La metà dell’arte. Bourke-White e Hassani

Proseguiamo la serie di articoli sulle sedici artiste presenti nella mostra permanente La metà dell’arte, al palazzo della Procura della Repubblica di Tivoli, curata da Toponomastica femminile, con due artiste che si sono avvalse di nuovi mezzi per esprimersi, una fotografa e una street-artist. Negli ultimi tempi l’arte ha assunto forme sempre più innovative, al di là dei tradizionali strumenti usati in pittura, scultura, architettura, le recenti invenzioni tecnologiche hanno messo a disposizione di artisti e artiste tanti altri mezzi, ed ecco allora nascere, già nella prima metà dell’800, la fotografia, che all’inizio appariva come una rivale della pittura nell’imitazione della realtà, fino alla più recente street-art, che, nata intorno agli anni ‘70 del secolo scorso, si appropria degli spazi pubblici, utilizzando i muri, le strade delle metropoli, per lanciare a chiunque le attraversi messaggi politici, sociali, o anche solo per colorare zone della città, troppo grigie.

Otis Steel Mill, fabbrica di Cleveland, 1928

Margaret Bourke-White (New York, 1904–Stamford,1971)
Pioniera dell’informazione e dell’immagine, pronta a sfidare un contesto lavorativo dominato dagli uomini, Margaret è campionessa di primati: prima a sperimentare la fotografia aerea, e quella industriale, prima fotoreporter di guerra accreditata, prima a riprendere gli orrori dei campi di concentramento, prima a documentare la segregazione razziale in Usa. Iniziò la sua carriera di fotografa a Cleveland, in Ohio, nel 1928. In un primo tempo si dedicò alla fotografia di architettura e a quella industriale: affrontava il calore delle fornaci per mostrare l’incanto delle acciaierie, si arrampicava sui cornicioni dei grattacieli più alti, per scattare foto della città dall’alto. Le acciaierie Otis le diedero fiducia e notorietà.

Ritratto di Stalin, 1930

Cominciò a collaborare con la neonata rivista Fortune e più tardi con la rivista Life. Fu tra i fotografi occidentali ad andare in Unione Sovietica nel 1930 per realizzare reportage sull’industria sovietica. «Sentivo che la storia di una nazione che cercava di industrializzarsi, praticamente da un giorno all’altro, era disegnata su misura per me… Era un’occasione unica per osservare un Paese nel passaggio da un passato medievale a un futuro industriale».
E ottenne il raro permesso di fotografare Stalin.
Suo, infatti, è il primo ritratto non ufficiale del dittatore.

Copertina del n.1 di Life, 1936

Sulla copertina del primo numero della rivista Life, 23 novembre 1936, venne pubblicata una sua foto della diga di Fort Peck, nel Montana: un’immagine che rappresenta in pieno la ricostruzione, nell’epoca del New Deal rooseveltiano.

Sua anche la celebre fotografia scattata dopo la tragedia della grande alluvione del 1937 e dell’esondazione del fiume Ohio che provocò più di quattrocento vittime e mise in ginocchio migliaia di famiglie: una fila di persone di colore, in attesa della distribuzione di un pasto, è sovrastata dalla pubblicità di un’automobile con a bordo la tipica famiglia americana e la frase: World’s highest standard of living.

La fiumana di Louisville, 1937

Per Life è stata corrispondente di guerra durante il secondo conflitto mondiale, al seguito dell’esercito americano, in prima linea. Fu disegnata appositamente per lei un’uniforme che ha sulle mostrine la sigla WC, cioè War Corrispondent. Presente alla liberazione di Buchenwald, ne ha raccontato le atrocità: le immagini dei volti increduli oltre il filo spinato, dei forni crematori, delle baracche dei lager, sono documenti storici di enorme valore. Lei stessa davanti allo strazio della realtà ha dichiarato di aver scattato senza guardare l’orrore che aveva di fronte.

Buchenwald, 1945

Nel 1947 fu in Pakistan e in India, nuovo centro di tensioni nel momento della nascita dei due Stati. Ha intervistato e fotografato Ghandi solo poche ore prima della sua uccisione: la foto che farà il giro del mondo lo rappresenta mentre legge, seduto a gambe incrociate sul pavimento accanto a un filatoio, simbolo della lotta per l’indipendenza dell’India.

Gandhi, 1946

Fu poi in Sud Africa per documentare l’apartheid, e la terribile vita dei minatori d’oro neri.

Apartheid-Soweta, 1950; Minatori d’oro, Johannesburg, Sud Africa, 1950

Arrivata sul fronte della guerra in Corea, ha testimoniato il difficile momento della divisione di un popolo in due Stati. Seguirono ancora molti viaggi nel suo stesso Paese a far conoscere con un reportage a colori la segregazione nel Sud e nello stesso tempo la vita agiata e spensierata delle famiglie borghesi.
Le sue immagini riflettono un’influenza della pittura cubista, per la sovrapposizione dei piani, le geometrie astratte, la bidimensionalità. Magistrali sono le sue inquadrature, il suo utilizzo delle luci.
Colpita dal morbo di Parkinson, negli anni dolorosi della malattia, si è raccontata nell’autobiografia, Portrait of Myself. Accettò di essere fotografata durante le operazioni sperimentali di una nuova terapia intesa a combattere i sintomi della sua malattia. Anche questo è un primato particolare e personale, farsi ritrarre consapevole di mostrarsi debole, invecchiata e impaurita.

Shamsia Hassani (Teheran, 1988)
Nata a Teheran, dove i suoi genitori dall’Afghanistan erano emigrati per sfuggire alla guerra, non le fu permesso in Iran di studiare le arti. Al suo ritorno a Kabul nel 2005, ha studiato pittura all’università, conseguendo una laurea e un master in Arti Visive, poi ha iniziato a insegnare. Ora è docente alla facoltà di Belle Arti dell’Università di Kabul e professora associata di Disegno. Ha iniziato a praticare la street art preferendola alla pittura classica, perché ritiene più efficace mettere l’arte per strada, in quanto nel suo Paese mancano buone gallerie e le persone in genere non vanno alle mostre, e allo stesso tempo, può cambiare l’aspetto della città colorandola e magari coprire in questo modo brutti ricordi di guerra. Inoltre le bombolette spray e gli stencil sono più economici del materiale artistico tradizionale. È la prima street artist afghana, lavora nei luoghi più degradati della città, usando come tele i muri di edifici abbandonati, danneggiati dalle bombe. I suoi murales spesso raffigurano donne in abiti tradizionali che posano gioiosamente con strumenti musicali.

Once upon a time; Symphonic, Kabul

In Nightmare una ragazza, vestita di azzurro, stringe a sé una pianola mentre una schiera di guardiani neri la sorveglia. La didascalia fa riferimento all’incubo che stanno vivendo le donne afghane e non solo.

Nightmare, Kabul
Murale a Los Angeles

Ora i suoi murales si trovano anche negli Stati Uniti, in Italia, in India, in Germania, in Vietnam, in Svizzera, in Danimarca, in Norvegia e in altri Paesi. All’estero si sente più sicura: «In Afghanistan, quando faccio street art, ho sempre paura a causa di persone dalla mentalità chiusa che potrebbero molestarmi. Se fossi un ragazzo, nessuno mi direbbe niente. Ma siccome sono una ragazza, se cammino sola per strada, tanto più se faccio arte, allora verranno a molestarmi». Perciò prepara tutto in studio, in modo da realizzare la sua opera in strada velocemente. Usa la sua arte per difendere i diritti delle donne, ricordare le tragedie che le donne hanno affrontato e continuano ad affrontare in Afghanistan; vuole mostrare l’oppressione di cui sono vittime nella loro vita quotidiana. Afferma che «l’immagine ha più effetto delle parole ed è un modo amichevole di combattere».

Hassani traduce il suo lavoro anche in formato digitale attraverso il progetto intitolato Dreaming Graffiti e in questo modo può farlo conoscere ovunque. Nel 2012 è stata nominata tra i cento membri dei Global Thinkers, un riconoscimento annuale a cento pensatori di spicco.

Damn in the war è dedicata a coloro che nel Maggio 2020 hanno perso la vita nel reparto maternità dell’ospedale afghano a causa di un terribile attentato terroristico.
Raffigura una donna incinta e in lacrime al passaggio di un carro armato alle sue spalle.
Migration raffigura l’esigenza delle donne afgane di migrare alla ricerca di nuove opportunità e il rimpianto di lasciare un Paese a cui sono profondamente attaccate e di cui portano indelebili i ricordi.

Damn in the war; Migration

Le donne che raffigura sono senza bocca, perché non hanno libertà di parola, e con gli occhi chiusi per l’impossibilità di vedere tutto ciò che le circonda, hanno spesso corna da ariete, simbolo di forza, oltre che segno zodiacale dell’artista. In pose sognanti, suonano strumenti musicali, comunicando in questo modo il messaggio che la musica ha un valore universale. Uno dei simboli più presenti nelle sue opere è il dente di leone, il fiore che simboleggia la speranza e la fiducia, come possiamo vedere in Death to darkness, un’opera in cui una ragazza sta a terra, col suo vaso caduto e l’incombente minaccia di un miliziano, sovrastante. Eppure il vaso non si è rotto, e il fiore non si è spezzato: anche di fronte alla tragedia, la speranza non muore.

Death to darkness; murale a Firenze

A Firenze nel 2017 ha realizzato un murale all’Istituto Leonardo da Vinci, dove la figura femminile ha sul proprio vestito l’immagine stilizzata dello skyline di Kabul, mentre alle proprie spalle ha quello di Firenze. Le sue dita che si toccano sono un omaggio alla Creazione di Michelangelo.

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Articolo di Livia Capasso

foto livia

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte nei licei fino al pensionamento. Accostatasi a tematiche femministe, è tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile.

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