Voci (femminili) da Stranimondi

«Come vecchio appassionato di fantascienza che partecipa alle convention da più di quarant’anni (la prima nel 1980), sono passato attraverso epoche in cui le donne nelle convention di fantascienza erano una rarità: dieci su mille partecipanti, più o meno… A Stranimondi, invece, forse sono più le donne degli uomini, o forse no, comunque sono una percentuale molto, molto alta. D’altra parte, questo rispecchia il fatto che negli ultimi anni le donne sono aumentate enormemente nella letteratura fantastica; forse in Italia meno che all’estero, comunque anche in Italia c’è stato un grande cambiamento in questa direzione. La narrativa di fantascienza, purtroppo, è stata storicamente un genere per uomini, pur con eccezioni notevolissime: il pubblico era non dico esclusivamente, ma nettamente maschile. Adesso invece non è più così, e questa è una cosa bellissima, perché tante donne scrivono e danno contributi eccezionali».
A parlare è un uomo, Silvio Sosio − unica voce maschile che qui ripropongo tra tante che ho ascoltato, e talvolta registrato, durante l’ottava edizione di Stranimondi, il festival del libro fantastico che si è tenuto sabato 8 e domenica 9 ottobre a Milano – nonché una delle anime della convention, che «rappresenta una eccezionale vetrina della grande vitalità delle piccole case editrici indipendenti – prosegue Silvio – ma anche costituisce un’occasione di incontro per la comunità delle persone appassionate di fantascienza: gente che legge, che scrive, che illustra, che pubblica… qualche volta abbiamo anche il sospetto che non ci siano lettori e lettrici, ma solo gente che produce qualche cosa! Però c’è uno scambio, un coinvolgimento delle persone, insomma è tutto un fervere di attività e di idee, e questo penso sia molto bello».

Molto bello e molto impegnativo: scegliere tra le molteplici proposte − dibattiti e conferenze, presentazioni, incontri con autori e autrici – non è sempre semplice, così come risulta quasi impossibile, nell’ambiente cordiale della Casa dei Giochi, scambiare qualche parola con tutte le persone con cui vorrei farlo, che magari conosco da poco tempo, ma alle quali mi sento legata da amicizia. Ecco, dunque, da panel e occasioni diverse, alcune suggestioni appuntate sul taccuino o, nel caso delle interviste volanti, registrate con il mio piccolo dispositivo portatile (entrambi miracolosamente riemergono al momento giusto, o quasi, dalla borsa modello Mary Poppins).

«La fantascienza sta diventando il nuovo romanzo sociale, uno strumento in grado di dare speranza e di operare un cambiamento in cui la cultura femminile sia maggiormente presente con il suo patrimonio di cura e relazione, in una società di cui non sia cardine il modello del maschio bianco occidentale»: così Nicoletta Vallorani nella conversazione, tutta al femminile, In cerca di altre mappe, perché (come recita la presentazione di questo evento) «abbiamo bisogno di storie in grado di contenere la complessità e mantenere i confini aperti e affamati di nuove e vecchie connessioni in grado di sorprenderci». E così ascolto, e mi sorprende e incuriosisce, Angelica De Palo, che tra l’altro è autrice del racconto (ironico e corrosivo, dedicato a Valerie Solanas) La natura corregge i propri errori, che riuscirò a incontrare più tardi.

Nicoletta, poi, partecipa ad altri due incontri (di uno dirò): docente universitaria di letteratura inglese, saggista e fantascientista, è nota in ambito science fiction da trent’anni e più, dapprima come traduttrice (sue le trasposizioni in lingua italiana di racconti contenuti nella pioneristica antologia Aliene, amazzoni, astronaute, a cura di Oriana Palusci, edita da Mondadori nel 1990), poi come autrice. Nel 1992, infatti, Vallorani è la prima donna ad aggiudicarsi il Premio Urania, prestigioso riconoscimento nell’ambito del genere, con Il cuore finto di DR, romanzo originale nella narrazione, dalla prosa elegante e serrata, pubblicato (come di consueto per il premio) l’anno successivo nella collana mondadoriana.
Occorreranno ventisei anni perché, nel 2018, il riconoscimento sia nuovamente assegnato a una donna, Francesca Cavallero, per Le ombre di Morjegrad, ma ora la via è aperta: dopo Davide Del Popolo Riolo nel 2019, nel 2020 è la volta di Elena Di Fazio con Resurrezione e nel 2021 di Franci Conforti con Spine (in edicola da pochi giorni). E tutte le vincitrici del Premio Urania sono qui, a Stranimondi, e volentieri accettano di raccontare cosa abbia rappresentato e rappresenti per loro questo Hugo Award italiano.

Milano, Stranimondi, 9 ottobre 2022, Verba aliena. Da sinistra: Giovanna Repetto, Elena Di Fazio, Franci Conforti

Procedo a ritroso, dunque inizio da Franci Conforti, approdata alla letteratura di immaginazione soltanto da pochi anni (dal 2016) ma già voce autorevole nell’ambito. «Sì, quest’anno finalmente sono riuscita a vincere il Premio Urania. Avevo provato a partecipare ed ero arrivata in finale quattro volte, e questo dimostra quanto per me fosse importante questo tipo di premio. Spine, con cui ho vinto, è forse il mio romanzo più facile, alla portata di tutti, perché dal punto di vista scientifico è meno caratterizzato rispetto ai precedenti, ha idee meno forti, meno estreme, e quindi è più easy, se vogliamo usare un termine un po’ abusato».
Franci vanta infatti una solida formazione scientifica (è laureata in scienze biologiche), ma è anche docente universitaria di comunicazione e illustratrice di grande sensibilità. «Spine è un libro “vergognosamente” ottimista, e non è il primo di questo ciclo: infatti avevo già scritto i racconti Pilastri di luce (che costituisce l’antefatto di questo mondo), Come concime e Il giorno della doppia elica (che si svolgono nello stesso luogo, a pochi anni di distanza). È un romanzo per così dire “solar”: presuppone che sia andato tutto benissimo dal punto di vista dello sviluppo sociale e della capacità di integrarsi con l’ambiente, rispetto alle nostre attuali aspettative» e infatti in questo filone della narrativa di Conforti sono presenti edifici vegetali senzienti che vivono in felice simbiosi con gli esseri umani.

«Vincere il Premio Urania per me, come autrice di fantascienza, è stato un obiettivo a cui aspiravo da tanti anni – per quanto più giovane (non ha ancora quarant’anni) Elena Di Fazio ha condiviso lo stesso desiderio di Franci Conforti – Quando ho cominciato a scrivere avevo una ventina d’anni e vedevo il Premio assegnato ogni anno e il sogno era di arrivarci, prima o poi. Mi sono però scontrata con il fatto che era un riconoscimento poco aperto alle donne; ci sono state anche polemiche a riguardo: le donne arrivavano spessissimo in finale ma non vincevano mai. Dunque, non sapevo se partecipare o no, perché la vedevo un po’ come una causa persa. Poi finalmente, nel 2019 [ovvero per il 2018, n.d.r.] ha vinto Francesca Cavallero, e questo mi ha dato lo sprone per partecipare: è importantissimo pubblicare e premiare donne perché poi altre donne parteciperanno e pubblicheranno. Per me spero che sia l’inizio di un percorso, lo vedo come un punto di partenza più che come un punto di arrivo; certo è stata una grande soddisfazione, ci avevo lavorato tanto, ci abbiamo lavorato tanto, perché un romanzo non è mai l’opera di una sola persona… Spero, in quanto donna, come è successo a me con Francesca Cavallero, di aver incoraggiato altre donne a partecipare e a vincere, come poi è anche successo quest’anno».

Di Fazio e Cavallero, entrambe fantascientiste di riconosciuta solidità, hanno in comune grande attenzione per l’intreccio narrativo e capacità di tratteggiare protagoniste credibili nelle proprie fragilità, ma le atmosfere che creano si differenziano progressivamente: le ultime prove della prima virano verso il thriller e la spy story, i romanzi della seconda sono invece caratterizzati da una cupezza che talvolta rasenta l’intollerabile ma di grande fascinazione.
«Vincere il Premio Urania per me ha significato apertura − dice Francesca − perché per tanti anni io ho coltivato la passione della scrittura un po’ come esigenza di prendermi cura di me stessa. Mi sono proposta relativamente poco, e quindi la cosa è rimasta per molto tempo chiusa nella mia stanzetta. Vincere il premio ha significato mettermi in contatto: aprire la porta e la finestra in un certo senso, perché ho potuto avere un pubblico e anche un pubblico dialogante, che non è stato semplice da gestire per me, che non avevo mai avuto una platea a cui fare riferimento, ma è stato estremamente stimolante e per lo più positivo. A livello stilistico io ho sempre perseguito una via un po’ più complessa rispetto a quella che mi trovavo talvolta a leggere nell’ambito della fantascienza, e ho cercato il modo di incunearla in un sistema che, all’epoca e nel mio piccolo, vedevo un po’ diverso. Dialogare con il pubblico è stato un modo per crescere e per vedere me stessa da diverse prospettive, capire le critiche e farle mie, in senso costruttivo e non distruttivo. Questo ha significato il Premio Urania: apertura, confronto, dialogo e possibilità di crescita ascoltando gli altri».

Milano, Stranimondi, 9 ottobre 2022. Foto a sinistra, da sinistra: la scrittrice Axa Lydia Vallotto (classe 1996) e Francesca Cavallero. Foto a destra: l’illustratrice Claudia Corso Marcucci (classe 1997)

A rebours, Francesca Cavallero e Nicoletta Vallorani si ascrivono alla linea di scrittura fantastica femminile connotata da una prosa evocativa e raffinata, di cui in Italia è stata capostipite Daniela Piegai, autrice originalissima, che si è affermata tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Novanta, di cui ora Delos Digital ripropone l’opera a partire dal romanzo Il mondo non è nostro, già pubblicato nel 1989 da La Tartaruga, casa editrice nata per diffondere e valorizzare la scrittura delle donne.
«Amica, scrittrice, artista – la definisce Nicoletta Vallorani nell’incontro dedicato a Daniela Piegai, una vita senza tempo – la prima a scrivere fantascienza delle donne in modo convincente e ad avere un pubblico appassionato e assolutamente misto è stata Daniela», donna capace di essere presenza autorevole di fronte a «un pubblico di uomini accoglienti ma non del tutto disponibili a pensare che una donna potesse scrivere un romanzo di fantascienza di valore».
Ed ecco che per Vallorani, allora non ancora trentenne, Piegai diventa un punto di riferimento: «Ho letto il suo primo romanzo [Parola di alieno, edito da Nord nel 1978, n.d.r.] e ho detto “Allora si può fare”, si può anche in Italia, con un nome italiano, raccontare storie diverse, si può avere questo coraggio. E il coraggio di Daniela è stato rivoluzionario».

Milano, Stranimondi, 8 ottobre 2022, Daniela Piegai, una vita senza tempo. Da sinistra: Silvio Sosio, Roberto Del Piano, Nicoletta Vallorani, Laura Coci

Il dono di creare nuovi scenari attraverso la scrittura, e in particolare attraverso la scrittura fantascientifica, è menzionato anche da Giulia Abbate nella conversazione, già ricordata, In cerca di altre mappe: una nuova mappa «crea e vede il territorio» e le autrici, creandola, danno «ad altre persone le parole per pensarla», le parole per immaginare nuove possibilità e nuovi sviluppi.
Chi frequenta la letteratura di immaginazione, sa bene, del resto, che parlare del futuro significa affrontare il presente, così come «il rapporto con l’alieno è metafora del complesso rapporto tra umani»: questa la sintesi di Giovanna Repetto in Verba aliena, confronto a più voci (tra le altre, Franci Conforti ed Elena Di Fazio) sul tema della comunicazione con l’alienità radicale, con il suo portato di insegnamento e trasformazione. Una complessità che si scioglie a Stranimondi: «Per me è come ritrovare una famiglia. Ogni volta che arrivo qua, entro in via Sant’Uguzzone e vedo questo cancello, ogni volta mi batte il cuore quasi come a un incontro d’amore – dichiara la scrittrice, che con il romanzo L’arte di non muoversi ha vinto quest’anno il Premio Odissea − Sì, perché per me significa entrare non solo in un ambiente che è quello degli scrittori di fantascienza, ma entrare in un gruppo di amici, in qualche modo, di persone che condividono una passione, cosa che invece in altri ambiti della letteratura penso che sia difficile trovare. Quando io ho cominciato a frequentare Stranimondi, mi si è aperto… un mondo! È un ambiente in cui c’è relazione tra le persone, c’è collaborazione, poi magari ci sono anche delle rivalità, però… le persone sono coinvolte le une con le altre, non c’è indifferenza, non c’è distacco, siamo immersi in una collettività, e questo mi piace molto! Al di là dell’aspetto affettivo, c’è poi anche l’aspetto dell’interesse, dello scambio di idee, dello stimolo reciproco».

Milano, Stranimondi, 9 ottobre 2022, Verba aliena. Il mondo della fantascienza sa ridere di sé (elaborazione grafica di Mario Pesce). Da sinistra: Sandro Battisti, Mario Pesce, Giovanna Repetto, Elena Di Fazio, Franci Conforti

A Repetto fa eco Giulia Abbate, che da un punto di partenza differente giunge a una conclusione affine: «Essere a Stranimondi significa tante cose: io ci sarei anche da semplice lettrice, da appassionata di libri e del genere, ci sarei venuta comunque. Ho la ventura di esserci incarnando ruoli diversi, a volte faticosamente diversi, perché sono qui come lettrice, come scrittrice, come editor, perché incontro qui mie scrittrici e miei scrittori che mi aggiornano sulle loro carriere; sono qui come press manager in affiancamento a un editore, e a volte ci sono anche come panelist, e questo essere panelist mi mette in un’altra dimensione ancora, che è quella del mio attivismo».
Giulia, con Franco Ricciardiello, Romina Braggion e Silvia Treves, è infatti fondatrice del movimento Solarpunk Italia (Immaginiamo società possibili / Costruiamo un mondo migliore / Raccontiamo il futuro che vogliamo): e a questo proposito è impossibile non ricordare la conferenza di Ricciardiello in tema di climate change e science fiction. «Dunque – prosegue Abbate − tanta soddisfazione, tanta fatica, e anche tanta accoglienza: qui siamo tutti e tutte delle appassionate, qui trovo comprensione, elasticità e flessibilità nel capire, nel parlare di cose diverse, nell’accettare una persona che abbia più ruoli insieme. Questo è molto bello e si traduce nel fatto che Stranimondi è un crogiuolo, diventa un crogiuolo, una fucina, che dà l’avvio a un nuovo anno di lavoro. La fatica è ampiamente ripagata e felice da vivere».

Emana felicità, che esprime con un sorriso e una risata, Claudia Corso Marcucci, giovane illustratrice in ambito fantascientifico: «L’atmosfera di Stranimondi è superfamiliare, il che è un po’ strano da dire, perché è la mia prima edizione, prima non c’ero mai venuta… Però è proprio un ambiente in cui mi sento proprio a casa: dà l’idea di una comunità molto stretta e anche ben disposta nel dialogare con gli altri. E questo è davvero molto bello».

Si cammina (lentamente) tra banchetti di case editrici e librerie, nella sala centrale e in una laterale, prima di raggiungere i due spazi per incontri e presentazioni, sold out il sabato (quando si registrano circa mille ingressi) e in buona parte anche la domenica (tra i cinquecento e i seicento ingressi). Nonostante i buoni propositi (l’arretrato di libri, lo spazio che manca, il bilancio di famiglia), ancora una volta è davvero impossibile non fermarsi. «Ho scelto di essere a Stranimondi perché questo è il posto più bello in cui vorrei essere, che attendo tutti gli anni sia da lettrice sia da libraia, – parla Mariana Marenghi, che a Milano gestisce la piccola e coraggiosa libreria indipendente Il Covo della Ladra – perché è un momento in cui ci si può rivedere, ci si può rincontrare, si possono vedere e incontrare autori ed editori a cui noi come Covo della Ladra teniamo particolarmente. E poi l’aria che si respira è proprio questa: una sorta di euforia palpabile, il fatto di potersi trovare tutti qui insieme e di poter parlare liberamente di temi, libri e autori a cui più teniamo. È come ritrovarsi tra amici. Ci sono ancora poche donne, però ce la possiamo fare».

Da sinistra: Mariana Marenghi e Barbara Monteverdi della libreria Il Covo della Ladra

La mia percezione sulla presenza femminile alla convention è comunque intermedia tra questa di Mariana e quella di Silvio: parleranno le statistiche, tra pochi giorni. Un computo immediato, tuttavia è possibile, ed è quello relativo a relatori e relatrici: in base al programma (e all’anagrafe), gli uomini sono sessantacinque, le donne trentatré. Gli uni praticamente il doppio delle altre. Sì, la strada è ancora lunga…

Giuliana Misserville, che ha coordinato lo stimolante e ricco In cerca di altre mappe, è autrice del saggio fondativo Donne e fantastico (edito da Mimesis nel 2020), riflessione sull’opera di sei autrici che «allo svoltare del secolo hanno deciso che il realismo andava loro stretto e che il modo fantastico, interpretato e articolato assai variamente, era ciò che meglio si prestava alle storie che intendevano raccontare» (dalle Conclusioni del libro): «Stranimondi è una galassia che io trovo estremamente interessante, fatta da autori, autrici, editori, editrici, studiose, accademiche, non accademiche… − afferma Misserville − Tutte persone che a vario titolo e in vario modo lavorano sull’immaginario, che per me è una cosa davvero interessante, perché attraverso l’immaginario io penso che si possano aprire spazi in cui soggettività non conformi, le cosiddette soggettività marginali che poi marginali non sono perché il loro sguardo conta, eccome, possono ampliare i propri spazi, trovare connessioni, fare rete. Tra i romanzi e i racconti che si trovano sulle bancarelle qui a Stranimondi c’è la narrativa di intrattenimento e la narrativa anche un po’ più complessa, c’è quindi una stratificazione di stili e di modalità che trovo estremamente interessante e stimolante anche per le finalità che dicevo prima».
E infatti, nell’incontro Fantascienza oltre il genere, è affrontata una contemporaneità «in cui le identità si moltiplicano e le vedute talvolta si restringono», a cui tuttavia la narrativa fantascientifica fornisce «nuove possibilità, nuovi mondi», scardinando le categorie binarie di uomo e donna, di umano e non umano, interrogandosi sulle soluzioni linguistiche (praticabili per la lingua inglese, più ardue per quella italiana) che possano aprire all’alterità senza categorizzare e senza escludere.

«Sono qui in veste di saggista, ho scritto qualche articolo di critica e qualche racconto di fantascienza − nel tardo pomeriggio di sabato riesco a parlare con Angelica De Palo, ecco la sua voce − L’atmosfera è un po’ quella che si respira ai margini, perché qui se ci guardiamo bene intorno vediamo gruppi di persone che giocano, gruppi di persone che compulsano i testi e poi gruppi di discussione molto mirata su argomenti molto specifici, che però non coinvolgono necessariamente tutti. Quindi un’atmosfera bella, di comunità e di ritrovo, ma anche in cui si sente questo aspetto di posizionamento sul confine».
La mattina, Angelica mi ha incuriosita con il suo racconto La natura corregge i propri errori (apparso con lo pseudonimo di Vanessa West nel volume miscellaneo Solanas mon amour, edito da Il Dito e La Luna nel 2019), che mi pare riecheggiare le migliori narrazioni di Joanna Russ e Alice Sheldon. In seguito alla mia domanda sull’intersezione tra femminismo e fantascienza, ci accordiamo sulla definizione di femminismo come «l’insieme di tutti i femminismi» (che lei propone come insegnante di matematica e io, pur avendo insegnato lettere, non posso che essere d’accordo): «Tra femminismo e fantascienza – risponde − c’è la possibilità di un bell’incontro, di una bella unione, che però capita di rado, e quindi quando capita è sorprendente, come tutti gli eventi eccezionali, ma ci sarebbe terreno fertile per molti altri incontri».

Da sinistra: Elisa Franco e Angelica De Palo

Accanto ad Angelica c’è Elisa Franco, presenza discreta per una narratrice di tutto rispetto: «Ho scritto qualche racconto di fantascienza, ma da poco, anche se la fantascienza mi era arrivata da mio padre quando avevo tredici anni, però scrivo da poco e mi ci sto divertendo molto, naturalmente» − (a beneficio di chi legge, va ricordato che con Lo stato gassoso dei fantasmi Elisa ha vinto il Premio Urania Short 2021) − Adoro l’atmosfera che si respira qui: un po’ perché, devo dire, mi accorgo che non sono la sola che non è più giovanissima ad amare la fantascienza, però ci sono anche tanti giovani, e questo mi fa altrettanto piacere perché credevo che anche quel lato fosse azzerato. E poi tutti questi libri di fantascienza, nuovi e vecchi, potrei impazzire… questa mattina ne ho comperata una carrettata che non so come porterò fino a casa… è meraviglioso. Poi è chiaro, alcune sono cose magnifiche, alcune vabbè… Però conosco sempre cose nuove, e questo è il bello della fantascienza, e qui si sente e si tocca: cose nuove!».

In copertina: Milano, Stranimondi, 8 ottobre 2022, In cerca di altre mappe. Da sinistra: Anna Curcio, Nicoletta Vallorani, Giulia Abbate, Giuliana Misserville, Angelica De Palo (foto Elisa Franco).

***

Articolo di Laura Coci

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Fino a metà della vita filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano, negli anni della lunga guerra balcanica ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Già docente di letteratura italiana e storia nei licei, è ora presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea. Scrive ascoltando Coltrane e crede nella forza e nella bellezza del camminare.

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