Edith Farkas, pioniera della meteorologia

Edith Elisabeth Farkas, nata il 13 ottobre del 1921 a Gyyka, una cittadina nell’est dell’Ungheria, divenne una pioniera nel settore, prevalentemente maschile, della meteorologia. Frequentò le elementari e la scuola secondaria a Budapest, rispettivamente a Szentgotthárd e Győr. Nel 1939, mentre la guerra stava dirompendo in Europa, Farkas si iscrisse all’università Peter Pazmany, la più prestigiosa del Paese, e si laureò nel 1944 in Matematica e fisica. Non si sarebbe mai immaginata che il suo futuro avrebbe avuto luogo dall’altra parte del globo.

Alla fine della Seconda guerra mondiale, Edith, assieme ai suoi genitori e a sua sorella, fuggì dall’Ungheria per rifugiarsi nella vicina Austria, dove la famiglia rimase in campi profughi fino al 1949, quando, a bordo della nave di rifugiati The Dundalk Bay, si spostò verso la Nuova Zelanda.

Ritratto di una giovane Edith

Per guadagnarsi da vivere in Nuova Zelanda, Edith, che non aveva avuto un’educazione formale in lingua inglese, lavorò prima come lavapiatti al Palmerston North Public Hospital e, successivamente, come assistente bibliotecaria in un istituto di ricerca scientifico e industriale nella capitale, Wellington. In questo primo periodo, per quanto il suo livello di inglese andasse raffinandosi, non riuscì ad accedere a professioni maggiormente qualificate, dal momento che i suoi titoli accademici ungheresi non venivano riconosciuti. Edith decise allora di intraprendere nuovamente gli studi, iscrivendosi alla Victoria University of Wellington (Te Herenga Waka, in lingua maori) dove, all’età di trentuno anni, portò a termine un master nel dipartimento di Scienze, laureandosi in Fisica nel 1952.

Dopo la laurea ottenne un lavoro all’interno del Servizio Meteorologico Neozelandese come ricercatrice, presso cui rimase per i successivi trentacinque anni. Nei primi periodi della sua carriera, Farkas iniziò ad occuparsi della circolazione stratosferica e dell’oscillazione Quasi-biennale del vento zonale equatoriale. Al Simposio internazionale di Meteorologia tropicale del 1963, tenutosi a Rotorua, al quale parteciparono settantasei scienziati, Edith fu una delle due sole donne presenti. Qui illustrò un documento sulle fluttuazioni di lungo periodo dei venti di livello superiore e delle temperature del Pacifico meridionale.                                                                    

Durante gli anni Sessanta, il suo lavoro si focalizzò sullo studio dell’ozono atmosferico (il gas altamente reattivo composto da tre atomi di ossigeno, che si forma naturalmente nell’alta atmosfera e le cui molecole assorbono la luce nociva UV, prima che essa raggiunga il suolo). Le sue ricerche in questo campo, attuate assieme ad un piccolo gruppo internazionale di scienziati, iniziarono nel momento in cui l’ozono veniva principalmente utilizzato come gas tracciante, inerente allo studio della circolazione atmosferica. Per poter determinare i livelli di ozono, Edith adoperò uno dei primi strumenti mai inventati per misurare l’ozono atmosferico: lo spettrofotometro d’ozono atmosferico Dobson, il quale misura le quantità totali di ozono in una colonna d’aria compresa tra lo strumento posto al suolo e la sommità dell’atmosfera. Dal 1953, Edith Farkas era la responsabile della calibrazione di questo particolare strumento, il Dobson n. 17, situato dapprima a Kelburn, vicino a Wellington, poi, dal 1970, a Invercargill, all’estremità meridionale della Nuova Zelanda. 

Nel 1975 divenne la prima donna del Servizio Meteorologico Neozelandese a visitare l’Antartico, dove condusse misurazioni dell’ozono superficiale e della torbidità atmosferica in relazione all’inquinamento atmosferico. Edith Farkas faceva parte del piccolo gruppo di scienziati pionieri (tra cui Andrew Matthews e Reid Basher), il cui meticoloso lavoro generò la realizzazione di un ampio archivio di dati, base per lo studio delle tendenze a lungo termine, che determinarono la scoperta del buco nell’ozono. Poco dopo il suo pensionamento, nel 1986, lo spettrofotometro Dobson n. 17, dopo essere stato sostituito dal Dobson n. 72, fu trasferito nell’Antartico, dove registrò un calo dei valori di ozono nella stratosfera, testimoniando l’esistenza del buco d’ozono “primaverile”.                                                                                              

Edith al lavoro con l’aiuto dello spettofotometro

Le sue conoscenze, relative alle misurazioni atmosferiche dell’ozono, portarono ad un considerevole impegno in successivi studi sull’inquinamento, i quali richiedevano il monitoraggio della superficie atmosferica dell’ozono. Tali studi contribuirono alla fondazione del Protocollo Montereale, un accordo globale atto per l’eliminazione graduale della produzione e dell’uso di sostanze che impoveriscono lo strato di ozono, che ha giocato un ruolo significativo negli sforzi mondiali per la riparazione del buco dell’ozono ed è tuttora riconosciuto come uno dei trattati internazionali di protezione ambientale di maggior successo.

Durante il suo periodo presso il Servizio Meteorologico Neozelandese, Edith è stata anche una scrittrice prolifica, artefice di circa quaranta articoli scientifici e relazioni. Al momento del pensionamento, Farkas divenne la prima donna a ricevere il premio Metservice Henry Hill, titolo che riconosceva il suo eccezionale contributo al mondo della meteorologia. Nel 1988 è stata una dei ventisei ricercatori di ozono, unica neozelandese e una delle due donne, di tutto il mondo ad aver ricevuto il riconoscimento speciale al Simposio Quadriennale Internazionale sull’Ozono a Gottingen, Germania Ovest, per aver contribuito alla ricerca sull’ozono nei trenta anni precedenti. Andò ufficialmente in pensione nel 1986, continuando però a nutrire il suo interesse per la meteorologia. In questo periodo, infatti, realizzò un saggio, intitolato Osservazione e ricerca dell’ozono in Nuova Zelanda – Una prospettiva storica, pubblicato nel 1992, in cui riassumeva il lavoro svolto nel settore dell’ozono in Nuova Zelanda nell’arco temporale dei sette decenni antecedenti. Tragicamente, l’anno seguente, il 3 febbraio 1993, Edith Farkas perse la sua lunga battaglia contro un tumore alle ossa. Prima di morire, però, aveva organizzato i suoi diari e i suoi archivi che vennero in seguito raccolti dal suo nipote maggiore, Andrew Kwmwny, nel libro The Farkas Files, pubblicato nel 2014. Il volume, incentrato sui diari della donna risalenti alla Seconda guerra mondiale, mette in rilevo il suo ruolo da scienziata pioniera, che ha influenzato le generazioni future.

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Articolo di Chiara Celeste Ryan

Nata a Roma, ha origini neozelandesi. Laureata in Scienze Storiche del Territorio e per la Cooperazione Internazionale all’Università di Roma Tre, frequenta il corso magistrale in Storia e Società. È appassionata di politica internazionale, storia e ambiente.

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