L’accoglienza di studenti ucraini nelle scuole italiane e l’educazione alla pace

In tantissime scuole d’Italia sono presenti bambine e bambini fuggiti dall’Ucraina e arrivati nel nostro Paese dopo viaggi lunghi ed estenuanti. I loro vissuti emotivi segnalano smarrimento, insicurezza, paura, nostalgia e perdita e a tutto questo carico emotivo si aggiunge anche la barriera della lingua. Che cosa fare e come comportarsi? Il Ministero dell’Istruzione ha diffuso finora due note contenenti le indicazioni e le risorse previste per garantire il diritto allo studio e il supporto psicologico a bambine e bambini, ragazze e ragazzi in fuga dai territori coinvolti nella guerra in atto, ma le scuole sono di fronte a un fenomeno inedito, dove non è sufficiente la lunga esperienza di accoglienza di studenti stranieri. Chi arriva in Italia dall’Ucraina, infatti, non è un/una migrante e non intende esserlo se non per il tempo necessario per il ritorno della pace. Quali sono gli aspetti più problematici da affrontare? Come sviluppare un percorso di accoglienza? Come relazionarsi con loro e con gli adulti di riferimento? Come organizzare l’attività didattica per favorire il loro inserimento nella classe?

Le indicazioni ministeriali
La nota del Ministero dell’istruzione n. 381 del 4 marzo 2022 ha ribadito la necessità che le nostre scuole assicurino alle/ai minori stranieri l’adempimento dell’obbligo formativo attraverso un sistema di tutele e garanzie in materia di diritto all’istruzione per tutti e tutte, di diritto d’accesso ai nostri servizi educativi nazionali ma anche e principalmente una partecipazione attiva alla vita delle comunità scolastiche e territoriali. La nota ha posto in primo piano il tema dei bisogni e delle fragilità di chi è stato costretto dalla guerra a lasciare in fretta e in furia le città, i familiari e la propria abitazione, affidandosi a un destino incognito, buio, certamente di sofferenza psicologica e fisica sia per le atrocità che portano dentro gli occhi e nei cuori che per le privazioni che caratterizzeranno la loro vita.

Il 24 marzo il Ministero dell’Istruzione ha poi diffuso un’ulteriore nota nella quale è stato sottolineato come questi alunni e queste alunne dovrebbero iniziare un percorso d’inclusione avendo la certezza di trovarsi in una scuola accogliente, in grado di far suo e porre al servizio della comunità un modello di progressiva inclusione nel sistema educativo, al di là della lingua e al di là delle conoscenze a cui sembrano attaccati irriducibilmente alcuni/e docenti.
Se da una parte si sta assistendo a una corale risposta solidale per accogliere i profughi e le profughe in arrivo dall’Ucraina, dall’altra in questo diffuso agire occorre non trascurare che coloro che giungono nelle nostre scuole hanno sperimentato fatica, freddo, paura, spaesamento, separazioni, traumi. Si trovano per di più in un contesto culturalmente e linguisticamente nuovo, in cui sono precipitati nel giro di pochi giorni e l’accoglienza va dunque pensata con un approccio soffice, poco rumoroso, intimo e lontano dai riflettori, ricordandosi che tutto il mondo dei profughi e delle profughe ucraine è scomparso in un soffio. Sono persone che hanno bisogno di tempo ed è pertanto essenziale che la scuola conceda loro il tempo lento dell’educazione e dell’apprendimento, senza nessuna frenesia d’insegnamento; occorre anzitutto ridare loro un ambiente scolastico che possa diventare luogo fisico, culturale e relazionale di recupero dalle fratture, cura delle ferite, in cui riabilitare la speranza e la prospettiva del futuro, inteso come promessa e non come minaccia.

La scuola deve prepararsi per il lungo periodo e ciò deve essere sottolineato non per generare sconforto ma in quanto è ragionevole prospettare che diverso tempo dovrà trascorrere prima del possibile ritorno: comunque questa guerra finisca, occorrerà tempo per ricostruire case, scuole, ponti, fabbriche, ospedali, strade, infrastrutture, reti. Tutto ciò che costituisce un paese moderno sta andando in fumo e certamente non si potrà far tornare chi è fuggito fra le macerie: ragionare sull’emergenza del qui ed ora è prioritario, ma pedagogicamente occorre anche prospettare l’azione nel lungo periodo perché l’aiuto, il sostegno, il supporto non vengano mai meno.

La nota ministeriale sottolinea anche che, nell’accoglienza, può accadere di dare senza chiedere nulla ma queste sono situazioni da evitare, perché chi arriva deve sentirsi a sua volta portatore di doni, ricco di cose da dare agli altri, non mendicante alle nostre porte e pertanto occorre che ciascun/a esule venga messa in condizione di donare agli altri qualcosa di sé.
La questione è complessa perché va cercata la specificità di ciascuna/o, come singolo e come comunità ed è fondamentale che chi arriva trovi accoglienza in un ambiente che valorizzi la propria peculiarità e chieda di scambiare qualcosa. Ad esempio, l’Ucraina ha un corpus di canzoni popolari tra i più ricchi al mondo e con l’aiuto di adulte/i profughi o residenti potrebbero essere da loro donati canti tradizionali. Questo popolo, inoltre, ha infinite varianti di zuppe (il famoso borsch) che stanno al passo con le tante varianti italiane e una bella gara di zuppe con le ricette delle nonne potrebbe essere una proficua attività.
Allo stesso modo, nella nota viene suggerito di porre attenzione a non mortificare chi è in fuga dalla guerra, di non usare il termine “poverino/a” o simili, perché è un modo inconsapevole di prendere le distanze. Sentire la sofferenza altrui come propria non significa necessariamente capire quello che provano: noi siamo qui, al caldo, al sicuro (auspicabilmente) e soltanto coloro che hanno vissuto la Seconda guerra mondiale possono comprendere davvero quello che questi/e giovani hanno subito e subiscono.

Occorre inoltre prestare attenzione a che, nell’elaborazione di traumi e lutti, non abbia a inserirsi il lupo, ovvero l’odio per il nemico. Con ciò non si vuole certo confondere chi aggredisce e chi viene aggredito, ma a scuola la strada non può essere quella del disprezzo: quali che siano le convinzioni personali, mai davanti agli alunni e alle alunne dovranno essere usate espressioni di odio, né verso la popolazione russa, essa stessa imprigionata in una situazione di impotenza, né verso chicchessia. Molti anni del progetto Scuola per la pace hanno arricchito la conoscenza e la riflessione delle/dei docenti italiani, occorre ora recuperare quella competenza per aiutare questi bambini e queste bambine a crescere libere dall’odio, perché l’odio è il peggiore e il più pericoloso dei veleni.
La scuola italiana ha tradizioni consolidate di accoglienza, tuttavia ogni storia si presenta con caratteristiche proprie e il mondo di oggi non è quello del secolo scorso. Il mondo digitale consente di accedere a una numerosa documentazione didattica e, al tempo stesso, di fare memoria dell’attività scolastica in corso di svolgimento: testimonianze, documentazioni, riflessioni, scambi, generano cultura e sono risposte alla guerra che preparano alla pace.

La pedagogia dell’emergenza offre risposte flessibili, tempestive, centrate sui bisogni reali: l’insegnante – così come il mondo adulto della scuola e quello con essa cooperante – è necessario sia tutore/tutrice della resilienza, non soltanto in relazione al portato traumatico, allo stress dei soggetti, ma anche all’esperienza di shock culturale e linguistico. Gli apprendimenti e i processi di socializzazione andranno dunque agiti in una direzione che accolga al contempo le proposte delle pedagogie dell’emergenza e interculturale e, soprattutto nell’accoglienza, lo spontaneo impulso all’aiuto andrà governato con la ponderazione delle azioni da compiersi: ponderare non significa ritardare l’essenziale, quanto piuttosto assumere le determinazioni necessarie avendo contezza degli effetti, bilanciando con ragionevolezza e buon senso rischi e benefici.

Esperienze di accoglienza e di educazione alla pace nelle scuole
A scuola si realizzano pace e democrazia nei gesti e nei comportamenti quotidiani e in questo periodo il corpo insegnante sta dedicando ancora più tempo e spazio alla costruzione della pace. Abbiamo scelto alcune esperienze che ci sono parse significative, in cui la pedagogia dell’emergenza si interseca con l’educazione alla pace, generando un reale processo di inclusione che giova a tutto il contesto coinvolto nel processo di accoglienza.
Sonia Coluccelli insegna in una scuola primaria di Omegna, una cittadina della provincia del Verbano Cusio Ossola dove, dall’inizio del conflitto in Ucraina a oggi, sono arrivate 90 persone, di cui 60 fra bambine e bambini e 30 adulte/i. In queste settimane, Sonia Coluccelli e le sue colleghe hanno accolto nella loro classe prima una bambina e due bambini di 6 anni in fuga dalla guerra e Cristina Zivelonghi, in un’intervista presente sul sito della casa editrice Erickson, le ha chiesto di raccontare come sta andando l’inserimento e questa esperienza di accoglienza.

«La nostra è una classe molto piccola ed è stata scelta per l’inserimento di bambini ucraini per via del metodo didattico che seguiamo, il metodo Montessori. Per il tipo di didattica che facciamo, con tanti canali di apprendimento diversificati, non solo verbali, possiamo offrire un’accoglienza più attenta. La bambina e i due bambini sono arrivati accompagnati dalle loro mamme, mentre i papà sono rimasti a combattere in Ucraina. Un bambino e una bambina, con le rispettive mamme, si sono ricongiunte con le nonne che già abitavano qui, mentre un altro bambino con la sua mamma è ospitato da una famiglia ucraina che già da tempo risiede qui. Al momento stanno facendo comunità tra di loro, si cercano, giocano, litigano e il rapporto con il resto della classe rimane in secondo piano. Non parlando e non capendo l’italiano, l’ostacolo linguistico si è fatto sentire subito e quindi hanno iniziato ad avvicinarsi alla nostra lingua anche grazie ai materiali che abbiamo a disposizione, soprattutto quelli che abbinano immagini e parole. Un’altra cosa che ho notato in loro è il grande senso di insicurezza: chiedono spesso di andare a casa dalla mamma, perché l’assenza della mamma mette loro ansia: chissà se temono che i bombardamenti possano arrivare fino a qui. Credo non abbiano bene la percezione di quanto siamo lontani dall’Ucraina e dalla zona di guerra, il che è anche normale, alla loro età». «L’obiettivo – continua Coluccelli – è quello di dare loro un contesto di normalità e infatti stiamo dedicando molto tempo all’inserimento, guardiamo insieme le lettere, le sillabe e le parole italiane con il coinvolgimento di tutta la classe, ma non li sottoponiamo a richieste pressanti per quanto riguarda le attività scolastiche o l’apprendimento dell’italiano. L’inserimento di questi bambini e di questa bambina è stato fatto d’urgenza, in una situazione che richiedeva rapidità di risposta e ora il colloquio con le famiglie sarà fondamentale anche per capire da che contesto vengono».

Un’altra interessante esperienza è quella proposta da Elisabetta Nanni, docente di educazione musicale all’IC Trento3 che, sempre a Cristina Zivelonghi di Erickson, racconta com’è partito il progetto dei flashmob musicali e come si è diffuso nelle scuole italiane e oltre confine. Inizialmente l’idea di Nanni era che i suoi alunni e le sue alunne, in gruppo, battessero mani e piedi a ritmo scandendo a voce lo slogan “Peace – no war!”: alcuni ritmi erano stati già provati a casa durante i giorni di chiusura della scuola per il Carnevale, proprio mentre iniziavano ad arrivare le prime immagini della guerra in Ucraina con tutta la loro forza dolorosa.
Al rientro in classe, l’idea dell’insegnante è stata quella di trasformare l’esercizio in qualcosa di più ampio, che coinvolgesse tutta la scuola e magari che potesse essere allargato anche ad altre Istituzioni scolastiche. Il confronto con le classi nelle parole dell’insegnante: «Le ragazze e i ragazzi si sentivano impotenti, sopraffatti dall’idea della guerra, pensavano che non ci fosse nulla che potevano fare ma ho voluto fornire lo stimolo ad agire dicendo che questa era l’occasione per far sentire la loro voce, per dire no alla guerra. Poi hanno visto che caricavo su YouTube alcuni tutorial di basi ritmiche, in modo che potessero essere condivise anche da altri e allora hanno capito che ci credevo e a un certo punto si sono sbloccati». Il flash mob è stato lanciato attraverso i social il 4 marzo e ha raccolto fin da subito l’adesione di tantissime scuole di tutta Italia, a oggi oltre 140 di ogni ordine e grado, ma anche dell’Istituto Italiano di Madrid.

Con l’avvio dell’iniziativa e l’arrivo delle adesioni da parte di tante scuole cambia anche l’atteggiamento delle classi, che hanno iniziato a sentirsi più coinvolte e a parlare di più della situazione, di guerra, di pace, di democrazia. Conclude Nanni: «L’obiettivo principale dell’iniziativa era quello di fare le cose insieme, un’abitudine che purtroppo con il Covid abbiamo perso in gran parte. Il messaggio di pace passa anche attraverso attività come questa perché, nel caso delle body percussion, si allenano le capacità di ascoltare l’altro e di seguire il suo ritmo e si affinano le capacità di dialogo e confronto, come succede quando sono le ragazze e i ragazzi stessi a creare dei moduli ritmici e devono mettersi d’accordo su come iniziare e finire le percussioni».

Fino a poco tempo fa, quello della pace era percepito come un valore forse un po’ astratto, ma con lo scoppio della guerra in Ucraina la nostra sensibilità è aumentata. Ma come si educa concretamente alla pace? E come si può fare educazione alla pace quando a parlare sono le armi? Eva Pigliapoco, che quest’anno lavora con due classi quarte e due classi quinte alla scuola Pascoli di Modena, spiega così il concetto di educazione alla pace: «A volte a scuola si pensa di aver lavorato sulla pace perché si è dedicato del tempo a disegnare colombe, a colorare la bandiera della pace oppure a cantare o a scrivere dettati e poesie. Sono tutte attività buone, però perché possano incidere su bambini e bambine vanno inserite in un contesto di senso molto più ampio che è quello della quotidianità scolastica fatta anche di fatica, come quando si deve scegliere come gestire i conflitti all’interno della classe o quando si lavora per aiutare a sviluppare il controllo delle reazioni emotive e a crescere emotivamente». Continua Pigliapoco: «A scuola utilizziamo da sempre il circle time, un metodo che dà anche l’occasione per risolvere eventuali conflitti perché nel gruppo classe, disposto in cerchio, si prende la parola a turno senza essere interrotti e quando si finisce il proprio intervento la si passa a chi sta accanto. È un metodo che insegna a riflettere, a non rispondere d’impulso, ad ascoltare gli altri e le altre. Un’altra attività che facciamo è quella dell’angolo della pace: in un angolo della classe, bambini e bambine che hanno litigato tra loro si trovano per risolvere insieme le loro conflittualità».

Un altro docente, Ivan Sciapeconi, che quest’anno segue due classi quinte sempre alla scuola Pascoli di Modena, esprime così il suo punto di vista su come trattare l’argomento guerra-pace in classe: «Noi adulti per primi facciamo fatica a capire questa guerra e la guerra in generale, perché la guerra è una cosa incomprensibile. Quello che dovremmo riuscire a fare è cercare di evitare la retorica, le semplificazioni e di dare una spiegazione che non abbiamo, perché gli adulte devono restare affidabili. Una cosa molto semplice che possiamo fare, e che può portare a un recupero di serenità, è stare dalla parte della solidarietà, darsi da fare, per esempio, per raccogliere dei beni di prima necessità, far vedere che dietro questa guerra c’è la possibilità di uscita, di dare una mano in senso positivo e cooperativo».

Il docente riferisce infine di un’esperienza vissuta in aula quest’anno: «La guerra in Ucraina è iniziata quando qui da noi era Carnevale e la mia classe si è posta il problema: ma possiamo festeggiare mentre i nostri coetanei e le nostre coetanee sono sotto le bombe? È partita una discussione, qualcuno ha detto che la guerra non è uno scherzo e qualcun altro ha detto: “Proprio perché la guerra non è uno scherzo dobbiamo utilizzarlo come slogan di Carnevale” e così hanno organizzato dei flash mob e altre attività in cui hanno utilizzato questo slogan. Mi è parso un modo assolutamente positivo di rispondere a questa situazione».

Strumenti a supporto dell’integrazione comunicativa e linguistica

L’Associazione nazionale Comuni d’Italia (Anci) Lombardia Salute ha predisposto due tavole in Caa (Comunicazione aumentativa e alternativa) con le scritte in ucraino affiancate a immagini grafiche che ne esplicano il significato, a supporto delle attività di accoglienza in cui tutti, a partire dai Comuni, sono coinvolti in questi giorni. Le tavole, pensate inizialmente per l’utilizzo all’interno delle aziende ospedaliere e nei pronto soccorso, permettono di descrivere diverse situazioni riguardanti lo stato di salute generale.

Inoltre, l’Unicef Italia ha realizzato il nuovo Kit Compagni di classe, uno strumento che contiene indicazioni, idee e consigli sull’accoglienza e l‘inclusione. Il Kit è composto da una sezione di mediazione linguistica per facilitare la comunicazione, che comprende un breve glossario italiano-ucraino con frasi base per esprimere i propri bisogni, fogli con disegni e parole rappresentanti diversi ambiti della vita quotidiana e la proposta di una serie di attività ed esercizi che coinvolgano tutta la classe, con l’obiettivo di utilizzare linguaggi comprensibili e validi per l’accoglienza e l’integrazione dei nuovi compagni e delle nuove compagne, dei loro bisogni e delle loro emozioni.

Infine, Psicologi per i Popoli OdV dell’Emilia Romagna ha pubblicato il Libricino per la Pace e la Speranza, in italiano/ucraino, frutto dell’impegno del Tavolo di lavoro Emergenza Ucraina, di cui si riporta un bellissimo e significativo passaggio:
Le nostre mani sono felici di offrirvi quello di cui avete
bisogno per vivere qui, anche se sappiamo che il nostro
miglior pane non sarà mai buono quanto quello fatto con
l’amore e il grano della propria terra.

Il materiale può essere reperito qui:
Anci Lombardia:
https://anci.lombardia.it/dettaglio-news/20223101457-emergenza-ucraina-anci-lombardia-salute-elabora-tavole-di-comunicazione-aumentativa-e-alternativa-a-supporto-delle-attivit%C3%A0-di-accoglienza/
Unicef Italia:
https://drive.google.com/file/d/1fKb23ENgGGlrjt98vE10KN1viZEA_-ns/view?usp=drive_web&authuser=0
Psicologi per la pace Emilia Romagna:
https://drive.google.com/file/d/10Q5FNt432g7d06roT9DPmKlh4l_iO63p/view?usp=drive_web&authuser=0In copertina. Accoglienza di bambine e bambini ucraini in una scuola primaria.

***

Articolo di Serena Del Vecchio

Laureata in Giurisprudenza e specializzata nelle attività didattiche di sostegno a studenti con disabilità, è stata docente di discipline economiche e giuridiche e ora svolge con passione la professione di insegnante di sostegno. Ama cantare, leggere, camminare, pensare, suonare la chitarra e ha da poco intrapreso lo studio dell’arpa celtica, strumento che la aiuta a ritrovare pace e serenità interiore.

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