I Giochi di Pace e di Gioia. Monaco e l’attacco terroristico

Mancano poche ore all’alba del 5 settembre 1972 e a Monaco è prevista una giornata tiepida e assolata. Otto uomini scavalcano un recinto con borse piene d’armi e si recano al numero 31 di Connollystrasse, una delle vie principali del rinomato villaggio olimpico realizzato in occasione delle XX Olimpiadi: è l’inizio della fine dei Giochi della Pace e della Gioia. La Germania Ovest ripone grandi speranze in questo evento che crede fondamentale per riabilitare la propria immagine a livello internazionale, facendo superare i ricordi della guerra e delle Olimpiadi del 1936 usate da Hitler per glorificare l’ideologia nazista. Sia a livello di costi che di numero di delegazioni e di copertura mediatica deve essere la più grandiosa e imponente olimpiade di tutti i tempi.

Delegazione israeliana – Olimpiadi 1972

L’elemento determinante di questa strategia di riabilitazione è la presenza della delegazione israeliana per i cui atleti, atlete e allenatori non è assolutamente facile gareggiare sul suolo tedesco, perché significa riaprire ferite del proprio popolo, ma anche individuali e familiari. Tuvia Sokolovsky, allenatore di pesistica, ad esempio, è un salvato: tutta la sua famiglia è stata sterminata dai nazisti e lui dichiarerà che fin dal primo momento in cui aveva messo piede sul terreno tedesco, aveva avuto la sensazione di vedere in ogni tedesco adulto il viso degli assassini dei suoi genitori. I fantasmi del passato si sommano alle minacce di un presente difficile e complesso per le e gli israeliani coinvolti in un perenne e continuo scontro con gli stati arabi confinanti, che non riconoscono il loro stato, e con le e i palestinesi che si erano stabiliti nei territori dell’antico stato di Israele dopo la diaspora ebraica ed erano stati costretti ad abbandonarli dopo la nascita dello stato di Israele nel 1948. Sono palestinesi gli otto uomini che scavalcano il recinto del villaggio olimpico di Monaco e il loro obiettivo sono proprio gli atleti israeliani.

I fedayn fanno parte di Settembre Nero, un’organizzazione nata in Giordania nel 1970, che prende il nome dai tragici fatti accaduti proprio nel settembre di quell’anno quando il re giordano Husayn, a seguito di una serie di attentati palestinesi sul proprio territorio, decide di riprendere il controllo integrale del proprio Paese, che aveva accolto le e i profughi palestinesi provenienti dai territori occupati da Israele, e ne decreta l’espulsione ordinando l’intervento dell’esercito. Settembre Nero è una costola di Al-Fath, organizzazione politica e paramilitare palestinese guidata da Yasser Arafat e facente parte dell’ Olp, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina, e ha tra i suoi obiettivi principali quello di vendicarsi dell’esercito giordano, ma anche di portare all’attenzione internazionale la causa palestinese utilizzando il terrorismo come strumento di lotta non solo all’interno dei confini mediorientali, ma anche a livello internazionale.

Sui rapporti tra Settembre Nero e l’Olp molto è stato scritto e non vi è accordo tra storici e analisti; quello che si può dire è che nell’autunno del 1973 Arafat decide di chiudere con Settembre Nero dal momento che è convinto che non sia vantaggioso per la causa palestinese continuare con la strategia degli attentati all’estero. I vertici dell’organizzazione si formano a un corso dei servizi segreti, tenutosi al Cairo nel 1968, dove comprendono l’importanza della forza d’urto del terrorismo urbano e, fin dall’inizio del 1972, Settembre Nero si impone sulla scena mondiale con una serie di atti terroristici e di dirottamenti aerei. La struttura di supporto all’organizzazione è costituita da giovani donne e uomini colti che hanno fatto parte del sistema informativo di Fatah e molte e molti di loro hanno studiato all’American University di Beirut.
A infiammare i vertici di Settembre Nero nei confronti dei giochi olimpici di Monaco è la decisione del Comitato olimpico internazionale di non accogliere la delegazione palestinese e ciò li porta a ideare un’operazione meticolosamente organizzata. Elemento che accomuna alcuni dei palestinesi reclutati nel commando di Monaco è di aver dovuto lasciare le proprie case nel 1948, i più giovani sono addirittura nati nei campi profughi in condizioni di assoluta povertà e senza prospettive di vita; inoltre, un altro aspetto essenziale per il loro reclutamento sta nel fatto di conoscere la Germania per averci vissuto e/o lavorato. L’operazione viene chiamata Iqrit e Biri’mdal nome dei due antichi villaggi arabo-cristiani situati nel nord di Israele evacuati nel 1948 e a cui i palestinesi non avrebbero mai più fatto ritorno.

Cinque degli otto terroristi del commando palestinese

A guidarla c’è Luttif Affif, meglio conosciuto come Issa, 35 anni, militante nato a Nazareth dall’unione di un facoltoso uomo d’affari arabo-cristiano con un’ebrea, laureatosi in ingegneria in Germania, aveva poi aderito prima a Fath e poi a Settembre Nero insieme ai suoi tre fratelli che all’epoca dei fatti erano tutti incarcerati. Il suo vice è Yusuf Nazzal, detto Tony, ha lavorato come cuoco in Germania nonostante la laurea in ingegneria ed è riuscito a farsi assumere nel villaggio olimpico con la medesima mansione. Gli altri membri del commando sono: Mohammed Safady, detto Badran, 19 anni e Jamal Al-Gashey, 19 anni, i più giovani; Adnan Al-Gashey, zio di Jamal; Ahmed Chic Thaa, residente a Berlino e sposato con una tedesca; Khalid Jawade Afif Ahmed Hamid.
Dopo aver scavalcato il recinto con l’aiuto di un gruppo di atleti americani cheli scambiano per colleghi che come loro hanno fatto le ore piccole, gli otto terroristi si dirigono nel cuore del villaggio olimpico dove è ospitata la delegazione israeliana. Dopo aver messo Jamal di guardia, gli altri sette uomini tentano di entrare nell’appartamento n. 1 dove sono alloggiati Amitzur Shapira, preparatore atletico; Kehat Shorr, allenatore dei tiratori olimpici; Andre Spitzer, istruttore di scherma; il già citato Tuvia Sokolovsky; Jacov Springer, giudice di pesistica; Moshe Weinberg, allenatore di lotta libera e Yossef Gutfreund, giudice di lotta.
È proprio quest’ultimo che si sveglia, vede dallo spioncino uomini armati che tentano di forzare la porta, usa la sua stazza, più di 130 kg per 1,95 metri d’altezza, per frapporsi all’ingresso dei terroristi e urla ai propri compagni di scappare. Sokolovsky, il sopravvissuto all’Olocausto è pervaso dallo stesso istinto di sopravvivenza che lo ha reso un salvato e con un guizzo fugge verso la salvezza, per la seconda volta.
Vinta la resistenza di Gutfreund, i terroristi devono affrontare Weinberg che si oppone ai terroristi e per questo viene ferito. Dopo aver preso possesso dell’appartamento 1, i terroristi si dirigono al terzo dove stanno ancora dormendo David Berger, sollevatore di pesi; Zeev Friedman, anche lui sollevatore di pesi; Eliezer Halfin, lottatore; Yossef Romano, sollevatore dipesi; Gad Tsabari, lottatore come Mark Slavin. Gli atleti dell’appartamento 3 vengono condotti con la forza nel primo e, durante il trasferimento, Tsabari riesce a fuggire.

Nel frattempo, Weinberg, nonostante la ferita, assesta un pugno a Badran e riesce ad afferrare il suo fucile, ma viene freddato all’istante. Stesso drammatico destino è riservato a Yossef Romano che si scaglia contro un terrorista, gli strappa l’arma e viene crivellato di colpi: sono le prime due vittime israeliane del commando terrorista che pone come monito il cadavere di Romano al centro della stanza dove gli atleti vengono sistemati e legati. L’intenzione dei terroristi è quella di catturare anche gli atleti israeliani dell’appartamento 2, ma il rumore degli spari permette a questi ultimi di lanciare l’allarme e di salvarsi. A poco meno di un’ora dall’attacco, il sistema diplomatico internazionale è già attivo per affrontare la crisi, ma non si era dimostrato pronto a prevenirlo il sistema di sicurezza messo in campo dalla Germania per le Olimpiadi: il servizio d’ordine del villaggio, infatti, è costituito da guardie, prive di armi e dotate solo di walkie talkie, che indossano una divisa azzurra. Questa scelta, fortemente voluta dai funzionari tedeschi, ha come scopo quello di evitare qualsiasi associazione con il militarismo nazista, ma essa si rivela fatale, una prima falla nel sistema di sicurezza tedesco. Le richieste dei terroristi sono chiare: il rilascio di 234 prigionieri palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane e di due terroristi tedeschi detenuti in Germania, in caso non vengano liberati, Settembre Nero avrebbe giustiziato gli ostaggi.

Chiara e netta risulta essere anche la risposta del governo israeliano interpellato dall’unità di crisi tedesca: nessun rilascio e nessuna apertura nei confronti delle richieste dei terroristi. Inizia una lunga ed estenuante trattativa, che dura fino alle 21 del 5 settembre, descritta nei minimi dettagli nel libro di Simon Reeve, Un giorno in settembre. Monaco 1972. Un massacro alle Olimpiadi, in cui le autorità tedesche prendono tempo; pensano a un assalto; offrono propri esponenti politici di spicco come ostaggi in cambio degli atleti israeliani; cercano disperatamente l’appoggio di paesi arabi come intermediari nelle trattative con i terroristi; insomma hanno ben chiara una cosa: non può succedere ancora, non deve succedere ancora l’uccisione di ebrei in territorio tedesco. Tutto questo accade mentre le telecamere di tutto il mondo riprendono la palazzina di Connollystrasse, il balcone dell’appartamento 1 su cui si alternano i terroristi tenendo con il fiato sospeso milioni di persone e soprattutto i familiari delle vittime: la prima crisi internazionale in diretta mondiale della storia.

Dopo aver preso coscienza che le richieste di Settembre Nero non saranno per nulla accontentate, Issa accetta la proposta delle autorità tedesche di trasferire il commando e gli ostaggi in un paese arabo sensibile alla causa palestinese.

L’aeroporto di Füstenfeldbruck

Viene scelto l’aeroporto di Füstenfeldbruck come luogo del decollo e preparato un Boing 727. Il trasferimento di terroristi ed ostaggi avviene con due elicotteri, l’unità di crisi tedesca organizza però un piano d’assalto per la liberazione degli ostaggi all’aeroporto che presenta molte falle: la convinzione che i terroristi siano cinque invece che otto e la presenza, di conseguenza, di soli cinque tiratori scelti, non adeguatamente posizionati ed equipaggiati; la scarsa illuminazione della pista di atterraggio degli elicotteri che impedisce ai tiratori di colpire efficacemente i terroristi; il rifiuto delle forze dell’ordine tedesche di nascondersi sul Boing 727 per mancanza di sicurezza e l’impossibilità quindi di fermare Issa e Tony che avrebbero dovuto ispezionare l’aereo prima della partenza. Tutto questo determina una situazione caotica che porta a un drammatico conflitto a fuoco e alla morte di tutti gli ostaggi israeliani, di cinque terroristi, di un agente di polizia tedesco e a un elevato numero di feriti tra le forze dell’ordine tedesche, molti dei quali a causa di fuoco amico.

Se la copertura mediatica dell’assedio al villaggio olimpico era stata totale, quello che succede all’aeroporto di Füstenfeldbruck rimane a lungo un mistero per i media internazionali. Intorno alle 23, un uomo con il cappello olimpico, forse un funzionario in borghese o addirittura un semplice spettatore, dai cancelli dell’aeroporto grida che tutti gli ostaggi sono stati rilasciati. Mezz’ora dopo tutte le agenzie di stampa diffondono la notizia e un clima di ritrovata serenità pervade il mondo, in alcune case degli ostaggi addirittura si stappano bottiglie di champagne. Tra coloro che restano interdette e incredule c’è la moglie di Andre Spitzer, Ankie, che attende invano la telefonata del marito.
All’1.30 viene rimesso tutto in discussione, si parla di un “inferno di fuoco” in aereoporto; alle 3.17 la correzione ufficiale arriva dalla Reuters: «Urgente! Uccisi tutti gli ostaggi israeliani catturati dai guerriglieri arabi» e Jim Mckay comunica la notizia al mondo: «Le nostre peggiori paure si sono realizzate stanotte… Sono tutti morti».

Atleti israeliani rapiti e uccisi a Monaco

Quello che segue è il tempo del dolore e del lutto che non impedisce però ai Giochi della Pace e della Gioia di continuare tra sdegnose defezioni, polemiche e di concludersi. Il dolore e il lutto però lasciano il posto in Israele a quello che è ben sintetizzato dal quotidiano allora più letto nel paese, il Ma’ariv con le seguenti parole: «Li colpiremo in casa. La faremo finita con i terroristi e i loro mandanti, con chi li ha aiutati a infiltrarsi nel villaggio olimpico e a introdurvi le armi».

È il tempo della vendetta che si consuma con attacchi simultanei ai confini con Siria e Libano colpendo guerriglieri palestinesi, ma anche profughi, donne e bambini e bambine. Non solo: la Prima Ministra israeliana, Golda Meir, autorizza i suoi agenti segreti a lanciare un’offensiva contro i leader palestinesi e i responsabili dell’attentato di Monaco. L’operazione Vendetta di Dio, che ha ispirato il libro Vendetta. La vera storia della caccia ai terroristi delle Olimpiadi di Monaco 1972 (1984) del giornalista canadese George Jonas e il regista Stephen Spielberg per la pellicola Munich (2005), e Primavera di Giovinezza (l’azione coordinata dal Mossad, finalizzata a colpire i leader palestinesi in Libano) sono il risultato di quest’azione simultanea israeliana. Forse i familiari delle vittime cercavano altro per poter sopportare il dolore immenso della perdita, per trovare una ragione per andare avanti che solo la ricerca della verità può dare. Tutte e tutti sono consapevoli che a uccidere i propri congiunti siano stati i terroristi palestinesi, ma la domanda che si impone nella mente di due donne, Ankie, vedova di Andre Spitzer, e Ilana, vedova di Yossef Romano, è perché non si era riusciti a salvarli.
Sono loro che, con la tenacia e l’ostinazione di chi resta e ha bisogno di conoscere per poter continuare a vivere, cercano le falle del sistema di sicurezza tedesca; si scontrano con la copertura che i funzionari tedeschi tentano di dare alla propria fallimentare gestione della crisi e alla fine ottengono carte e documenti sufficienti per intentare causa al governo tedesco e bavarese per la gestione delle operazioni di salvataggio. Un iter processuale lungo ed estenuante che continua ancora oggi con la minaccia dei familiari delle vittime di boicottare le celebrazioni del 50° anniversario dell’attentato che ricorre quest’anno a causa del risarcimento proposto dal governo tedesco e considerato offensivo. Oltre a questo doloroso percorso giudiziario, le famiglie delle vittime sono state costrette ad affrontare anche i rifiuti di commemorare i propri congiunti da parte del Comitato Olimpico Internazionale.

Anouk Spitzer depone fiori sulla tomba del padre Andre

Una memoria a cui però le e i parenti degli atleti uccisi non hanno mai smesso di dare voce come testimoniano le parole di Anouk Spitzer, figlia di Andre: «È molto importante per me che la gente ne parli e che tutti sappiano. Noi diciamo sempre che loro non uccisero soltanto undici atleti, undici israeliani, ma uccisero il sogno olimpico. Un sogno in cui mio padre credeva davvero».

Un sogno di pace e di speranza che lo sport contribuisce a trasmettere e che quella mattina di cinquant’anni fa dovette fare i conti, come scrive Giorgio Bocca che di quelle Olimpiadi fu inviato speciale, con una delle cento, delle mille pagine di una guerra senza senso di due popoli che hanno vissuto millenni nella stessa terra, che parlano lingue simili e che hanno un dio simile, ma che, aggiungo, non riescono ad abbandonare la logica del possesso in nome dell’appartenenza a una terra e a una storia non contrapposte, ma comuni che se non possono condividere almeno si possano suddividere in quanto ne fanno parte e ne sono una parte.

***

Articolo di Alice Vergnaghi

Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

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