Stupri di guerra, ancora

2022, Ucraina. Ancora una volta assistiamo all’orrore antico giustificato dai carnefici, ancora una volta registriamo il solito ipocrita stupore dei mezzi d’informazione.
«Il caso Budanov (un colonnello russo che rapì e stuprò una ragazza cecena) – scriveva Anna Politkovskaja nel suo libro La Russia di Putin – era assurto a banco di prova della nostra società: i soldati e gli ufficiali che ogni giorno in Cecenia uccidono, saccheggiano, torturano e stuprano sono dei criminali comuni o dei criminali di guerra? O sono, piuttosto, paladini inflessibili autorizzati all’uso di qualunque mezzo in una guerra globale, dove il fine giustifica i mezzi a cui si ricorre?»

Da sempre i corpi delle donne sono campi di battaglia – non solo metaforici – di cui sono posta, ostaggi e vittime. In un’ancestrale sintassi di genere i corpi degli uomini diventano armi, i corpi delle donne confini simbolici dell’onore nazionale. Quando la cultura patriarcale si salda con il nazionalismo, l’ordine simbolico raffigura allegoricamente la patria o come una fanciulla depositaria dell’integrità della nazione, con l’uomo/eroe chiamato a difenderla dal tiranno e dall’invasore, o come una madre depositaria delle virtù positive e del prezioso onore, in grado di nutrire di valori etico-politici i propri figli/cittadini/carne da macello.
Orrore nell’orrore, componente sistematica di tutti i conflitti, lo stupro di guerra, pratica sordida spesso autorizzata o almeno permessa dalle gerarchie, non si limita a umiliare una singola donna, ma contaminando il suo corpo vuol disonorare e annichilire la nazione del nemico sconfitto; è un marchio indelebile che cementa l’odio tra i gruppi, è un copione di vergogna nelle guerre degli uomini, è un segno dell’intreccio antico tra cultura militare e identità maschile. Fa parte, come scrive Monica Lanfranco su Micromega, della «sconvolgente contabilità della guerra».

La donna è sempre stata considerata proprietà dell’uomo quindi lo stupro, prima che una violazione del suo corpo, è la violazione della proprietà del vero nemico: un altro uomo. Questo tipo di stupro poi deve avere un impatto non solo sulla vittima ma su tutto il suo gruppo: per questo avviene spesso in pubblico. La madre è stuprata davanti ai bambini, la moglie davanti al marito, la figlia davanti ai genitori.
Tramite l’ingravidamento coatto la comunità dei vinti viene definitivamente umiliata, estraniata da se stessa perché contaminata. Costringere le donne stuprate a generare prole del nemico ha un valore potente. Il nemico non può fare patti, non può più contrattare la pace: la sua è una resa totale in quanto non possiede più un valore di scambio.
Gabriele D’Annunzio nel 1903 compone Maia. Sottotitolo, Laus Vitae. Al superomismo e all’elogio della guerra si accompagna in modo “naturale” la celebrazione dello stupro etnico: «Le vostre vergini molli le soffocheremo nel nostro amplesso robusto. Sul marmo dei ginecei violati sbatteremo i pargoli vostri come cuccioli. Il grembo delle madri noi scruteremo col fuoco, e non rimarranno germi nelle piaghe fumanti».

Delle donne degli sconfitti violentate e portate in patria come legittime prede di guerra parlarono Omero (è l’incipit dell’Iliade), Euripide, Erodoto, Tito Livio. Dalle antiche Sabine fino al genocidio armeno, fino alle ragazze yazide di Mosul o alle scolare nigeriane, gli uomini si sono battuti per farne bottino. Nel Medioevo il saccheggio e lo stupro erano in molti casi la ricompensa per i soldati che non ricevevano una paga adeguata: ancor oggi accade in Sudan. La conquista dell’America fu caratterizzata dal genocidio della popolazione indigena da parte dei conquistatori spagnoli, dalla sottomissione dei sopravvissuti, dallo stupro e dalla servitù sessuale della componente femminile delle popolazioni originarie.In tempi più vicini a noi la storia degli orrori ha funestato tutto il secolo breve. I giapponesi applicarono sistematicamente gli stupri in Cina nel 1937: nella sola Nanchino furono tra i 20mila e gli 80mila e a subirli furono anche bambine e anziane. In Belgio e in Francia nelle prime fasi della prima guerra mondiale si registrarono numerosi stupri da parte di soldati tedeschi, documentati da organizzazioni internazionali e da associazioni femministe. Nel 1919 a Versailles si decise di procedere contro i colpevoli introducendo il reato di “crimine contro l’umanità”, ma di fatto solo pochi processi furono istituiti. La seconda guerra mondiale vide il moltiplicarsi di episodi simili sulle donne dei popoli vinti: ricordiamo le “marocchinate” perpetrate dai goumiers francesi in Italia, in particolare nel Lazio, nel 1943/44, o gli stupri di tedesche commessi dai soldati sovietici tra l’aprile e il settembre 1945. I numeri sono difficili da verificare con certezza ma si parla di 100mila casi nella sola Berlino e di due milioni in tutta la Germania.
Nel 1949, nella Convenzione di Ginevra, vennero esplicitamente menzionati gli stupri, considerati però un attacco all’onore e al pudore, non delitti contro la persona. Solo nel 1996 vennero definiti crimini di guerra.Allo stesso modo agiscono le dittature. In Argentina, in Uruguay e nel Cile di Pinochet la violenza sessuale imperversò nella seconda metà degli anni ’70 del XX secolo e all’inizio degli ’80. Essa venne sistematicamente praticata dai gruppi paramilitari sulle donne arrestate perché ritenute in qualche modo oppositrici dei regimi dittatoriali.
Come non c’è data, non c’è confine.
Nel 1971 in Bangladesh 200mila donne furono violentate da soldati pachistani. Nella civile Europa si stima che nella guerra dei Balcani degli anni ’90 tra le 20mila e le 50mila donne furono violentate dai soldati serbi (nel 2015 centinaia di slovene, serbe, montenegrine, bosniache, macedoni, kossovare si incontrarono a Sarajevo, dando vita al Tribunale delle Donne sui crimini di guerra).
Le Nazioni Unite calcolano che più di 60mila donne siano state stuprate durante la guerra civile in Sierra Leone (1991-2002), più di 40mila in Liberia (1989-2003), almeno 250mila nella Repubblica del Congo durante gli ultimi 12 anni di guerra, 95mila fra il 2001 e il 2009 durante il conflitto in Colombia. Si è calcolato che nel genocidio del Rwanda (in tre mesi del 1994) siano state violentate tra le 250 e le 500 mila donne e bambine. Identica vicenda di violenza in Ciad, dove si stuprarono le rifugiate dal Darfur.

Secondo il Rapporto mondiale 2014 sull’Iraq, le donne sono state prese di mira da tutte le forze militari – quelle di sicurezza governative e quelle islamiste – stuprate e torturate anche allo scopo di intimidire o punire i membri maschi della famiglia. Da anni si parla di stupri di massa in Siria, nei lager per profughi in Libia. Le migranti vengono violentate a mo’ di pedaggio per entrare in Europa.

Leggere Marcello Flores (a cura di), Stupri di guerra, la violenza di massa contro le donne nel Novecento, FrancoAngeli, Milano 2010.

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Articolo di Graziella Priulla

Già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

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