramide. Sulle lapidi le iscrizioni sono in diverse lingue: italiano, francese, caldeo, siriano, albanese, tedesco, greco, polacco e cecoslovacco che testimoniano l’integrazione da sempre presente a Istanbul. Malgrado tutto, l’identità culturale e la loro presenza storica è ancora tanto apprezzata e presente nella complessità della Turchia contemporanea e lega l’Italia al mondo mediterraneo.

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Articolo di Giovanna Martorana

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Vive a Palermo e lavora nell’ambito dell’arte contemporanea, collaborando con alcuni spazi espositivi della sua città e promuovendo progetti culturali. Le sue passioni sono la lettura, l’archeologia e il podismo.

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