Una storia di normalità eccellente

Questa è la storia di una biblioteca ‒ la Biblioteca provinciale di Potenza ‒ che per un periodo, tra il 1940 e il 1943, è stata un’oasi di quasi normalità per una comunità di persone confinate e internate dal regime fascista in Basilicata. È anche una storia di Resistenza quotidiana, svolta senza clamori ma con molta determinazione e costruita sulla consapevolezza di trovarsi dalla parte giusta delle Storia.

Antonella Trombone, Teresa Motta. Una bibliotecaria e “un anno di vicende memorabili”,
CalicEditori, 2020

La protagonista è Teresa Motta che dagli anni Venti lavora come bibliotecaria nella Provinciale della città lucana. A scoprire queste vicende e a raccontarle nel libro Teresa Motta. Una bibliotecaria e “un anno di vicende memorabili” è Antonella Trombone, ricercatrice in Scienze documentarie, linguistiche e letterarie presso l’università La Sapienza di Roma e funzionaria bibliotecaria dell’Università della Basilicata dove insegna nel Dipartimento di Scienze umane.
Quando Teresa Motta viene assunta in qualità di aiuto bibliotecaria ha ventinove anni e una formazione da maestra elementare; riceve una retribuzione modestissima e ha di fronte una carriera tutta da costruire e da inventare perché, al momento di cominciare il suo lavoro, non ha alcuna competenza in questo campo.

Dalla sua però ha una formazione culturale buona, la curiosità e il desiderio di continuare a imparare. Forse le conoscenze di base del suo lavoro le acquisisce da autodidatta, lo Stato investe poco e non mostra grande attenzione per la formazione né per l’organizzazione dei servizi, lascia che i suoi impiegati e le sue impiegate svolgano più compiti in una fusione di ruoli e mansioni che ha come obiettivo la riduzione delle spese.

All’inizio le funzioni svolte da Teresa Motta sono soprattutto di carattere amministrativo e contabile, negli anni successivi comincia a occuparsi più propriamente dei meccanismi della biblioteca, peraltro tutti o quasi da impiantare, imparando a fare ricognizioni e ordini bibliografici, a procedere nei lavori di schedatura e catalogazione, a organizzare e svolgere servizi per il pubblico.

Dal 1927 inizia a curare le statistiche redigendo meticolosamente dati sulle nuove acquisizioni di volumi e sulla loro catalogazione, sulle diverse forme di prestito, sull’uso pubblico della biblioteca riservando attenzione alle differenti tipologie di utenti e dividendoli per genere, fasce d’età, qualifiche professionali. Una precisione e una meticolosità che forse la fanno sentire sempre più un’autentica bibliotecaria al servizio della sua istituzione.
Di certo grazie ai suoi modi scrupolosi e alla dedizione dimostrata si garantisce una certa indipendenza nel lavoro e l’autonomia conquistata le permette di accogliere nella Biblioteca provinciale donne e uomini oppositori del regime confinati e internati in Basilicata. Probabilmente non è sola ad agire, la distributrice dei prestiti Anna Errico e il custode sono al corrente che quelle persone, mescolate ai “normali” utenti, hanno storie particolari e difficili e silenziosamente assecondano le scelte di Teresa.

Cartolina postale scritta da Teresa Motta a Francesco Barberi nel maggio del 1943

I capi invece sembrano ignorare, forse perché non informati; solo il Soprintendente bibliografico statale Francesco Barberi, che probabilmente è il mentore della crescita professionale di Teresa e che, nel 1943, segue più da vicino la gestione della biblioteca, arriva a conoscere l’attività nascosta. È proprio lui a ricordare, in un appunto di quell’anno, che «la signorina Motta della provinciale di Potenza mi ha procurato domeniche fa un incontro clandestino con Manlio Rossi-Doria e Franco Venturi, figlio di Lionello: entrambi confinati politici ad Avigliano». Almeno dal 1941 Teresa garantisce a internati per motivi politici e razziali l’ingresso negli ambienti della biblioteca, Franco Venturi e Manlio Rossi-Doria sono fra questi, l’accesso in biblioteca è il modo per non interrompere gli studi durante il periodo di internamento.

In un tourbillon di libri e pubblicazioni, per Venturi giungono da Roma scritti di autori illuministi francesi, spesso in edizioni originali, richiesti alla Biblioteca nazionale; volumi giungono anche da Bari, dove lavora Barberi, e da Napoli, inviati da Benedetto Croce direttamente dalla sua biblioteca personale. Può sembrare una normale attività bibliotecaria quella messa in piedi da Teresa Motta e invece non lo è.

Veduta di Potenza

Venturi e Rossi-Doria, come tutte le altre persone confinate, vivono in una condizione di libertà controllata, devono limitare gli spostamenti entro i confini dell’abitato in cui sono stati mandati, hanno restrizioni e controlli nel ricevere la posta, non possono frequentare luoghi pubblici, possono solo leggere giornali nazionali e per l’accesso in biblioteca devono aspettare l’autorizzazione del Ministero degli Interni. È quindi una condizione straordinaria quella in cui vengono a trovarsi grazie a Teresa Motta: si allontanano più volte da Avigliano recandosi a Potenza anche se privi del permesso necessario, entrano in biblioteca per consultare e prendere in prestito i volumi per loro richiesti, incontrano altre persone confinate.
Rischi su rischi a cui vanno incontro in maniera consapevole, così come deve essere consapevole Teresa Motta che corre pericoli per le attività in favore degli internati. Anche il solo prestito non autorizzato di un libro può avere conseguenze gravi.

Interno di una biblioteca negli anni Trenta

Oltre ai politici antifascisti al confino, Teresa accoglie da tempo nella Biblioteca provinciale di Potenza alcuni ebrei italiani e stranieri per i quali, dal 1942, vige il divieto di accesso alle sale di lettura e consultazione. Riesce a individuare metodi vari per rendere fruibili i servizi bibliotecari anche per loro: non registra sempre le presenze, non identifica le origini ebraiche, non prende ogni volta in consegna i documenti. Ma, pur saltando qualche dato, ogni giorno stila elenchi grazie ai quali, a distanza di tanti decenni, è stato possibile ricostruire queste vicende.
Gli internati per motivi politici o razziali sono per Teresa solo nuovi frequentatori della biblioteca, «senza preclusioni e alla stregua di tutti gli altri utenti» come scrive Antonella Trombone nel suo testo. Fornisce loro i servizi previsti e li fa entrare di diritto, loro che i diritti li hanno persi, nella vita della biblioteca.

Veduta di Avigliano

Deve essere di grande consolazione entrare in quegli ambienti e leggere, studiare, incontrare amici o compatrioti, parlare la propria lingua, ristabilire rapporti umani. Dichiarati apolidi e privati di ogni diritto, ritrovano grazie ai libri e all’impegno di Teresa Motta il diritto di essere persone.
Impiegata modello dedita al suo lavoro, Teresa è soprattutto una donna coraggiosa, con chiare idee politiche non sbandierate ma tenacemente messe in pratica. In mezzo a scaffali e schedari, offre e protegge squarci di normalità a tanti internati nella provincia di Potenza, li aiuta, come può e come sa, a riconquistare la dignità tolta.

Franco Venturi al confino ad Avigliano

La storia di Teresa Motta è stata a lungo ignorata: andato perso il suo fascicolo personale, sono rimaste le tracce del suo meticoloso lavoro da bibliotecaria che Antonella Trombone ha ricostruito con pazienza.
Le vicende raccontate hanno il merito di far luce su una «inaspettata vicenda di antifascismo sommerso», per usare le parole della stessa autrice, e di riconsegnare a tutte e tutti noi la figura di una donna capace di condurre una vita ordinaria in modo straordinario.
Un esempio di normalità eccellente.

Teresa Motta dovrebbe essere ringraziata per quello che ha fatto per tutte e tutti noi e il racconto delle sue azioni e delle sue scelte è un primo passo importante per non disperderne il valore. Le sole pagine di un libro però potrebbero non essere sufficienti a mantenere viva la sua memoria. Ricordarla attraverso l’intitolazione di una strada o di uno spazio pubblico, invece, significherebbe rinnovare quotidianamente il suo esempio, equivarrebbe a costruire in suo onore un monumento celebrativo immateriale ma importante, a saldare la sua storia con il territorio e le comunità locali, a rendere le cittadine e i cittadini di Potenza orgogliosi del nome di Teresa Motta.

In copertina: Teresa Motta.

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Articolo di Barbara Belotti

Dopo aver insegnato per oltre trent’anni Storia dell’arte nella scuola superiore, si occupa ora di storia, cultura e didattica di genere e scrive sui temi della toponomastica femminile per diverse testate e pubblicazioni. Fa parte del Comitato scientifico della Rete per la parità e della Commissione Consultiva Toponomastica del Comune di Roma.

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