Quel senato del paleolitico 

Era il 1987. Non si taggava o linkava, né si twittava né tantomeno si downloadava. 
Spedivamo le lettere con buste e francobolli, telefonavamo dall’apparecchio fisso, compilavamo sulla macchina da scrivere articoli, libri e tesi di laurea, portavamo i rullini delle foto a sviluppare.  
In TV guardavamo le previsioni del tempo di Bernacca e la serie televisiva di Sandokan. Moriva Claudio Villa e Morandi a Sanremo cantava Si può dare di più. Nei cinema si proiettava Dirty dancing. Usciva sul mercato la prima Fiat Panda. La velocità del primo Pendolino pareva un miracolo. 
Dopo Chernobyl, si votava a valanga per abolire il nucleare. Cominciava il processo per la strage di Bologna. Berlusconi non era ancora sceso in campo; c’era al governo Craxi e il muro di Berlino era ancora lì. Il premier russo Gorbaciov era l’uomo dell’anno.  
Le donne del PCI scrivevano la Carta delle donne, Diotima pubblicava Il pensiero della differenza sessuale. La prima Presidente della Camera entrava nella storia. 
Era il 1987, dicevo.  
In quell’anno che oggi pare così lontano l’autorevole linguista Alma Sabatini venne incaricata dalla Presidenza del Consiglio dei ministri di stilare delle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana (libretto che oggi si trova facilmente in rete): mostrava che non esistono motivi linguistici per cui la base delle parole debba essere il maschile, o si debbano volgere al maschile i nomi delle professioni o delle cariche quando siano riferiti a una donna.  
Non si tratta – spiegava – di sovvertire la grammatica o il lessico, bensì il modo scorretto in cui vengono utilizzati. L’abitudine inveterata non è altro che il residuo dell’antico androcentrismo. Non è affatto ovvio che uno dei due generi, in funzione di non si sa quale privilegio, sia inteso come paradigma dell’intera umanità e usato come ‘universale’ o ‘sovraesteso’ o ‘generico’, o abbia ‘funzione bivalente’. 
La regola grammaticale parve allora così limpida, da non poter suscitare dubbi o incertezze: in italiano non esiste il neutro. Se si parla o si scrive di un essere animato di sesso femminile si usa il genere femminile; il parallelo accade per il maschile. Se si dice maestra, si può dire ministra. Assessora suona come signora, avvocata come neonata
Con lentezza, progressivamente, le altre istituzioni si adeguarono. Nel 1994 il dizionario Zingarelli, con un ribaltamento storico, inserì la declinazione al femminile di 800 parole prima riportate solo al maschile. L’Accademia della Crusca, autorità indiscussa in campo linguistico, si pronunciò poi a sua volta senza equivoci, partecipando al Progetto Genere e Linguaggio e stabilendo delle Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo grazie alla professoressa Cecilia Robustelli, fino a pubblicare (2016) una serie di libretti divulgativi in collaborazione con il quotidiano la Repubblica. Molte istituzioni, dagli atenei alle Regioni agli enti locali ai ministeri, pubblicarono Guide pratiche per la scrittura di testi burocratici in funzione sia interna sia esterna, come le istituzioni europee fanno da un pezzo. 
Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua sono state redatte nel frattempo da istituzioni professionali, culturali e religiose, dalla maggior parte delle case editrici, dalle redazioni dei giornali. 

Con un salto d’epoca passiamo al mese di luglio del corrente 2022. 35 anni nella postmodernità paiono un secolo. 
Il Senato della Repubblica italiana, incurante del paradosso di aver sede in un palazzo intestato a una donna (Madama Margherita d’Asburgo), boccia la proposta a prima firma di Alessandra Maiorino (M5S), che raccomanda di «stabilire nel regolamento i criteri generali affinché nella comunicazione istituzionale e nell’attività dell’amministrazione sia assicurato il rispetto della distinzione di genere nel linguaggio attraverso l’adozione di formule e terminologie che prevedano la presenza di ambedue i generi». L’estrema destra chiede e ottiene il voto segreto, facendone addirittura una questione di etica e di coscienza: la coscienza del Senato si dimostra virilmente fedele alle vetuste abitudini. 
Unico in Europa, il nobile consesso continuerà a non accorgersi che comprende (ed è poco) il 35,11% di senatrici, scriverà nei documenti ufficiali senatore donna, oppure il segretario è incinta.  
Che cosa conta il ridicolo, di fronte alla coscienza? 

***

Articolo di Graziella Priulla

Già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

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