Il dolore femminile: influenze negative su milioni di pazienti e la loro salute

È opinione comune che le donne sentano meno dolore degli uomini, o che siano capaci di sopportarlo meglio. È il frutto di un ragionamento apparentemente logico: il corpo femminile sembra fatto per soffrire, come dimostrano il ciclo mestruale e il parto; in linea con la nostra tendenza a pensare che il mondo operi secondo logiche a noi comprensibili, è ovvio credere che la natura o una divinità creatrice abbia dotato le donne degli strumenti adatti a sopportare l’inevitabile malessere che comporta avere genitali femminili. Tuttavia, questa idea parte da un presupposto non basato su dati oggettivi, ma da pura speculazione. Anzi, i dati scientifici paiono dire esattamente il contrario: le donne sono più soggette a dolori cronici nel corso della loro vita e sono in generale più sensibili quando stanno male o subiscono ferite; inoltre, l’ambiente sociale gioca un ruolo enorme nel come uomini e donne gestiscono il loro dolore sia a livello fisico che psicologico e sul come lo mostrano al mondo. Quello che traspare guardando i dati, quindi, non è che donne e uomini soffrono alla stessa maniera, o che le donne soffrono meno: il dolore delle donne viene “solamente” sminuito o peggio ancora dato per scontato e ignorato.

Quanti “normali dolori del ciclo” si sono poi rivelati essere condizioni come l’endometriosi? Quanto dolore durante il rapporto sessuale è stato spiegato essere legato alla condizione psicologica della donna, per poi scoprire essere derivato da patologie come la vulvodinia? A quante puerpere viene ancora negata l’epidurale perché non si può essere considerate vere madri se non si soffre partorendo? Quante volte i cambiamenti sul corpo e le potenziali conseguenze della gravidanza vengono tenute nascoste, col risultato che numerose donne non hanno gli strumenti adatti per affrontare psicologicamente eventi come lo squarcio dell’area intima a seguito della nascita di figlie e figli, incontinenza, perdita di capelli e/o denti dovuta agli sbalzi ormonali, e moltissime altre condizioni che rendono l’idea della gravidanza assai meno attraente di come viene invece presentata? Quante diagnosi di appendicite sono arrivate in ritardo perché il dolore veniva ricondotto al ciclo e all’eccessiva “drammaticità” della donna? Perfino i sintomi del ciclo mestruale vengono sminuiti, spesso anche da altre donne: sopportare i mal di testa, il senso di gonfiore, gli sfoghi cutanei, i problemi intestinali senza prendere medicinali che possano alleviare questi disturbi è visto come una prova di forza, mentre le donne che assumono antidolorifici sono di frequente accusate di essere esagerate, di mentire per poter essere pigre senza subire rimproveri.

È bene ribadirlo: non c’è alcun dato scientifico che indichi che le donne sentano meno dolore; ce ne sono invece fin troppi che mostrano quanto il loro dolore venga ignorato o sminuito. Il perché di questo atteggiamento trova la sua risposta non nella scienza, ma in una singola frase della Bibbia: Genesi 3, 16: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli». Su questo singolo versetto si fondano secoli di accuse, vergogna e derisione verso le donne e il loro dolore, la giustificazione per il non ricercare cause più profonde dei malesseri, con conseguenze a volte mortali. E la scienza, che non esiste in un vuoto, non poteva essere immune da secoli di sermoni e scritti in cui le donne erano costantemente infamate per la colpa di Eva: semplicemente, cercò le prove del pregiudizio non nella religione, ma attraverso il metodo scientifico. E siccome per lungo tempo sono stati in maggioranza uomini ad occuparsi di scienza, venne a crearsi un paradosso: ad occuparsi della salute delle donne e dei loro genitali erano persone che quei genitali non li avevano; e quando le donne descrivevano il loro dolore questo era ignorato o sminuito perché non osservabile a occhio nudo dai medici maschi.

Ignaz Semmelweis

Il caso più esemplare e drammatico fu l’improvviso aumento dei casi di morti da parto nell’Ottocento per la cosiddetta febbre puerperale, le cui cause rimasero per anni un mistero. Fu il medico ungherese Ignaz Semmelweis a scoprire la verità dietro questa “misteriosa” malattia, pagando perfino un caro prezzo per un’intuizione che salvò migliaia di vite. Di origini tedesche, Semmelweis nacque nel 1818 a Taban, un quartiere nella parte Buda di Budapest; di famiglia agiata, avviò i suoi studi in medicina nel 1838, dopo aver tentato legge per un anno. Ottenuta la laurea nel 1844, decide di specializzarsi in ostetricia dopo aver fallito l’esame per diventare medico internista; divenne assistente del professor Johann Klein all’Ospedale generale di Vienna a partire dal 1846. Qui erano presenti due reparti di maternità: il primo aveva un’incidenza di febbre puerperale del 10% sul totale delle pazienti; il secondo appena il 4%.

Questo fatto era risaputo in tutta la città, al punto che le donne incinte preferivano partorire per strada se l’alternativa era farsi ricoverare nel primo reparto. Semmelweis fu perplesso nel constatare che la febbre puerperale non sembrava manifestarsi con incidenza maggiore nei parti avvenuti per strada, un fatto in diretto contrasto con le conoscenze del tempo; era inoltre molto preoccupato per l’alta incidenza della febbre nel primo reparto rispetto al secondo, nonostante in entrambi lo staff operasse con le stesse metodologie. Iniziò a indagare per conto proprio, ma senza arrivare a risultati significativi. Fu la morte del suo collega e amico Jacob Kolletschka che gli permise di comprendere cosa stesse accadendo: il medico era morto in seguito all’infezione di una ferita causata accidentalmente da uno studente mentre stavano studiando un cadavere; l’autopsia mostrò che il quadro clinico di Kolletschka era identico a quello delle donne morte di febbre puerperale. Semmelweis si convinse che doveva esserci un legame fra i cadaveri e la febbre. Quando notò che gli studenti e i dottori che sezionavano i defunti andavano poi ad operare sulle pazienti nel primo reparto di maternità, i pezzi del puzzle andarono al loro posto: la febbre puerperale era causata dal trasferimento di patogeni dai cadaveri alle partorienti attraverso i medici stessi.

Per provare la sua teoria, Semmelweis impose delle disposizioni che oggi sembrano banali, ma che ai tempi furono sconvolgenti: lavarsi le mani prima di entrare nel reparto con una soluzione di cloruro di calce e cambiare sempre le lenzuola tra un parto e l’altro. I risultati furono eccezionali, con un crollo delle morti ridotto al 2% nel giro di un anno.
Tuttavia, l’idea che i dottori potessero essere gli untori fu un’onta per la Vienna del tempo, specie se dimostrato da un ungherese: Klein si impose per non far rinnovare il contratto di Semmelweis e cercò in ogni modo di limitare il diffondersi della sua scoperta. Oppresso dal mondo medico del tempo, Semmelweis cadde in una profonda depressione, dovendo essere ricoverato in manicomio nel 1861, dove venne picchiato dalle guardie durante una crisi: morì poche settimane dopo di setticemia.

L’orgoglio e l’impossibilità di poter vedere a occhio nudo la causa della febbre puerperale furono il principale ostacolo che si pose alla diffusione dell’intuizione di Semmelweis, anche se la diminuzione delle morti delle partorienti sarebbe dovuta bastare come prova. Fu necessaria la dimostrazione della contaminazione batterica da parte di Louis Pasteur nel 1864 per poter riabilitare Semmelweis e poter dare un aiuto decisivo alle future madri.
È interessante e scoraggiante notare che in tutta la disputa il benessere femminile non venne preso mai in considerazione se non da Semmelweis. Viene automatico chiedersi quante donne si sarebbero potute salvare se la loro salute fosse stata al primo posto nelle priorità dei dottori. Ed è qua il punto: il benessere del paziente e soprattutto delle pazienti non è mai la priorità, la storia lo ha dimostrato molte volte. E per le donne, a cui spesso viene insegnato a soffrire in silenzio, è ancora più vero.

Fortunatamente, ad oggi in molte e in molti si stanno impegnando per poter cambiare le cose: sono nate numerose associazioni per diffondere informazioni riguardo a patologie poco discusse, come Fondazione Italiana Endometriosi e Associazione Italiana Vulvodinia; grazie a internet sono state diffuse le testimonianze sugli abusi subiti dalle puerpere in sala parto come epidurali negate senza un valido motivo, cesarei senza anestesia, ferite nella zona esterna dei genitali non ricucite adeguatamente; è sempre più accettato parlare di ciclo mestruale in pubblico, e delle sue sintomatologie – in particolare, da notare il diffondersi di simulatori del parto come challenge virale su internet: degli elettrodi sull’addome mandano impulsi elettrici che portano i muscoli a contrarsi dolorosamente, simulando un parto o un ciclo mestruale a seconda dell’intensità; moltissimi uomini che hanno partecipato alla challenge erano sconvolti nel constatare che dolori che li avevano messi in ginocchio sembravano non avere alcun effetto sulle donne. Il livello di intensità del dolore era lo stesso, le donne erano solo abituate a conviverci. Nessun essere, però, dovrebbe convivere col dolore se evitabile. Ed è speranza di tutte/i noi che, grazie alle voci che si stanno adesso innalzando, la scienza medica possa dedicare la giusta attenzione al dolore femminile.

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Articolo di Maria Chiara Pulcini

Ha vissuto la maggior parte dei suoi primi anni fuori dall’Italia, entrando in contatto con culture diverse. Consegue la laurea triennale in Scienze storiche del territorio e della cooperazione internazionale e la laurea magistrale in Storia e società, presso l’Università degli Studi Roma Tre. Si è specializzata in Relazioni internazionali e studi di genere. Attualmente frequenta il Master in Comunicazione storica.

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