(Ri)-creare il femminile e il maschile. I linguaggi dei mass media e gli stereotipi di genere

La questione della rappresentazione di genere nei mass media è un importante tema di ricerca e di riflessione, oggetto della mia tesi di laurea. Accanto a una ostentata parità formale, normata e sostenuta dalla Costituzione italiana, accanto ai dati che dimostrano la presenza di eccellenze femminili in settori strategici della politica, dell’economia e della ricerca, le donne subiscono quotidianamente, nei media, una rappresentazione violenta e spesso distorta della loro immagine.
Analizzare il linguaggio dei mass media e gli stereotipi di genere è stato il mio obiettivo fin da quando, al secondo anno del mio corso di laurea triennale, ho iniziato a seguire il corso di lingua inglese che si occupava di trattare tematiche relative a Gender and Ethnicity in Intercultural Communication. Nella vita di tutti i giorni si è soliti a non dare peso e importanza a determinati aspetti considerati ovvi e scontati, che in realtà costituiscono elementi fondamentali dell’esistenza dell’essere umano. La questione di genere è tra questi: non è così semplice e ovvia come sembra. Se esaminiamo gli aspetti della vita e tutto ciò che ci circonda, scopriamo che quasi tutti sono connotati in base al genere.

Basta guardarsi intorno per poter osservare come la società rappresenti in modo distinto e a tratti dicotomico gli uomini e le donne, i cui interessi e ruoli e le cui caratteristiche sembrano essere in opposizione. Fin da piccoli, gli individui sono indirizzati verso il loro genere di appartenenza, a partire dalla nascita quando l’attribuzione del colore rosa alla femminuccia e il celeste al maschietto è ancora pratica diffusa. Ancora prima che il bambino o la bambina nascano, i genitori penseranno all’arredamento della cameretta. La stanza del maschio sarà di colore blu con toni vivaci, mentre la stanza della femminuccia sarà rosa con colori più tenui. Si inizia, dunque, con la scelta del colore della cameretta, del colore dei primi vestitini, dei giochi per passare allo sport, alla lettura, fino ad arrivare alle decisioni più importanti come la scelta degli studi e del ruolo lavorativo. Orientare le scelte di gioco, di studio e di vita in base al sesso di appartenenza e non in base alle personali inclinazioni è una componente alla base della creazione di stereotipi di genere.

Cosa significa essere donna ed essere uomo? Come si definiscono i confini tra maschile e femminile? Quali sono le differenze culturali e quali sono quelle genetico/biologiche? Come vengono rappresentati uomini e donne nella società e nei mass media? Riflettendo in modo più accurato e approfondito, ripercorrendo il nostro vissuto, troveremo difficoltà a dare una risposta coerente e sensata, poiché spesso inconsciamente, o forse senza rivolgere la giusta attenzione, tendiamo a distinguere nettamente l’uomo dalla donna e a vivere come “femmine” o come “maschi”. Seguiamo la corrente, ci facciamo trasportare da quella che è vista come la “prassi”, ma che in realtà nasconde profonde differenze che si trasformano in stereotipi di genere. Mi sono resa conto che sono davvero molte le situazioni in cui si parla di maschi o femmine, spesso con la convinzione che tutto ciò che si sostiene sia scontato e indubbio, e sono molte le volte in cui non si tiene in considerazione la singolarità della persona ma si tende a classificarla ragionando attraverso degli schemi mentali che categorizzano gli uomini in un modo e le donne in un altro.

Per poter comprendere meglio la questione di genere è necessario analizzare i concetti che sono alla base di questa tematica e prendere in esame i vari aspetti della stereotipizzazione dell’essere femminile e maschile. A titolo introduttivo, ho pensato possa essere utile una breve rassegna dell’impostazione della tesi, strutturata in introduzione, capitoli, conclusioni e bibliografia.
Il primo capitolo analizza le due dimensioni a cui possono essere ricondotte le differenze tra uomini e donne: la dimensione del sesso e la dimensione del genere. Il sesso fa riferimento alle caratteristiche biologiche e anatomiche degli individui, mentre con il termine genere si intende il processo di costruzione sociale delle differenze biologiche. Il termine indica dunque i tratti sociali e culturali che danno significato al sesso, qualificando il comportamento, gli atteggiamenti e il vissuto in termini di mascolinità e femminilità. Essendo il genere una costruzione sociale, esso varia da cultura a cultura, è relazionale, sociale, flessibile e mutabile. Judith Butler, nel 1990, nel suo libro Corpi che contano analizza il concetto di performance sottolineando come il sesso non è un dato corporeo su cui si innesta il genere come costruzione sociale, ma è piuttosto una norma culturale di potere. Gli esseri umani inscenano nel corso della loro vita performance di genere, iterano comportamenti che li assoggettano alle norme di genere. Il genere è dunque uno stile corporeo, una serie di atti, una strategia culturale, una ripetizione e una simulazione. Il rapporto tra l’aspetto sociale e quello biologico è una tema molto denso, centrale per molti anni nel dibattito femminista.

Tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, le studiose femministe hanno esplorato la complessa tematica della relazione tra genere e potere, focalizzandosi soprattutto sulla subordinazione femminile e sulla produzione e istituzionalizzazione del dominio maschile. Nel 1949 Simone De Beauvoir pubblica Il Secondo Sesso, un testo ancora seminale in merito alla condizione femminile. La celebre affermazione «Donna non si nasce, lo si diventa» sintetizza la riflessione di De Beauvoir, sottolineando come non è lo status biologico e psicologico a definire il destino della donna, è il suo status sociale e storico. Essere donna e essere uomo non è una condizione innata, ma piuttosto una costruzione sociale, fortemente influenzata dai valori che la società intende trasmettere. Sulla scia di De Beauvoir, Gayle Rubin, antropologa americana, afferma che il sesso, come noi lo conosciamo, è una costruzione sociale e formula il concetto di “genere sessuale”.

Attraverso quest’analisi emergono inoltre gli stereotipi di genere, i quali contribuiscono a mantenere lo status quo e le differenze di potere tra gruppi e influenzano le aspettative dei singoli nei confronti di un determinato gruppo sociale. Una parte di questo capitolo è dedicata all’espressione “sessismo linguistico”, introdotta negli anni Sessanta-Settanta negli Stati Uniti nell’ambito degli studi sulle manifestazioni della differenza sessuale. I gender studies si sono sviluppati a partire dagli anni Settanta con la pubblicazione del libro di Robin Lakoff, Language and the Woman’s place del 1975, la quale afferma come il nostro comportamento linguistico riflette i nostri sentimenti e le nostre percezioni. Nel suo libro intende mettere in evidenza l’ingiustizia che spesso si afferma nella nostra società tra il ruolo delle donne e quello degli uomini, sostenendo come la discriminazione linguistica verso le donne si può evidenziare in due modi: nel modo in cui la lingua viene insegnata e nel modo in cui la lingua tratta le donne.

Vi sono stati diversi approcci che hanno cercato di eliminare o per lo meno attenuare forme di sessismo linguistico. Nella lingua inglese si individuano due strategie per raggiungere la parità di genere, l’una opposta all’altra. La Gender-neutralization propone la neutralizzazione di specifiche marche di genere riferite a referenti umani, come ad esempio l’eliminazione dei suffissi -ette e -ess (actress). La Gender-specification di contro propone l’utilizzo di marche di genere simmetriche a seconda che il referente sia un uomo o una donna, ossia l’eliminazione dell’uso generico del pronome maschile he in favore di he e she. Alcuni cambiamenti linguistici hanno avuto grande eco, altri sono stati fallimentari; l’aspetto da prendere in considerazione è che hanno permesso alla società di comprendere come il significato di certi usi linguistici rispecchiasse l’egemonia derivata dal gruppo culturale dominante, in questo caso quello maschile.

Il secondo capitolo si sofferma sul processo di socializzazione al genere e sui principali agenti sociali quali genitori, maestri/e, coetanei/e che concorrono al processo di sviluppo e apprendimento, svolgendo un ruolo rilevante nella costruzione e riproposizione di stereotipi di genere. Dalla nascita, il bambino/a inizia a conoscere e ad apprendere modi di sentire, di parlare, di interagire, di comportarsi che ne determinano, dal punto di vista sociale e culturale, l’appartenenza sessuale. L’educazione è una delle tappe essenziali nel percorso di socializzazione, apprendimento e crescita di un bambino/a. Il gioco costituisce un aspetto rilevante dell’evoluzione infantile e contribuisce alla maturazione, alla socializzazione e allo sviluppo dell’attività affettiva e mentale.

A tal proposito, vi è ancora la convinzione secondo la quale esistano giochi “giusti” e giochi “sbagliati”, ossia giochi per i maschietti e giochi per le femminucce. Questo fenomeno è facilmente osservabile nelle pubblicità per bambini/e, nei cataloghi dei giocattoli e nelle vetrine degli stessi negozi di giochi, nei quali è visibile una differenziazione dei giocattoli in base al loro genere di appartenenza. Allo stesso modo, analizzando la letteratura infantile, in particolare alcune fiabe classiche e alcune immagini proposte negli albi illustrati per l’infanzia emerge una visione stereotipata dei ruoli di genere e una conseguente visione semplicistica e a tratti dicotomica del femminile e del maschile. Il ruolo di genere è rappresentato da determinate aspettative sociali e ruoli culturalmente determinati relativi a come gli uomini e le donne si dovrebbero comportare in una determinata società, cultura e in dato periodo storico.

Il terzo capitolo espone quanto i mezzi di comunicazione di massa abbiano un forte potere di condizionamento degli individui e appare ancora diffusa una rappresentazione asimmetrica della donna e dell’uomo che concorre in maniera significativa alla costruzione di stereotipi di genere. Nell’ambito della pubblicità commerciale è attualmente dominante un’idea della donna legata a immagini tradizionaliste e stereotipate e una concezione del rapporto tra uomo e donna in cui quest’ultima ha ancora un ruolo subalterno, inferiore e ipersessualizzato. Analizzando alcune pubblicità tra cui lo spot di Magnum Temptation del 2007, è possibile notare come il più delle volte ci troviamo immersi nella società dell’immagine, in cui il corpo esposto, alluso, mitizzato, manipolato, gioca una parte determinante. A questo proposito l’impegno dell’Art Directors Club Italiano è proprio rivolto a smascherare la pubblicità sessista. L’intento è quello di contribuire a modificare modalità di comunicazione, che pur lecite formalmente, possono favorire il consolidarsi di stereotipi negativi e il deteriorarsi della cultura collettiva. Il Manifesto espone come la sessualità e il nudo non siano caratteristiche da eliminare o di cui vergognarsi, lo è piuttosto il modo in cui vengono sfruttati a scopo commerciale, per attrarre maggiormente l’attenzione del pubblico e verso un determinato prodotto.

Il quarto capitolo è dedicato agli stereotipi di genere nelle pubblicità per l’infanzia. Oltre ad avere l’obiettivo esplicito di indurre il desiderio per un determinato prodotto, la pubblicità trasmette informazioni “implicite” che possono diventare parte del mondo del bambino o bambina. I modelli di comportamento e le relazioni sociali mostrati in televisione rappresentano uno scenario che in molti casi si sostituisce a esperienze e relazioni reali e che diventa per bambine/i parte di una stessa percezione costruttiva, attraverso cui apprendono notizie utili per la vita. La pubblicità rivolta all’infanzia appare caratterizzata dalla tipizzazione e stereotipizzazione del genere femminile e del genere maschile. In particolare l’analisi si è concentrata sul filone delle Fashion Dools nate con l’obiettivo di incarnare i sogni delle bambine contemporanee. Le Bratz e le Winx tendono ad assolvere le funzioni di assuefare le bambine ai valori dell’apparenza, del divismo, del successo economico e del conformismo. Le due bamboline incarnano ed enfatizzano un certo stereotipo della figura femminile: giovani donne intente a prendersi cura del proprio corpo, cercare di essere perfette esteticamente, affermare la propria esistenza grazie alla bellezza e alla perfezione, essere popolari circondate dalle amiche che la sostengono, mostrarsi civettuole e ipersessuate, dedicarsi morbosamente allo shopping e al consumo in generale. Il fenomeno di ipersessualizzazione femminile è osservabile anche nei concorsi di bellezza tra cui Little Miss America, in cui si esplicita un’immagine delle bambine come donne in miniatura.

Analizzando il programma emergono alcuni elementi significativi attraverso le interviste che vengono fatte alle mamme e alle bambine. Dalle testimonianze è stato possibile osservare come le mamme in particolare vivano questo concorso con forte senso di competizione, una gara ha chi ha la figlia più bella e talentuosa. Viene trasmesso il messaggio secondo il quale il valore della bellezza si traduce in successo, notorietà e talento. Una visione totalmente differente si può notare nell’immagine delle nuove bambole gender-fluid della linea di giocattoli Creatable World ideata da Mattel, che decostruiscono gli stereotipi di genere trasmettendo un’immagine della donna e dell’uomo libera da ogni aspettativa e pregiudizio. L’obiettivo è quello di creare una visione più aperta, indirizzata verso una cultura dell’inclusività, con l’intento di trasmettere a ogni bambino/a il desiderio di giocare senza alcuna etichetta di genere, a proprio piacimento, creando bambole personalizzabili. L’idea da cui parte il vicepresidente di Mattel per il lancio della nuova linea di giocattoli gender fluid è quella di immaginarci come “tele bianche” su cui è possibile lavorare costruendo un’immagine di sé in base a quello che vogliamo essere, quello che ci rende felici, che ci fa stare bene con noi stessi/e.

Il quinto capitolo si basa sulla decostruzione degli stereotipi di genere attraverso l’analisi di alcuni spot pubblicitari che cercano di trasmettere un messaggio gender-fluid. Con l’espressione inclusive advertising si indica quell’insieme di pubblicità, spot e videoclip che aprono le porte a nuove categorie di soggetti e che non si focalizzano solo su alcuni ritratti di uomo e donna stereotipati. La prima barriera che la pubblicità inclusiva cerca di abbattere è quella che riguarda la contrapposizione tra i ruoli arbitrariamente attribuiti alle donne e agli uomini. Secondo le indicazioni date dalla Advertising Standard Authority, l’organo non governativo che nel Regno Unito si occupa di regolamentare l’industria pubblicitaria, per essere considerata accettabile come inclusive advertising una pubblicità non deve avere l’intento di proporre scenari in cui vengano ritratti stereotipi di genere o limitazioni legate alla propria condizione di uomo o donna. Il primo spot che viene preso in analisi è quello di Audi, nel quale è osservabile una decostruzione di stereotipi che ruotano intorno al mondo dei giocattoli e dunque alle caratteristiche attribuite ai bambini e alle bambine.

Lo spot di Nike Dream crazier, narrato dalla campionessa di tennis Serena Williams, ha invece l’intento di esaltare alcune caratteristiche difficilmente associate alla donna quali competizione, aggressività, tenacia per mostrare come la donna al pari degli uomini è forte, coraggiosa, sa lottare, farsi valere e non per questo debba essere considerata “pazza”, caratteristica più volte ripetuta nello spot. La pazzia è infatti attribuita alle donne come una connotazione positiva, viene vista come chiave per le vittorie personali e i cambiamenti sociali. Invece, lo spot di Gillette mostra un uomo “nuovo”, mettendo in mostra tutte le caratteristiche positive che un uomo può trasmettere, allontanandosi da una maschilità egemone nella quale la donna è subordinata e inferiore. L’ultimo spot I’m no angel è una campagna provocatoria lanciata dalla stilista di lingerie Lane Bryant con le sue modelle curvy contro gli angeli di Victoria’s Secret. L’intento è quello di rompere lo stereotipo estetico delle donne belle in quanto magre, slanciate, attente alla perfezione, stereotipo ben visibile in molte pubblicità e programmi televisivi analizzati precedentemente.

Qui la tesi integrale: https://toponomasticafemminile.com/sito/images/eventi/tesivaganti/pdf/159_Poggio.pdf

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Articolo di Federica Poggio

Dopo la maturità in lingue ha deciso di intraprendere gli studi presso l’università di Torino in Comunicazione Interculturale. Conseguita la laurea, si è iscritta al corso magistrale in Organizzazione e marketing per la comunicazione d’impresa all’università La Sapienza di Roma. Ama stare a contatto con la natura e la sua grande passione è insegnare nuoto ai bambini durante il tempo libero, dopo aver preso il Brevetto FIN.

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